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1 novembre 2011

Gita al faro: immergersi in Virginia Woolf

Gita al Faro di Virginia Woolf rapisce.

Raccolta nella casa di villeggiatura nelle isole Ebridi, la famiglia Ramsay trascorre una giornata di vacanze in compagnia di qualche ospite. Per ventiquattro ore- che si dilatano per quasi 100 pagine ingannando il lettore – Virginia Woolf ci cala nella vita della signora e del signor Ramsay, dei loro otto figli, della pittrice Lily Briscoe, del botanico William Bankes. A ricondurre verso l’unità i personaggi che vagano tra stanze e corridoi, è il progetto di una gita al faro per l’indomani, che forse il maltempo impedirà.

Mentre si aspetta-si riuscirà a raggiungere il faro?- si è risucchiati dai personaggi, grazie a quel flusso di coscienza che la Woolf conduce più che abilmente, cullando il lettore tra i pensieri che si intrecciano nella mente dei protagonisti. La signora Ramsay tiene prepotentemente la scena. E’ in base a lei, alle sue impressioni, alle sue paure e speranze più intime che l’autrice fa muovere gli altri personaggi. E sembra quasi che i tratti più significativi del carattere degli altri – i figli, il marito e gli ospiti- emergano nel momento in cui vengono a contatto con lei che volontariamente o no, si impone. Ed è forse proprio questo imporsi che la rende affascinante agli occhi di chi legge. Più degli altri personaggi.

I moti dell’animo condivisi dal genere umano sono restituiti sulla pagina in modo perfettamente adatto a rendere la loro semplice –o complessa?-quotidianità. La rappresentazione dei dettagli, soprattutto emotivi non lascia mai la pagina e la capacità descrittiva non si esaurisce ai soli moti interiori. Si rivolge anche ai dettagli materiali, agli oggetti, alle scenografie. In particolar modo ai dettagli naturalistici. E quando all’inizio della seconda parte del libro si descrive il loro percorso, “gli aliti di vento” diventano quasi persone che danzano per i corridoi e le stanze della casa.

La seconda parte del libro si apre dieci anni dopo. La casa, anni prima centro dell’azione e collante tra i personaggi viene riaperta. Stavolta la signora Ramsay non c’è più. E’ morta. Con la sua morte si crea un vuoto. Ed è proprio questo ad essere rappresentato. Nessun personaggio riesce da solo o insieme agli altri a colmare quell’assenza. Tutto è cambiato, e questo cambiamento ripercorre a ritroso le metamorfosi, se ce ne sono, di ciascuno dei personaggi superstiti, anche e soprattutto attraverso la rievocazione delle figure che prima c’erano e che ora non esistono più. E finalmente, quella gita al faro così vagheggiata dieci anni prima si realizzerà. Seppur quest’approdo significa tanto, sono i personaggi a non approdare a nessuna certezza, lasciati come sono nelle loro insicurezze o meglio nell’insicurezza della vita.


Benedetta Michelangeli

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