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28 dicembre 2011

Tre colori: Film Bianco di Krzistof Kieslowski

Realizzato dal regista polacco Krzistof Kieslowski, e prodotto da un cimento come Martin Karmitz, “trois couleurs: blanc” è il primo film della trilogia ,che vedrà in successione “film rosso” e “film blu”. Distribuito dalla BIM nel 1994, e con la fotografia di Edward Klosinski, film bianco racconta di Karol,parrucchiere polacco,che vive a Parigi dove è sposato con la bella Dominique. Improvvisamente viene abbandonato dalla moglie,si ritrova senza lavoro ed è perseguitato dalla polizia. Il destino sembra accanirsi contro di lui ma l’incontro con un compatriota e il suo rientro in Polonia gli serviranno a pareggiare i conti.

Non è un caso che si parli di pareggio dei conti da parte dell’eroe,infatti,la trilogia serve da espediente a quello che è un progetto superiore: raccontare quelli che sono i valori della rivoluzione francese attraverso ,appunto,i tre colori. Eguaglianza(film Bianco), fratellanza( film Rosso) e libertà(film Blu).
Presentato al 44° festival di Berlino,il film non ebbe il successo dei suoi successori ,ma concretamente evidenzia gesti di regia del miglior Kieslowski,in cui egli antepone a questa storia di imbarazzo esistenziale,malessere,il suo gusto per quel lirismo caustico e satiresco per i nuovi miti del presente.

Mentre in Film Rosso e Film Blu,il colore ha una reale drammaturgia,in film bianco si esprime solo come momento decorativo.
Quella non-fotogenia del bianco,in quanto non colore fa si che esso simboleggi la neve della Varsavia anni’ ’90.

La struttura filmica ,cosi gentile e riservata,punteggiata da un’alone di presenza/non-presenza,a primo sguardo, sembra voler desiderare disegni tristi e melanconici,ma è piuttosto,come definisce lo stesso regista, una commedia lirica,o nel suo ossimoro una commedia triste.

L’eroe si trova in situazioni terribili, e noi pare ne ridiamo, in quanto lui a subirle e non noi. La brevissima sinossi dell’occhio esterno che guarda l’eroe è la prima denuncia di un classismo inadeguato che deride l’individuo,costantemente, rendendolo disagiato, un perpetuo grido da inetto.

Ed è per questo che Keislowski restituisce alla scrittura dei suoi personaggi,provenienza,estrazione sociale e mestiere. Cercando di colpire quel proletariato arricchito,che s’avvinghia ad ottenere più di quanto il destino ha potuto offrirli – non è di ripiego che Karol faccia il parrucchiere,in quanto facilita quel disamore rinfacciato di Domnique,perché è un mestiere che permette di avere contatto con il femminile,lo stesso che sarà causa dei suoi guai.

La scrupolosità di Kieslowski è disarmante. Regista ed intellettuale sociale e moderno, silenziosamente inquietante, sprezzante e sensibile allo stesso tempo, i suoi occhi fanno di lui un samurai del cinema, capace di girare a meno 20°,ed esigere una messa in scena e un montaggio in cui il massimo attoriale raggiunge tre figure davanti la macchina da presa. Un Kieslowsli europamente sofocleo.

Il modus operandi del regista,innalza un grande tema a lui caro: Varsavia. inscenata nella sua irrequietezza, ed espressa nella sua aggressività sociale,in cui la gente vuole guadagnare a tutti i costi. Come ,a parole del regista,fosse questa l’aria che vibra a Varsavia e suoi abitanti vibrassero con lei.

Inoltreprende voce una certa riflessione sulla condizione filosofica del regista. Spesso i suoi film girano intorno alla morte, in film bianco Karol finge di uccidere Mikolaj,forse per incapacità,o meglio ,perché non vuole. Si evince una naturale paura della morte,dove esperienza vuole che siano sempre glia altri a morire,pur sapendo che un giorno toccherà anche a noi.

Lo stesso Kieslowski ci ricorda che nei suoi film ci sono moltissime morti “vere”,in film bianco Karol inscena la propria morte,fingendo per ottenere il suo scopo. È un gioco,che lo stesso,considera pericoloso a tal punto da pensare che quando è presente,allora si aggira davvero intorno a noi. Il tema della morte inquieta e imprigiona il regista.

L’impressionante direzione degli attori è un’altra prova di come Kieslowski aspiri al controllo totale dei proprio film. Il lavoro di July Delpy (Dominique) e Zbigniew Zamochowski (Karol) si apre ad una gestualità ,quasi studiata a tavolino,poco spontanea,ad un linguaggio del corpo che manifesti l’interiorità dei personaggi. Ogni movimento e gesto erano diretti tenendo conto di una certa dimensione felina,animalesca; il loro muoversi doveva quasi ricordarne l’atteggiamento.

Un regista come Kieslowski che fonda l’anima dei suoi film proprio attraverso quell’attorato specifico,minuzioso,ha portato la Delpy ad un percorso di distacco dalla sua natura intrinseca d’attrice,portandola ad un piano di ricerca estrinseco,nella quale l’aggressività eterea e la bellezza da fantasma espresso dal personaggio hanno restituito quel sentimento che appartiene a Dominique, nella sua evoluzione\involuzione – una figura profondamente umana.

Mentre,il percorso di amplificazione del personaggio di Zamochowsli,ha fatto si che la condizione di Karol,fosse come un fato in ebollizione, capace di consegnare quell’eguaglianza giusta(??!!),giustizia comprata\rubata\meritata ad ogni costo. Il percorso dell’attore ha delle evidenti difficoltà,dove il talento dello stesso si manifesta perfettamente nella sensibilità microscopica del personaggio. Scrupoloso, una gestualità goffa e commuovente si lemmatizza con l’occhio esterno che guarda.

L’ambizione artistica di Kieslowski non ha una cinefilia scontata,anzi ne è priva,il sentimento e la ricerca dell’autore,che più volte lo porteranno ad una volontà di smettere di filmare, si incrociano con una necessità legata all’uomo. Attingere all’umanità,il complesso studio dell’uomo nella vita è lo specchio dell’affamata tragi-comica condizione dei suoi personaggi. È il suo istinto leopardiano che si rilascia nella speranza dell’amore,della vita. L’opera dell’autore è la sua unicità,ovvero,quello sguardo individuale e intellettuale sulle persone,sui rapporti umani. Il suo studio come autore-artista è mettere sotto una lente l’uomo.

Un opera poetica,lirica capace d’un artigianato umano che restituisce una condizione esistenziale di malessere ,senza rinunciare all’umorismo nero che la speranza dell’amore comporta. Un volo d’uccello che risulterà umiliante. Uno spirito d’uguaglianza che si dipana nella diseguaglianza dell’eroe, rispetto a chi lo circonda. Una lezione di cinema,di racconto, in cui intrappola lo spettatore nell’attesa del significato,lo induce alla concentrazione assoluta.

Mauro Racanati

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