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3 dicembre 2011

I nuovi padri

Nella pubblicità di questi ultimi anni troviamo una figura maschile nel ruolo di padre potenziale, scarsamente aderente alla realtà.

I nuovi Padri

I nuovi Padri

Un giovane uomo riceve, dalla sua compagna, la notizia che diventerà padre. Lo si vede quindi alla ricerca di pennelli e barattoli di vernice e successivamente indaffarato a dipingere un locale in azzurro. Finito il lavoro, l’inquadratura si allarga e si vede che il locale imbiancato è un garage pronto ad ospitare la nuova auto…

Due giovani passeggiano per lo shopping, ad un tratto lei si ferma dinanzi ad un negozio dove si vendono corredini per neonati, lui si sente tremare le ginocchia e impallidisce, riprendendo colore solo quando si rende conto che l’interesse della ragazza non è per corredini e poppatoi, ma per le scarpe rosse della commessa…

Due ragazzi visitano un alloggio vuoto, forse sono alla ricerca di una casa, la ragazza entra in una delle stanze e guardandosi intorno come a misurare ad occhio pareti e spazi, chiede a lui: “Sai che cosa possiamo fare di questa stanza?” Lui la guarda tra il sorpreso e il terrorizzato e non sa come rispondere, mentre la musica di sottofondo evoca ninne nanne e carillon. Lei prosegue ”Abbattiamo quel muro, chiudiamo la finestre e facciamo una grande cabina armadio”. Lui riprende fiato e sorride.

In tutte e tre gli spot pubblicitari ciò che viene messo in evidenza è il terrore che lui prova all’idea di diventare padre, e conseguentemente, al pensiero di dover far fronte a nuove responsabilità. Se invece ci guardiamo intorno, non si sono mai visti tanti giovani padri condividere con i loro figli anche piccolissimi, esperienze, giochi e quotidianità. Non è un caso che sia nato un termine come “mammo”, brutto neologismo coniato dai giornalisti, come nota Maurizio Quilici (2010) nel suo volume, Storia della paternità. Dal pater familias al mammo, Fazi Editore, Roma.

In America, già negli anni ’60 e in Italia, all’inizio degli anni ’90, emergono, nel comportamento maschile, nuovi comportamenti, che indicano una evoluzione in atto, ed è una grande rivoluzione poiché si tratta di un nuovo tipo di rapporto che si va instaurando tra padre e figli. È noto a tutti che abbiamo alle spalle secoli in cui i padri iniziavano a stabilire una relazione effettiva con i figli quando questi erano ormai ampiamente “svezzati”, e stavano per entrare nel mondo della scuola. Oggi invece i nuovi padri hanno imparato ad occuparsi dei bambini anche piccolissimi, non disdegnando di cambiare pannolini, di fare bagnetti e somministrare biberon preparati con cura e attenzione alle dosi e alle temperature.
“Nascono”, piano piano, i “nuovi padri”, o “mammi” come li chiama la stampa: uomini più estroversi, più pronti a farsi carico dei figli e dei loro problemi, più capaci di esercitare la parte femminile che è in ogni maschio” (Ibidem: 492).

Ma a quando possiamo far risalire l’inizio del nuovo rapporto?
“(…) un femminismo duro e radicale, la diffusione del lavoro femminile aprono in famiglia e nel rapporto con i figli spazi che per antica tradizione erano appannaggio esclusivo delle donne. Spazi ai quali l’uomo si affaccia prima timidamente, poi con sempre maggior vigore e convinzione, fino a scoprire che essere padre non basta, si può anche fare il padre; non solo ridursi a incarnare il principio di autorità o a contribuire economicamente al sostentamento della famiglia ( e neppure a indirizzare i figli ai futuri impegni nella vita); la paternità è anche arricchimento, maturazione comune, gioia, scoperta. E ancora tenerezza, empatia, vicinanza fisica e mentale, calore, odore, incontro di sguardi, carezze.

Alcuni tratti sintomatici della paternità di una volta – come il sostegno economico e il ruolo di intermediario fra la società e la famiglia – sono oggi ridotti, mentre ne emergono altri storicamente del tutto nuovi. La fisicità, per esempio. Gli uomini di una volta erano atterriti dalla sola idea di maneggiare un neonato, e se non lo erano ci pensava l’universo femminile a tenerli rigorosamente a distanza. Ora i padri amano toccare, sentire, stringere il corpo dei figli. È un cambiamento da tenere in gran conto, poichè attraverso il contatto fisico passano messaggi molto importanti e la tenerezza espressa anche con il corpo rafforza a tutti i livelli la relazione” (Ibidem:491.)

Sull’istinto materno, sul fatto che la donna sia strutturata dentro e fuori per essere madre tutto si sa, ma non altrettanta informazione avevamo circa il “cervello paterno”. L’interessantissimo volume di Louanne Brizendine, 2010, Il cervello dei maschi, Rizzoli Editore, Milano, segue di pochi anni il suo omologo, Il cervello delle donne, stessa autrice e stesso editore italiano. In quest’ultimo viene ampiamente esaminata l’organizzazione del cervello maschile, mediata dagli ormoni che attivano alcune zone del cervello, quando si prepara a diventare padre e quando si trova a doversi confrontare direttamente col nuovo nato. I bambini dalla nascita richiedono cure assidue e continue e a questo scopo Madre Natura ha forgiato un legame biologico praticamente indissolubile fra genitori e bambino: è come se agitasse la sua bacchetta magica sul cervello dei genitori, facendoli innamorare perdutamente del loro piccolo. Gli scienziati sanno che i circuiti cerebrali che si erano attivati quando i genitori si sono incontrati e innamorati l’uno dell’altra sono gli stessi che si sono attivati per assicurare al nuovo nato la presenza e le cure dei genitori. Le frecce di Cupido erano imbevute di potenti sostanze neurochimiche come la dopamina e l’ossitocina e, proprio come nell’amore di coppia, il legame fra i circuiti cerebrali del neonato e quelli dei genitori viene rafforzato dal contatto pelle a pelle e dal fissarsi reciprocamente gli occhi e il viso. I ricercatori hanno dimostrato che il viso di un bambino, con le sue guance morbide e gli occhi grandi, attiva in un settimo di secondo la zona particolare del cervello che determina l’istinto parentale (idem: 114-115)

Quindi padre e madre sono biologicamente predisposti ad accogliere in tutti i sensi la nuova creatura, ma papà e mamma sono diversi nel loro rapporto col figlio.

Louanna Brinzedine, ci descrive con grande efficacia come un neonato poco dopo la nascita, conosce già la differenza tra mamma e papà….Papà ha la voce più profonda, mamma mani più morbide e parla come se cantasse. Perfino nel buio della notte sa quale genitore si china sulla sua culla per occuparsi di lui… Per i padri è difficile competere con il forte e biologico legame d’affetto esistente tra madre e neonato: all’inizio il bambino è più legato al genitore che possiede appetitosi seni pieni di latte, e le intense e piacevoli sensazioni dell’allattamento al seno rafforzano ulteriormente il legame della mamma col bambino.(L.Brizendine, Il cervello dei maschi:118)

Il discorso sarebbe lungo per elencare differenze, somiglianze tra ruoli e comportamenti materni e paterni nei riguardi del bambino, ma ciò che è importante sottolineare è che il padre e la madre sono dotati di precise competenze che possono proficuamente concorrere alla crescita e all’educazione dei figli, tuttavia i ruoli devono essere ben precisi, complementari e non sovrapporsi, a scapito della crescita del bambino e del suo equilibrio emotivo.

Di fronte a questa rivoluzione di rapporti, nata anche dalla necessità di fronteggiare la situazione, anche questa, abbastanza nuova di una donna sempre più spesso lontana da casa per questioni di lavoro, occorre riflettere su aspetti positivi e negativi. Che pure esistono in una situazione simile a quelle descritte e che a primo acchito sembrerebbe solo positiva.

Maurizio Quilici, nel suo Storia della paternità, a pgg. 492-493 scrive: “Felicemente in via di estinzione il padre-padrone, il mammo è l’eccesso opposto. Ma attenzione: quanto preoccupa – e giustamente – molti psicologi non è tanto l’aspetto dell’accudimento paterno, che ha fatto propri molti comportamenti tradizionalmente della madre. Cambiare pannolini o spingere una carrozzina, preparare una pappa o accompagnare i figli a scuola non intacca certo il modello maschile di padre.
Quello che invece comporta dei rischi è l’aspetto sommerso, inconscio della “maternizzazione” paterna. Una vera e propria mutazione psicologica della quale non possiamo non preoccuparci. Penso per esempio, al senso del possesso nei confronti dei figli, tipicamente femminile e oggi, per la prima volta anche paterno. Penso al senso di protezione, conservazione, vicinanza che è sempre stato materno laddove compito del padre era quello di spingere i figli verso la vita, con i suoi rischi e la sua durezza. Oggi non è più così: padre e madre sono pienamente concordi nell’evitare ogni difficoltà ai figli, nell’esaudire ogni loro desiderio, nel “risparmiare” loro il momento dell’allontanamento e nel tenerli avvinti a sé. Col risultato di avere in casa perenni ragazzi che a trent’anni e passa non nutrono alcun desiderio di una vita autonoma, perché mamma e papà pensano a tutto. Peccato che essi non siano eterni e che un giorno quei giovani saranno essi stessi genitori difficilmente in grado di insegnare a vivere ai propri figli”.

Il pericolo che si corre oggi è proprio quello che i nuovi padri perdano le caratteristiche maschili per imitare la figura materna, di cui possono essere solo la brutta copia, o comunque solo una copia abdicando a quello che è il loro compito preciso nell’ambito dell’educazione del figlio. La madre è colei che svolge il ruolo di soddisfazione di bisogni primari come la nutrizione, la cura fisica e costituisce il primo oggetto di attaccamento il che porta alla creazione di una relazione di stretta dipendenza.

Il rapporto col padre prevede tutt’altra funzione. Esso ha un carattere ludico e tutto ciò che il padre fa per il bambino dovrebbe avere questo tratto, al fine di favorire l’esplorazione dell’ambiente da parte del bambino, il contatto con il mondo esterno e il progressivo distacco del bambino dalla mamma. Compito del padre inoltre riguarda l’aspetto dello sviluppo sociale del bambino, che entra a far parte del mondo che lo circonda con regole precise, via via insegnate dal padre e che devono essere rispettate nel rapporto con la società.

Alessandro Bertirotti

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