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2 febbraio 2012

Caro ministro ti scrivo, così mi distraggo un po’…

L’università italiana somiglia sempre più ad un calderone bollente in cui in molti affondano senza poi riuscire a riemergere. Quale futuro è lecito attendersi? Ed inoltre, parafrasando Antonella Riem, “chi controlla la baracca”?

La docente Uniud (facoltà di Lingue e Letterature Straniere, al primo posto nella classifica del CENSIS), presidente della Conferenza italiana dei Presidi di Lingue e Letterature Straniere, è l’ultima delle tante voci che, in questo periodo, si levano dall’interno contro un sistema, quello universitario, ripetutamene indicato come inefficace ed obsoleto.

La dottoressa ha tenuto ad esprimere la propria posizione tramite una lettera inviata al ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, al quale ha chiesto esplicite delucidazioni; un accorato appello, ma anche un’aperta manifestazione di indignazione.

Rivolgendosi al ministro anzitutto “in qualità di collega”, la professoressa Riem si è scagliata senza mezzi termini contro la recente riforma universitaria; un provvedimento, sostiene, “che non ho mai approvato e che non capisco, anzi capisco sempre meno.

Un risentimento che parte da lontano, forse paradossalmente influenzato dal legame con il proprio paese che Antonella Riem ha sempre avvertito forte e indissolubile, tanto da spingerla, anni fa, alla decisione di investirvi le proprie risorse culturali malgrado altre ambite opportunità.

Prima di chiarire le sue motivazioni, Riem tiene infatti a ribadire orgogliosamente i risultati conseguiti in una carriera ultraventennale, a cominciare dalla Australian-European Award Scholarship vinta nel 1985; nonostante la quale, tuttavia, scelse appunto di fare ritorno in Italia, “riportando il mio cervello ed anche il cuore.

Proseguendo nella disamina della sua personale trafila, la professoressa ha elencato uno per uno i ruoli da lei rivestiti nell’ambito dell’istruzione a partire da metà anni ’80, non mancando di ribadire, con una certa ironia, la diffusa opinione secondo cui l’Italia risulterebbe sostanzialmente un “paese per vecchi”: “sono entrata di ruolo nella scuola nel 1984, sono diventata una ‘giovane’ ricercatrice nel 1987 (a 29 anni), una ‘giovane’ associata nel 1998 (a 40 anni) in un concorso ‘nazionale’, una ‘giovane’ ordinaria nel 2002 (a 44 anni) in un concorso ‘locale’, una ‘giovane’ direttrice di dipartimento nel 2006 (a 48 anni), una ‘giovanissima’ preside nel 2007 (a 49 anni), una ancor più giovane presidente della conferenza dei presidi nel 2008 (a 50 anni).

Entrando nello specifico della richiesta di chiarimenti al ministro, la critica della docente concerne in primis il fatto che la macchina-università tenda a somigliare sempre più ad un labirinto intricato e pieno di “trappole”, condizionando negativamente la qualità e il ruolo stesso del docente.

Il tutto per via di “un’organizzazione lentissima, dove si perde tempo interminabile in riunioni per cercare di capire decreti sempre più astrusi e incomprensibili che in breve tempo sono sostituiti da altri che li contraddicono, analizzando tabelle e facendo proiezioni di dati, dove siamo ‘premiati’ se ‘laureiamo’ più in fretta, dove siamo ostaggio di un’Amministrazione centrale che economicizza su tutto (tranne nei compensi ai dirigenti), dove sono state demolite le Facoltà in favore dei Dipartimenti (che avranno mille competenze e sono davvero curiosa di vedere come si potrà fare) solo perché gli americani fanno così, salvo che i colleghi dei paesi anglofoni da sempre invidiano il nostro sistema.

E in un meccanismo così macchinoso ed eccessivamente centrato “sulla ‘quantità’ e la ‘misurazione’”, che fine fanno i giovani con le proprie competenze e legittime aspettative?

La professoressa prende in esempio, a tal proposito, l’emblematico caso dell’università di Udine: “Parliamo dei ‘giovani’ e di ‘merito’ ed io ho dei/delle brillanti addottorati/e, con pubblicazioni referate internazionali (e quant’altro) che sono semplicemente a spasso o all’estero (tutti/e dai 40 anni in su). La bibliometria va in disuso nei paesi anglofoni e noi l’adottiamo, in ritardo di anni e malamente. Parliamo di internazionalizzazione e sul sito dell’ANVUR (ma non solo) leggo le bio in inglese dei colleghi con macroscopici e banalissimi errori di lingua inglese (che vengono visti da tutto il mondo).

Una situazione, insomma, costantemente dominata da confusione ed incertezza. Ma c’è persino chi, animato da un’incrollabile fede nel cambiamento, si chiederà se sia possibile, nonostante tutto, individuare una via d’uscita.

È probabilmente questa la domanda che Antonella Riem, insieme a tante altre persone, vorrebbe rivolgere al ministro Profumo: che fare? E, soprattutto, quali saranno le prossime mosse delle istituzioni?

Risposte coerenti e dettagliate sono il minimo che il mondo accademico, e gli studenti in particolare, possano attendersi in questo delicato momento. Nonostante la dottoressa Riem ostenti, in proposito, un palpabile scetticismo: “non vedo uno spiraglio di luce dove veramente lavorare per e con i ‘giovani’ per una cultura che sia scientifica e altamente umana, per il progresso interiore, sociale e culturale e non solo ‘economico’ del nostro Paese.

Ci piacerebbe che la dottoressa Riem avesse torto. E con ogni probabilità piacerebbe anche a lei.

Francesco Ienco

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