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29 settembre 2011

Pelle, anima ed altro. Racconto di un Maestro

Toledo, 2012. Robert Ledgard è un ricco chirurgo plastico ed instancabile ricercatore che tramite esperimenti genetici giunge alla creazione di una pelle artificiale, perfetta, immune agli insetti ed oltremodo resistente. La scoperta è ottenuta grazie a continue sperimentazioni effettuate su di una giovane e bellissima donna di nome Vera, che l’uomo tiene segregata in casa, sotto perenne osservazione.

Questo è quanto della trama di La Pelle che Abito un recensore può svelare al pubblico senza rovinare al potenziale spettatore la visione del film, e questo, nemmeno un dettaglio in più, è quanto il potenziale spettatore deve sapere della trama prima di assistere alla proiezione, possibilità confermata dai brevi trailer del film, che si limitano a mostrare frammenti di grande impatto visivo senza lasciar filtrare i fatti, e confermata anche dal notare l’errore in cui tanti sono caduti quando, annunciando la realizzazione del film, parlavano di un horror.

C’è una figura di “scienziato pazzo”, c’è il corpo, la carne. Ma il regista non è un mestierante da horror da quattro soldi, avrà qualcosa da spiegare; non si tratta di Georges Franju con l’euro-horror di ottima fattura Les Yeux Sans Visage (sebbene alcune premesse siano simili), non del pathos che Juan Josè Campanella infonde in una sua recente e famosa pellicola dal finale della quale viene una delle intuizioni fondamentali di questo film. Non si tratta di una delle grandi opere di David Cronemberg, dunque quel corpo e quella carne non saranno “solo” grandi metafore di turbe della mente o della società.

La prima impressione positiva riguardo La Pelle che Abito sta nel fatto che il film sembra configurarsi come la perfetta prosecuzione della riflessione artistica di Pedro Almodóvar, che dopo esordi incentrati su personaggi ed avvenimenti surreali e grotteschi, talvolta esagerati fino al pop, era andato incamminandosi verso maggiore attenzione all’aspetto visivo, coloristico, plastico, musicale, rappresentando con immensa efficacia estetica grossi drammi e pulsioni sottili, in opere di bellezza più rarefatta ad ogni nuova uscita.
La Pelle che Abito è adeguata sintesi di queste due anime, e per entrambi gli aspetti tocca punte elevate.

Il casting prevede nomi felicemente noti: il primo è quello di Antonio Banderas, alla sua sesta collaborazione con il regista spagnolo (l’ultimo caso era stato, nel 1990, quello dell’eccezionale Átame!-Legami!). Banderas è uno degli attori-feticcio di Almodóvar, ed in quanto tale non sorprende la sua performance di rilievo: nell’interpretare Ledgard si spoglia del suo proverbiale fascino virile e finisce per trasudare ossessione ed inquietudine, e quest’ultimo termine, ma in senso leggermente diverso, descrive l’impressione che esercita sullo spettatore.

Elena Anaya (ricordata soprattutto per il ruolo di Belèn in Lucia y el Sexo) è Vera, la cavia del chirurgo oltre che del regista, dal momento che è attraverso di lei, esplorando con morbidi movimenti di macchina il suo corpo, con le parole la sua storia e con le azioni il suo tormento, che il film esplica buona parte (ma non tutte) delle sue possibilità.

Ed è da ricordare, oltre che apprezzare, Marisa Paredes, altra habituè delle opere di Almodóvar (anche in questo caso si tratta della sesta collaborazione) solita a regalare grandi interpretazioni anche in ruoli secondari: in questo caso è Marilia, domestica di Ledgard al corrente dell’inquietante segreto. Ma non solo, e qui sorge il problema che sta nel parlare di questo film in questa sede: per forza di cose non possono essere svelati certi dettagli della trama, men che meno i colpi di scena, che sono presenti in numero ed intensità inusitati, anche per l’appassionato del cinema di Almodóvar.

Quello che si può dire è che la narrazione è scandita, altro stilema di Almodóvar, da un importante flashback che, una volta stabilito lo status quo, va a mostrare i retroscena di caratteri ed azioni: in questo caso tale scelta è particolarmente interessante poiché giunge a dare nuove ragioni all’operato dei personaggi, spesso capovolgendo l’opinione che di quel personaggio si è creata fino a quel momento.

Scelta interessante perché il gioco con lo spettatore va a concretizzare una delle linee fondamentali del film, la “pelle” del titolo, che potrebbe stare nella domanda “L’apparenza inganna?”, anche se la profondità d’indagine è certamente maggiore.

Notevole, sempre sul filone di ciò che ora non si può dire, la cura profusa nella caratterizzazione dei personaggi, che si inserisce nella generale cura dell’intero testo e del modo in cui è proposto: ogni personaggio, anche il meno rilevante ai fini della trama, ha alle spalle un solido retroscena che motiva o enfatizza le sue azioni.

Esempio è quello di qualche inquadratura con protagonista la citata Marilia, che svela un suo grande segreto mentre aggroviglia lenzuola insanguinate: questo, come altri frangenti, portano in gioco una incredibile qualità teatrale che non avrebbe sfigurato sul palco di un blasonato dramma classico.

Peccato, così tanto da dire e così poco da poter dire.
La Pelle che Abito è un’opera costruita su più livelli e personaggi, e si estende seguendo nette linee che contemplano riflessioni sulla vendetta, sull’attrazione sessuale, l’identità sessuale, il rapporto madre-figlio, l’etica, il tormento del creatore, dell’artista, il suo rapporto con l’opera d’arte e così tanto altro che, se proprio vogliamo individuare una pecca (ma la variabile sensibilità personale può anche portare questo aspetto al livello di pregio principale) sta nella sovrabbondanza di livelli e tematiche, tutte tanto approfondite da confondere lo spettatore, che non riesce ad individuare un filo principale a cui aggrapparsi per denotare in base ad esso tutto il resto.

Ma, appunto, non si può dire che non si tratti di una scelta esplicita e non si può dire che ciò rappresenti un lato negativo. La Pelle che Abito è un film dall’estetica audiovisiva sopraffina, affascinante ed intricato, non oscuro ma complesso, atto ad alimentare riflessioni personali, alimento per il pensiero.
E semmai ci dovessimo incontrare davanti ad un caffè ed una sigaretta ne potremo sviscerare per ore i dettagli, ora proprio non posso dire altro.

Pasquale Parisi

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