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21 dicembre 2011

Il loro Natale, di Gaetano Di Vaio

“La vita forse fa schifo, ma in fondo ne vale la pena, grazie a queste donne, vestali dell’unico motivo per continuare a vivere: l’amore.”Napoli. E’ la vigilia di Natale e Maddalena, Mariarca, Titina e Stefania preparano il “pacco” da portare in carcere e rimediano i soldi da lasciare ai congiunti carcerati per i generi di prima necessità.

Sono madri, mogli, figlie, la cui vita è scandita dai faticosi colloqui settimanali al carcere di Poggioreale, in cui, dopo ore di estenuanti code riescono finalmente a guadagnarsi il diritto di parlare 50 minuti colla persona cara.

La videocamera accompagna il cammino dei familiari, le difficoltà quotidiane legate alla sopravvivenza di provvedere a se stesse, ai propri figli e ai congiunti detenuti.

Sono storie di solitudine, di problemi che raccontano anche un’enorme forza d’animo. Sono storie di donne che non hanno un lavoro fisso, e che ogni giorno lottano per mandare avanti la “baracca”, per crescere i propri figli senza che la sofferenza gravi su di essi.

Sono storie di povertà, di tombole organizzate a casa pur di tirare su qualche spicciolo, sono storie drammatiche, disperate, in cui la camorra sembra spesso essere l’unico aiuto al quale aggrapparsi.

Il regista Gaetano Di Vaio sceglie col film-documentario Il loro Natale di dare voce a un’umanità troppo spesso dimenticata:

“Ho voluto fare questo film perchè dentro di me è sempre fortissima l’esigenza di raccontare l’esperienza drammatica del carcere e di chi, anche non essendo detenuto, vive in stretto rapporto con questo universo.”

Partendo da una esperienza che il regista ha vissuto in prima persona, ossia quella della detenzione, questo film rappresenta la possibilità di mostrare quella “fetta di torta” totalmente abbandonata a se stessa, dimenticata dalle istituzioni e dalla cosiddetta società civile.

Scrive Gaetano Di Vaio:
“Il ricordo dei colloqui con mia madre nell’inferno di Poggioreale, del calvario che ogni settimana era costretta ad affrontare insieme alla mia giovane moglie e a nostro figlio piccolo, sono stati a lungo il mio tormento.”

Le donne di Di Vaio non sono donne recluse è vero, eppure non possono dirsi “libere”. Sono donne che raccontano le loro storie senza mai fare del vittimismo, sono mogli che non hanno mai smesso di farsi belle per i loro mariti anche quando sanno che in quei 50 minuti di colloquio non possono lasciarsi accarezzare, sfiorare da questi.

Di Vaio allora si indigna, denuncia, a volte urla per dare voce a un mondo femminile custode della dignità umana, anche dove questa viene calpestata senza ritegno.

Margherita Teodori

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