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15 dicembre 2011

The Artist: diamo voce al cinema muto

Progetto nato in sordina quello di Hazanavicius, atteso come un pastiche del cinema muto ma che in realtà porta alla luce tutt’altro che una mera revisione malinconica di un’opera del passato. Una storia volutamente semplice e lineare che narra di George Valentin, un attore spaccone divo del cinema muto finito in rovina con l’avvento del sonoro. Tale passaggio è personificato dall’attrice esordiente Peppy Miller, interpretata tra l’atro da una graziosa Bérénice Bejo.

La banalità della storia dagli accenti melò è strettamente funzionale a ciò che il film vuole realmente trasmettere ed è utilizzata, come dice il regista stesso, per “giustificare il perché di un film muto”. La sceneggiatura rende vita facile al pubblico facendo riscoprire un linguaggio profondamente visuale, in grado cioè di creare un passaggio diretto tra la forza pensiero dell’autore e lo spettatore. Le emozioni sono veicolate senza una trama complicata né dialoghi incalzanti ma dalle immagini stesse che mutano in funzione del sentimento che esprimono. Di facile intuizione sono i momenti di felicità, espressi da un lucido contrasto, e i momenti più bui caratterizzati da un grigio confuso. Se si pensa a un cinema inteso e relegato ai soli ‘intellettuali’ si commette un errore, considerando che il pubblico degli anni ’20 era sicuramente di poca cultura. Anzi le immagini di quei tempi dovevano essere molto dirette e concise, proprio in funzione di quel tipo di spettatore. Oggi con un pubblico colto, poiché ha assorbito e assimilato l’arte cinematografica, di sicuro più cosciente ed esigente, l’idea di riportare il cinema a un linguaggio elementare è vincente.

La regia è curata e si serve di attori di alto livello, perché evitano il più possibile di cadere in uno slapstick pretenzioso anche se giustificato dal genere. Gli attori comprimari sono stati scelti per la loro espressività corporea ed estetica, così come il piccolo cane del protagonista che lo ‘equilibra’, come afferma il regista. Valentin è infatti orgoglioso ed egocentrico, uno sbruffone che commette molti errori, ma il pubblico, vedendo il cane che tanto ama il suo padrone, è portato da subito a pensare che qualcosa di buono deve esserci nel personaggio.

Allargando gli orizzonti si può in fine inquadrare questo film nell’odierno periodo storico, attraversato da due tendenze antitetiche: la prima dei grandi film dagli effetti onnipotenti; l’altra, sempre meno di nicchia, che può fare a meno del progresso tecnologico mostrando un’idea forte, una forma semplice e chiara e uno stile, ben rivisitato, che ha ancora molto da dire.

Giuseppe De Lauri

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