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27 gennaio 2012

Il giorno della memoria o il giorno delle storie?

Il giorno della memoria è il giorno in cui milioni di storie riaffiorano alla superficie. Solo ascoltandole possiamo immergerci in quello che è stato.

Lo chiamano il giorno della memoria perché tutti possano ricordare, ma per quelli che hanno vissuto la tragedia degli olocausti il ricordo è un pugno nello stomaco.

Ricordare le ossa smunte dalla fame, la follia di un odio profondo verso un diverso, la follia di un odio talmente radicato che più che verso gli altri sembra rivolto a se stessi per quanto è capace di divorare l’animo umano.

Eccolo presentato l’odio antisemita che ha investito tutta l’Europa nella prima metà del XX° secolo. Stretti dalla morsa di una crisi economica, supportati dalle nuove scoperte darwiniane sull’evoluzione della specie riadattate alla società, disorientati da una forte instabilità politica, con sguardi avidi e invidiosi masse di uomini hanno deciso di seguire il sogno di una purificazione sociale presentato da intellettuali, scienziati e politici.

La vera tragedia da ricordare è che una razza, quella umana, ha svenduto la sua umanità. E neanche al miglior offerente.

Milioni di storie si intrecciano, si snodano e si slacciano intorno a quegli anni bui, come corpi coinvolti in una danza mortale.
Milioni di storie si accavallano come sussurri in una chiesa affollata.

Uno di questi sussurri è diventata voce alta e chiara dieci giorni fa, il 17 gennaio, a Castellammare di Stabia (NA) nella Parrocchia di S. Antonio di Padova in occasione della “Giornata per il dialogo ebraico – cristiano”.

Davanti ad un gremito gruppo di persone d’ogni età tra cui molti giovani, la signora Alberta Levi Temin, ebrea di 92 anni, ha voluto raccontare la sua storia, per non ottenere nulla se non uno spazio nella nostra memoria per quanto accaduto.

Il giorno della memoria 27 gennaio raccontato dalla signora Alberta

La signora Alberta ha raccontato il suo incontro ravvicinato col nazismo, a soli 18 anni, nel ’43.

Abitava a Ferrara e per lei e la sua famiglia il vero inferno iniziò quando il generale Badoglio annunciò la caduta di Mussolini ma non la fine della guerra. In quel limbo politico costellato di ebrei, nazisti e italiani antisemiti, la famiglia Levi dovette scappare a Roma, per non essere riconosciuta come ebrea (cosa invece nota a Ferrara), per immergersi nell’ anonimato, per iniziare una nuova vita diluendo i propri volti in quelli della folla della capitale.

Perché in quel clima di incertezza niente più li tutelava. Ospite a casa degli zii romani, anche loro ebrei, l’illusione di una vita tranquilla durò un paio di giorni.

I nazisti fecero irruzione nell’appartamento e portarono via la zia, il cugino, la madre e la sorella della signora Alberta.

“Ricordo ancora che la sera prima mio cugino suonò Chopin. Fu l’ultima volta che lo vidi.”

Un solo ordine, scritto in italiano su un biglietto: portare una bottiglia d’acqua e i documenti. Da questo lungo viaggio non erano esentati neanche gli anziani e gli ammalati gravi.

Alberta invece si salvò, come dice per lei, “per caso”. Non appena sentì i rumori il suo istinto la trascinò fuori al terrazzino per farla nascondere dietro le imposte, che erano state spalancate per dare il benvenuto al sole in quella che sembrava una giornata come le altre.

“Ero impietrita. Non riuscivo a muovermi. Non sono neanche sicura che respirassi.”

Mentre i tedeschi urlavano, la sorella chiuse le imposte delle finestre affinché Alberta non venisse scoperta.
Da qui la storia si fa più complicata: Alberta riuscì ad uscire di casa, raggiungendo il padre che dormiva altrove.
Segue poi il racconto di quella travagliata giornata, della ricerca di un posto in cui stare, della disperazione sorda che fischiava nelle orecchie al pensiero della distruzione della propria vita così come la si conosceva, della distruzione delle persone che si amano.

Alberta si ritiene una miracolata. Perché la stessa sera la madre e la sorella riuscirono a scappare dai nazisti spacciandosi per cristiane, non avendo con sé documenti che avrebbero potuto testimoniare il contrario. La loro vita ebrea era a Ferrara, e lì, senza risultare in alcun registro, l’anonimato divenne il loro salvatore.

Nei giorni a seguire però ad altri ebrei non toccò lo stesso destino. I parenti di Alberta morirono nelle camere a gas. Sotto una doccia di morte, esalarono l’ultimo respiro per essere, semplicemente per essere ebrei.

Nel giro di qualche giorno da quel 15 ottobre, 244 bambini ebrei morirono.

Quando si sente parlare la signora Alberta qualcosa si muove inevitabilmente dentro di noi. Sono quei tasti d’umanità che vengono toccati, come corde sottili di uno strumento, quello dell’empatia umana, che fa vibrare la nostra tristezza, la nostra paura, la nostra gioia. Perché queste non sono storie. È vita.

Per noi giovani conoscere il passato non è mai un optional. È un dovere. È il dovere di non far dissolvere quelle vite che sono state bruciate negli inceneritori, di non perdere quelle storie finite nelle camere a gas, quelle esistenze esalate con il girare di una manovella.

Ma soprattutto, il nostro dovere è riconoscere che a muovere le fila della Storia sono le nostre azioni.
I vecchi sentimenti non muoiono mai. Il nemico ieri si chiamava Ebreo, oggi si chiama Rom e domani… potrà avere un nome del tutto nuovo.

Il razzismo è un’ombra dell’umanità non di un periodo storico.

Proprio per questo serve capire, serve sapere per poter agire diversamente. Non ci dobbiamo mai stancare di ricordarlo. Da quelle sofferenze deve nascere qualcosa: deve nascere un “noi” pieno di senso civico e rispetto per il prossimo.

Solo così quelle morti da insensate che erano riacquisiranno un senso. Solo così potremmo fare di quelle brutalità un’opportunità di cambiamento, di maturazione.

Perché, come diceva De Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.

Di quel letame caduto sull’umanità, l’unica nostra chance è far rifiorire un campo laddove v’è terra bruciata.

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