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26 gennaio 2012

Milano, capitale dello stage “made in Italy”

Che il nostro fosse il paese degli stagisti non è certo una novità.
Si calcola che Italia siano ormai oltre 500.000 i giovani che ogni anno affrontano quest’esperienza sorretti da un’unica, circolare speranza: svoltare.

C’è chi la vede come una soluzione temporanea, un modo, una parentesi per fare esperienza in attesa di tempi migliori, e chi, invece, lo vive come un vero e proprio punto d’arrivo, un modo come un altro di arrangiarsi, vista la situazione non certo rosea del nostro mercato del lavoro.

Insomma, comunque vogliate vederla, quello degli stagisti è un fronte in continua crescita, una vera e propria forza espansiva di cui ancora non si conosce la geografia esatta.

In attesa però di una cartografia specifica dello stage in Italia, possiamo già indicare con certezza la capitale di questa sorta di nazione nella nazione.

Non è difficile. Anzi sono sicuro che ci siete già arrivati da soli.

Ebbene sì, parliamo proprio di Milano.

È il capoluogo meneghino la grande capitale dello stage italiano: 13mila gli stage sul territorio comunale, cifra che tocca quota 16mila se si considera l’intera area metropolitana.

A fare il punto della situazione è proprio il Comune di Milano, che ha chiesto alla testata online “Repubblica degli Stagisti” di effettuare un’indagine sul tema.

A cosa dobbiamo, dunque, questa iniziativa? Ce lo spiega la promotrice, Cristina Tajani, assessore comunale alle Politiche del lavoro, Università e Ricerca.

“Milano è centrale nel panorama produttivo nazionale, per questo – spiega l’assessore – l’amministrazione ha voluto costruire un quadro chiaro della situazione. È nostro interesse promuovere un’efficace transizione dalla formazione al lavoro. Lo stage può essere strumento utile solo se usato correttamente, nel rispetto delle norme e dei ragazzi. Dalla ricerca emerge una realtà assai differenziata”.

Ma procediamo con ordine.

Sette le università milanesi al centro di questa laboriosa mappatura: Statale, Bicocca, Bocconi, Iulm, Politecnico, Cattolica e San Raffaele, cui si aggiungono tre uffici della Provincia di Milano (il Centro per l’impiego di Viale Jenner, il Jobcaffé di Afol Milano, il Centro per l’impiego di Melzo Afol Est Milano) e l’Istituto di formazione Ifoa.

Prima, però, cerchiamo di fissare qualche statistica di riferimento.

Un primo computo parla di circa 23.600 stage attivati dagli 11 enti promotori sul territorio milanese, ma anche in Italia e all’estero, per un totale di 21.000 promossi. Un terzo (circa 7mila persone) sono “fuori sede”.

A fare la parte del leone sono, come prevedibile, le imprese private (oltre 65mila stage, circa 83% della percentuale milanese, un sesto dell’intera quota nazionale!), seguite a ruota da enti pubblici (12%) e associazioni non profit (3%).

Risicato (ma c’era da aspettarselo) il contributo delle università: solo il 2%.

Al solito non sono mancate le sorprese.

Su tutte l’apertura sistematica di stage anche in aziende senza dipendenti a tempo indeterminato, secondo una lettura evidentemente forzata delle normative vigenti.

In altri casi, invece, a promuovere i tirocini sono imprese e studi professionali di proprietà dello stesso personale docente. Morale? Professore e tutor sono la stessa persona!

Ma c’è un’altra cattiva abitudine, un’abitudine davvero dura a morire!

Ci riferiamo, cioè, alla spinosa questione dei rimoborsi spese, la cui presenza ed entità spesso e volentieri non viene quasi mai registrata dall’ente promotore.

Stesso discorso per l’esito finale dello stage, il cui effettivo contributo sotto il profilo occupazionale resta in molti casi oscuro.

Occhio insomma! Lo stage, infatti, può diventare un pericoloso fattore di immobilismo con ricadute tremende sul mercato del lavoro, come conferma la stessa Tajani:

“Questo strumento a volte è utilizzato impropriamente contribuendo a creare quella ‘trappola della precarietà da cui i giovani non riescono ad affrancarsi. Oggi abbiamo condiviso dati e riflessioni con i principali attori del mercato del lavoro, università, imprese e sindacati, per individuare e promuovere buone pratiche di accesso al mondo del lavoro che coniughino formazione di qualità, rimborso spese e possibilità di stabilizzazione. Su questi modelli virtuosi il Comune vuole investire anche risorse economiche”.

Ecco perché ci pare opportuno concludere con l’acuta osservazione di Eleonora Voltolina, direttrice di la “Repubblica degli Stagisti”, la quale richiama l’attenzione sulla necissità di una mappatura finalmente capillare dello stage in Italia, capace di garantire quella trasparenza informativa cui oggi non è più possibile rinunciare.

“Per il futuro – sottolinea la Valtolina – sarebbe utile elaborare una griglia di monitoraggio condivisa da tutti i principali soggetti promotori di stage sul territorio, in modo da poterci ritrovare, a partire dall’anno prossimo, con molti più dati per valutare gli stage del 2012, e soprattutto con dati confrontabili: conoscere a fondo un settore è il primo passo per migliorarlo e applicare le best practices”.

Una soluzione più che ragionevole, che speriamo possa tradursi presto in un solido programma di coordinamento e gestione di questo settore dai confini incerti, che rischierebbe altrimenti di diventare un vero e proprio mercato sommerso, un autentico buco nero dell’occupazione made in Italy.

Gli stagisti, in poche parole, chiedono garanzie. I giovani chiedono garanzie.
Lo stage non può diventare una prigione né può rimanere la scommessa di una vita.
Ci hanno detto di guardare al futuro con fiducia, ma forse questa fiducia prima di pretenderla, bisognerebbe meritarsela.

La domanda ora è: i nostri politici sono dello stesso avviso?

Matteo Napoli

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