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13 dicembre 2011

Sherlock Holmes: Gioco di ombre …e il passato diventa “figo”


Ma che fine avrà mai fatto quella vecchia pipa impolverata, quel modo di vestire antiquato, quelle ragnatele che circondavano le rilegature del mio vecchio tomo intitolato “Sherlock Holmes” firmato Sir Arthur Conan Doyle?

La polvere è scomparsa. Al suo posto mi ritrovo questo simpatico smargiasso, un Robert Downey Jr scaltro e veloce, esemplare nella caratterizzazione di un folle, innamorato della sua libertà tanto quanto del suo amico Watson/Jude Law, nemico del suo stesso cervello che gli proibisce la spensieratezza ma lo conduce a salvare il mondo.

Invece che dalle pagine i miei occhi sono elegantemente sospesi tra sequenze d’azione ed effetti speciali, il tutto giocato su una trama adeguata allo scopo, non troppo elaborata ma che non rinuncia alle pregevoli congetture e alle investigazioni senza fare a meno del fascino e della suggestività di viaggi oltre i confini, di esplosioni scellerate, di catastrofi proclamate e anticipate.

Una sintesi un po’ provocatoria? Il passato è divenuto “figo”. Ebbene si, sembra approssimativa come sintesi, eppure è proprio questo che accade dinanzi ai nostri occhi. Le ambientazioni magiche della Vecchia Europa (viaggiamo tra Inghilterra, Francia, Germania e Svizzera) sbrindellano i fasti dell’America di oggi, evocando un fascino troppo audace per resistervi. Ed ecco i treni a vapore, i vecchi palazzi, il legno sontuoso e pesante delle ambientazioni alternarsi ai paesaggi mozza fiato non ancora totalmente succubi dell’incuria umana che pure si intravede all’orizzonte.

Downey Jr simboleggia perfettamente il vagare del contemporaneo dalla magia tecnologica del futuro (che rappresenta con Iron Man) alla magia mistica del passato (che troviamo con Sherlock Holmes). Non è un caso che sulla strada di Sherlock e Watson compaia una zingara cartomante, non è un caso la messa in discussione del vincolo sacro rappresentato dal matrimonio. Ragione contro fede in uno scontro movimentato, acceso, violento, senza pause che lascia lo spettatore senza fiato. Uscirete dalla sala con la sensazione di avere appena affrontato una corsa, con l’adrenalina ancora in circolo e il desiderio di non scappare da quella atavica misticità basata su una vita ancora più umana che informatica, sulla forza dei muscoli più che dell’acciaio (che pure, ovviamente, riesce ad avere una parte di rilievo).

Benvenuti alla festa del passato dunque. Ovviamente non sarà come ve lo ricordavate. La scrittura del libro è uno spunto, un pretesto ma (fortunatamente) non un modello rigido. Dio ci scampi dall’ennesima brutta copia di un capolavoro letterario (in questo caso copia in sequel, un orrore anche solo da pensare).

Vedrete un passato impregnato di futuro, un montaggio velocissimo, una regia che non ammette pause, una recitazione audace, travestimenti, un pizzico di violenza e una simpatia inarrestabile come i cazzotti del protagonista.
Pecca del film? Come al solito più si carica l’eroe più si rischia di ridurre le spalle. Perfino il leggendario Moriarty, nemico letterario di Holmes, non regge il confronto con Downey Jr. Non bastano gli occhi di ghiaccio. Perfino Jude Law (non ho detto Watson volutamente) è un buon alfiere per la sceneggiatura ma la sua abilità resta suggerita ma non esperita. In ogni caso si tratta di dettagli. La forza del film è nel suo insieme, nella forza dell’ambientazione e nella genialità di Robert Downey Jr.

Una formula ben costruita che preannuncia un successo matematico, così come i ragionamenti del protagonista. Potete già iniziare a mettervi in fila per Sherlock Holmes Parte III. A volte ritornano, a volte sembrano fatti apposta per ritornare.

Tommaso Ceruso

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