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2 settembre 2011

Ruggine: dal 2 settembre al cinema

Come raccontare la storia di RUGGINE? Posso partire dalle favole, che anche se le associamo ai bambini e ad un’età che vogliamo preservare come innocente, raccontano a volte storie terribili e spaventose; e come accade spesso nelle fiabe, in questa storia un gruppo di bambini incontra l’orco, l’uomo nero_ Daniele Gaglianone E’ estate. Siamo in un quartiere di periferia in una città del nord Italia. Sono gli anni settanta.
Il quartiere si abita di immigrati meridionali e del nord est, quasi a ricomporre una piccola babele linguistica. E allora c’è Carmine, Cinzia, Sandro e tutti i bambini della banda degli Alveari che giocano a sentirsi grandi in quel loro luogo mitico, nel loro regno, in quello che, animati dalla fantasia, chiamano il Castello, un vecchio deposito di rottami e ferraglia.

E poi c’è il dottor Boldrini (Filippo Timi), da poco trasferitosi nel quartiere. Un medico stimato, elegante, aristocratico, che nell’ignoranza della povera gente acquista ammirazione a prescindere.

Il film assume una struttura particolare, un continuo andirivieni tra passato e presente, in cui Carmine, Cinzia e Sandro sono ormai adulti. E mentre il primo trascorre le sue giornate al bar a bere, la seconda è impegnata in un consiglio di classe di scuola media, e il terzo, anziché lavorare, si lascia trascinare in un gioco infantile con il figlio di 5 anni, nel suo piccolo e disordinato appartamento.

Tre adulti dunque, alle prese con il quotidiano delle loro vite.
Qualcosa però non va. I tre non hanno ancora finito di fare i conti coi loro fantasmi. E allora riaffiora quella calda estate di giochi, il timore di quel medico che concedeva loro troppe attenzioni, le ruvide carezze di un mostro.

Torna alla mente il rapimento di Rosalia, la sorellina di Carmine, le violenze subite, le urla soffocate, la paura di confidarsi ai “grandi”.

E’ la storia di una battaglia contro il male assoluto che divora l’infanzia – scrive il regista Daniele Gaglianone.

E’ la storia di un gruppo di bambini che incontra l’orco, l’uomo nero.

La domanda è: quali tracce lascia dentro a una persona un’esperienza drammatica? Come si sopravvive all’incontro con il male? Come cambia la relazione con il mondo che ci circonda?

Una squadra di bambini bella, bellissima, che senza riserve recita con una ingenuità ed una purezza che sembra voler sfidare la corruzione e la violenza del mondo dei grandi.

Vince l’innocenza, o almeno l’orco cattivo muore, ma con lui non muore il dolore, lo shock, la delusione di chi è stato vittima del Male.

Un cast perfetto, un Valerio Mastandrea tragico, mai patetico, una Valeria Solarino che come sempre riesce a “spaccare lo schermo” con l’intensità di uno sguardo, uno Stefano Accorsi nei panni di un eterno Peter Pan che gioca a fare il “Drago Nero”, che rimanda e quasi nega l’incontro coi fantasmi del passato.
E poi c’è Filippo Timi, azzeccatissimo nel ruolo di pediatra psicopatico affetto da pedofilia.

Uno sguardo ad una realtà che spesso viene messa a tacere, quella delle piccole vittime di mani ruvide.
Un film d’impatto, sulle note di Le Luci della centrale elettrica, che non segue l’andamento regolare della narrazione ma che come un puzzle torna a far combaciare tutto, un’allegoria sul potere, sulla soggezione che proviamo nei suoi confronti e di quanto sia alto il prezzo da pagare se si decide di combatterlo.

Margherita Teodori

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