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26 febbraio 2012

La ‘modern dance’ sul palcoscenico dell’Opera di Roma

 Nella stessa serata, con tre repliche – dal 6 al 9 marzo – sul palcoscenico del Teatro dell’Opera sarà possibile assistere alle coreografie di quattro artisti che hanno firmato la storia della danza: Martha Graham, Doris Humphrey, José Limòn e Alvin Ailey. Un’occasione imperdibile per gli amanti della danza che, finalmente, avranno modo di vedere danzare in successione quattro importantissime compagnie che da decenni portano in giro per il mondo i capolavori della modern dance americana.
Storia della modern dance in “pillole”.
Intorno agli anni ’10 del ‘900, in Europa, Francois Delsarte e Rudolf Laban – rispettivamente in Francia e in Svizzera – teorizzarono un nuovo modo di esprimersi attraverso il corpo, partendo dall’interesse comune verso il movimento in situazioni di non-rappresentazione, nella vita quotidiana. Queste teorie trovarono una loro concreta applicazione non solo nella “danza libera” di Rudolf Laban, ma anche nella qualità della vita stessa degli allievi di Laban, il quale condivideva con loro la sublime esperienza di vivere a contatto diretto con la natura e cercando nel movimento libero, naturale (proprio di un corpo non contratto negli atteggiamenti imposti dalla società), l’espressione più autentica di sé.
Nello stesso periodo, un’altra pioniera della modern dance, Isadora Duncan, portava le sue idee tra gli Stati Uniti e l’Europa, a Londra: idee che tornavano sugli stessi argomenti, ma in un contesto più teatrale. Le sue allieve danzavano ispirate a una grazia archetipica, di origine classica, e si muovevano ritmicamente in sintonia con la musica, liberando i loro movimenti a partire dalla zona addominale, sede delle emozioni.
Poi, negli anni ’40, la rivoluzione – che nel frattempo, lentamente, avveniva anche nella società, tra i sessi – del movimento, liberato dei limiti imposti dalla danza classica accademica, fu portata a compimento negli Stati Uniti da Martha Graham. La tecnica della Graham, come anche quella di Doris Humprey, si basava su un linguaggio formalizzato, come nella danza classica, ma dal vocabolario molto più ampio (è soprattutto grazie alla Graham che si è diffusa una tecnica basata sulla rotazione delle anche verso l’interno, che fa parte del training di tutte le attuali scuole di danza moderna e contemporanea), basato anche sullo studio delle possibilità del corpo di muoversi in relazione al suolo e all’equilibrio.
Al Teatro dell’Opera, oltre alle compagnie che tramandano il lavoro della Graham e della Humphrey, ci saranno due personalissime coreografie degli allievi di José Limòn e Alvin Ailey, due figure che hanno avuto in comune quel senso di appartenenza ad una minoranza: il primo, messicano, cresciuto artisticamente in un ambiente dominato da donne (ha lavorato per un periodo a fianco delle stesse Graham e Humphrey) ha voluto affrontare il tema di una danza fisico-espressiva maschile, ispirandosi alla musica di Bach e alle sculture michelangiolesche; il secondo, Ailey, partendo dalla contestazione della tecnica con cui anche lui si è formato, quella della Graham, nel ’58 fonda una compagnia composta da danzatori afroamericani, portando la danza a una dimensione di forte teatralità e veicolando valori culturali oltre che espressivi, ispirati all’evoluzione della cultura afro-americana negli Stati Uniti, fatta di musica blues, jazz e canti gospel. Ailey ha fatto della modern dance un amalgama di stilemi eterogenei, che include le movenze della danza africana, rappresentando, attraverso il movimento, le origini di una straordinaria ibrida cultura.

 

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