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7 novembre 2011

L’eternità e due giorni

Il 5 ottobre 2011 negli Stati Uniti muore un uomo di 56 anni e rinasce un sogno. L’uomo è Steve Jobs, il sogno è quello americano, in parte sepolto sotto le macerie dell’undici settembre, in parte demistificato e incancrenito dall’attuale crisi economica. È lutto globale. I media e la rete abbondano di immagini e memorie, di attestazioni di stima e compianti. Lo store della Apple della Grande Mela diventa meta neopellegrini. L’esortazione all’università di Stanford, “Siate folli e affamati”, assurge a epitaffio e inno ad un tempo. La morte di quest’uomo offre l’occasione di celebrare la risurrezione di quell’ideologia che, prodotta secoli fa in Europa ha trovato nel Nuovo Mondo il luogo più adatto per meglio svolgesi e diffondersi, globalizzarsi.

Due giorni dopo Choepel e Khayang, due giovani monaci tibetani di 18 e 19 anni si immolano per l’indipendenza del Tibet contro l’invasione cinese nella regione del Sichuan, ai confini col Tibet. Dei testimoni oculari hanno riferito di aver visto i monaci inneggiare alla libertà civile e religiosa del proprio paese prima di darsi fuoco. (Con essi il numero di auto immolazioni per fuoco, dall’inizio di questo anno è stalito a sette). L’interesse per questo evento è stato scarso, specie se lo si paragona alla morte del magnate statunitense.

Al fine di sciogliere eventuali ambiguità è bene esplicitare che ciò che ci interessa non è mettere a confronto vite vissute in modo diverso, né intendiamo discutere del valore e del significato delle stesse. L’operazione che si intende fare è più semplice e forse per questo più illuminante: la semplice giustapposizione della nostra ricezione per due eventi emblematici di due mondi massimamente diversi.

Prossimi di soli due giorni, i due accadimenti sembrano separati da un abisso. Un’eternità sembra definirne le distanze e recitarne le discordie. Eppure, per il “miracolo” dei grandi numeri e cioè per l’effetto collaterale della democrazia, Jobs è santificato mentre Choepel e Khayang sono dimenticati.
Da una parte un uomo che si dice abbia “inventato il futuro”, e che certamente ha creato nuovi bisogni; dall’altra parte due giovani che hanno sacrificato la propria vita per rivendicare dei diritti sacri, e che pur non inventando niente, men che meno il futuro, testimoniano di fatto qualcosa di eterno. Se ci si sforza di rappresentarsi prima l’una, poi l’altra realtà nella loro concretezza s’intuisce quanto sia ampio il mondo e quanto tangibili siano i limiti delle nostre rappresentazioni. Ma tra un hot dog e la fila per l’ultimo iphone una di queste due realtà non ha che un destino periferico.

Uno sguardo a due realtà tanto diverse non può pretendersi puro e disinteressato al fine di un’analisi oggettiva, o come si dice in gergo “fotografica”. Queste due estreme alternative sono infatti il tessuto della vita di ciascuno uomo “moderno”. Noi universitari, ad esempio viviamo sulla pelle il declino dell’istruzione pubblica a vantaggio di quella privata e telematica, e di pari passo assistiamo (anche dentro noi stessi) ad una inadeguata replica a tale declino. Ciò dipende dalle cause implicite dei due eventi prima accennati: ideali individualistici, repressione dei diritti fondamentali. Noi studenti di quella che un tempo era considerata la più alta formazione, dovremmo volgere lo sguardo innanzitutto a chi come Choepel e Khayang è degno della morte più onorevole e del più grande rispetto.

Ferdinando Lubrano

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