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27 gennaio 2012

La memoria come strumento di educazione collettiva

Sono passati quasi settant’anni, per la precisione 67, da quando i cancelli di Aushwizt si aprirono, svelando al mondo intero gli orrori dei campi di sterminio.

Si sapeva già da tempo ciò che il regime nazista stava compiendo, ed erano anni in cui la lunga scia di sangue del secondo conflitto mondiale attraversava ormai molte parti del pianeta. L’orrore era dunque negli occhi dei soldati e della gente comune, eppure l’impatto con quegli uomini e donne, trasformati in fantasmi, in relitti umani, privati di tutto persino della dignità e della facoltà di scegliere della loro vita fu devastante.

L’umanità intera sperimentò fin dove poteva spingersi l’odio, la violenza, il disprezzo per l’altro, la cieca violenza, e fu un autentico shock collettivo. Da più parti si levò il grido “Mai più”, si individuarono strumenti e strategie per evitare che ciò che era accaduto non si ripetesse.

L’eccidio compiuto in quei recinti di filo spinato, dove la vita di un uomo valeva meno di nulla, doveva insomma servire da monito per tutti.

L’uomo tuttavia spesso dimentica, e il corso della storia ha seguito percorsi diversi. Le buone intenzioni si sono infrante di fronte al desiderio di sopraffazione , alla volontà di onnipotenza, all’affermazione aberrante di una presunta superiorità di un uomo rispetto al proprio simile.

Ed è così ,che dopo quel tragico 1945, tante piccole e grandi Auschwitz sono esistite e continuano purtroppo ad esistere in molti angoli del pianeta.

Nonostante i grandi progressi compiuti sul piano dell’affermazione dei diritti umani, quei deleteri sentimenti di distruzione, continuano a manifestarsi in vari modi: attraverso conflitti e massacri etnici, religiosi, economici o in forme più subdole, ma non meno pericolose, che portano a compiere discriminazioni di varia natura, a sviluppare atteggiamenti ostili verso il”diverso”, sia esso straniero , di religione diversa o di orientamenti sessuali differenti.

Ecco perché giornate come quella di oggi, non devono servire soltanto per fermare il tempo e ritornare a quei tragici giorni, per ricordare chi fu ucciso cosi barbaramente.

Questi elementi sono importanti, ma devono essere accompagnati da una presa di coscienza maggiore, dal rafforzamento cioè dell’idea che siamo tutti figli di un’unica razza, ciascuno con le proprie peculiarità. Siamo cioè esseri uguali e diversi.

Deve maturare la consapevolezza che il diverso da se, non è da considerarsi come un pericolo, ma come una risorsa utile alla crescita collettiva ed individuale e per costruire un nuovo mondo in cui, pur non rinunciando alla propria identità, si costruisca una nuova umanità plurale e unita dalla volontà di costruire un mondo migliore.

La memoria quindi, non solo come ponte con il passato ma come strumento di educazione collettiva.

Considerazioni queste, potrebbero apparire ormai come dati acquisiti, ma se si riflette, non lo sono a pieno, considerato il periodo storico segnato dal revisionismo e dal negazionismo, e in cui spesso riaffiorano quelle deleterie teorie che costituirono il terreno su cui sbocciò il fiore del male assoluto, che portò a quell’ignominioso sterminio.

Vincenzo Amone

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