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28 novembre 2011

Tearto Valle? Metafora della nostra Italia…

Il Teatro Valle Occupato? Una «pietra di paragone tra ribellione e immobilità, un permanente nulla di fatto» (Corsera, 25 ottobre).

Gli occupanti? Qualcuno li ha già ribattezzati «gli oligarchi». Attorno all’occupazione più celebre della capitale dai tempi dell’Università nel 1977 il clima sta cambiando, mentre l’iniziativa vive il suo primo momento di stanchezza. Certo, il Valle Occupato in qualche modo i galloni se li è guadagnati sul campo: dal 14 giugno sventando un opaco affidamento ai privati ha riscosso un successo mediatico enorme, la solidarietà convinta della cittadinanza, il concorso di decine di artisti, e oggi appare l’unico pezzo rimasto della primavera italiana, quella dei referendum e della vittoria alle amministrative.

Tra i sostenitori vanno ricordati il sindaco di Roma Gianni Alemanno e l’assessore alla Cultura Dino Gasperini: loro malgrado, perché incapaci di dare risposta alle istanze che l’iniziativa voleva veicolare, ne hanno aiutato la straordinaria riuscita.

Così il Valle a molti è sembrato l’unica concreta opposizione a una giunta capitolina che affonda nella mediocrità e non riesce neppure a tenere puliti i tombini, tant’è che dopo sei ore di pioggia s’allaga l’intera città. Figurarsi inventare un Teatro, e che Teatro, il Valle dove hanno visto la luce Cenerentola di Rossini e Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello. Eppure dopo le perplessità di luglio a firma Goffredo Fofi, da metà settembre è cominciato un rossiniano crescendo di mugugni. ( L’unità)

Perché cosi è: l’occupazione si è trasformata in un carnage di attori che interpretano politici,in uno spazio che ormai è diventato luogo pubblicitario. Immaginate i consensi per un films in uscita di un Elio Germano in prima fila al Valle o di una Guzzanti,che mentra iscrive le linee dell’occupazione,produttori le finaziano debutti al Teatro Olimpico. Mi pare che il Valle sia diventato un abile luogo di pubblicità socialmente utile a fini lavorativi. Un tornaconti necessario.

Un ricovero per disoccupati in attesa del posto fisso. Uno specchio che riflette lo status caratteriale del nostro governo e dei nostri governanti (ex?). È un respiro politico a tutti gli effetti. Si al valle ,ci si incarna nel presenzialismo,cosi un giorno si spera che qualcuno si ricordi di queste persone sconosciute,aspiranti eterni,per conferire un posto anche a loro.
Le incursioni Baliani o di Stein con laboratori gratuiti,fanno pensare ad una maschera,ad una vetrina?

la penna di Katia Ippaso – sul sito Lettera 22 – con femmineo entusiasmo degno d’una nouvelle Pangloss descrive l’occupazione come «il migliore dei mondi possibili», talmente migliore da essere un reality show. Dunque il Valle Occupato non sarebbe una forma di lotta, né una forma di gestione, ma una forma di rappresentazione, anzi di autorappresentazione, come L’isola dei famosi: ecco spiegato, sogghigna qualcuno, il successo mediatico.

il critico Attilio Scarpellini chiosa: «Molti meriti vanno a questa occupazione ma, bisogna ammetterlo, finora non è accaduto nulla di teatralmente rilevante».

Simone Nebbia il 24 settembre sul sito Teatro e critica, scrive di un incontro tra gli occupanti del Valle e i rappresentanti della scena indipendente, due realtà tra cui non corre buon sangue. E perché non andrebbero d’accordo? Dopo giravolte e tripli carpiati Nebbia ammette: «Nessuno (nell’assemblea ndr) ha saputo trovare una risposta concreta, e neanche io». Chi prova a rispondere?

Arriva un post del giovin teatrante Daniele Timpano presente all’assemblea: «C’è fortemente il rischio che l’“occupazione mediatica” del Valle illumini uno spazio dove non c’è proprio un cazzo di interessante, con centri di drammaturgia senza drammaturghi, utopie democratiche senza democrazia»

Il punto di svolta è lo Statuto: presentato il 20 ottobre scorso con la paternità tecnica dell’economista Ugo Mattei e spirituale degli occupanti, è il primo passo per trasformare il Teatro Valle Occupato in una futura Fondazione Teatro Valle Bene Comune e quindi il primo tentativo di applicare gli strumenti giuridici di Bene Comune alle attività culturali.

«Tecnicamente siamo di fronte a una privatizzazione mascherata – spiega sfogliando lo statuto Ugo Bacchella di Fitzcarraldo, Fondazione che lavora sui modelli di gestione nelle attività culturali -, il potere all’apparenza è nelle mani di un’Assemblea, formata dagli occupanti che si sono ribattezzati comunardi e che decideranno chi e come dovrà farne parte: dunque non è rappresentativa della cittadinanza, ma di un gruppo di privati che ha avuto l’idea di occupare un teatro. Più che a finti riti assembleari occorrerebbe dare spazio ai cittadini nella vita vera del teatro, e gli strumenti esistono».

Nel frattempo all’interno del Valle le assemblee a porte chiuse si sono fatte più dure, la cosiddetta dialettica interna lascia spazio ai personalismi, affiora un certo logoramento, ma gli occupanti non sembrano perdere compattezza. Finora è stata la loro carta vincente e potrebbe continuare a esserlo se non andranno avanti per inerzia e l’Assemblea saprà reagire allo stallo evidente, imprimendo un cambiamento di rotta. Altrimenti il Valle sarà davvero la metafora del paese, ed è una ben triste metafora.

entrare al valle significa,ad oggi,perchè in principio cosi non era,assistere all’affannosa corsa al potere di sindacalisti mutilati

M.R.

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