• Google+
  • Commenta
16 febbraio 2012

Mark Lanegan: morte e rinascita del blues

L’atmosfera è cupa, il locale pieno di fumo. C’è chi chiede un altro whiskey, l’ennesimo, per lavare via dall’animo quel senso di delusione che le illusioni tradite del nuovo millennio portano a galla. La polvere, entrando copiosa dall’ingresso lasciato aperto a combattere la calura del Midwest, disegna con nugoli di polvere gialla la malinconia della solitudine unita a quello strano senso di felicità che coglie quando arriva la consapevolezza di aver raggiunto il fondo. L’aria sporca delinea così un sentimento complesso, incerto, mai definibile una volta per tutte e sempre aperto a nuove accezioni, a nuove sfumature. Un cubo plastico in chiaroscuro, che può essere soltanto vagamente intuito per accenni estetici e tentativi irrazionali.

È questo il blues secondo Mark Lanegan, che riempie la sua nuova valigia di dodici tracce intrise di un ingarbugliato pastiche umorale, racchiudendo il senso dell’ossimoro declamato fin da quel titolo, Blues Funeral, che esprime l’impossibile dicotomia di cui sopra. Il rebus è risolto in un sound che risulta caldo e denso, anche attraverso l’uso – stavolta davvero massiccio – di drum machines e contaminazioni elettroniche, lampanti fin dalla prima traccia, The Gravedigger’s Song, che dissolve l’architettura blues in un incedere di beat elettronici travolgenti e inaspettati.

È un uso dell’elettronica che si distanzia però notevolmente da quello europeo di matrice teutonica, erede della scuola dei Kraftwerk e di sua maestà Karl-Heinze Stochkausen: quella di Lanegan è un’elettronica che diventa blues anch’essa, che avvolge e accompagna l’ascoltatore in una culla per persone adulte, cresciute a pane e Nirvana. Nascono così perle come Harborview Hospital, sognante gioco di chitarre ed elaborazioni computerizzate che ha i piedi in Louisiana e la testa tra Londra e Manchester, oppure Ode to Sad Disco, con beat, sintetizzatori e slide guitar ad accompagnare una melodia che oscilla tra Depeche Mode e Bob Dylan.

Il blues, dice Lanegan, è tutto ciò che ti fa sentire qualcosa: i Joy Division, per lui, fanno quindi blues, come anche Nick Drake. In questa accezione il blues viene annullato come categoria stilistica descrittiva e normativa, diventando un dispositivo che aziona un movimento interiore, un principio primo da cui inizia l’esperienza estetica. Il cantautore di Ellsburg diventa così quasi un Neil Young del terzo millennio, con le sue mani piene di tatuaggi che stringono l’asta del microfono come se non ci fosse altro appiglio al mondo, con la sua figura di vecchio boscaiolo immobile e burbero, alla quale soltanto una voce che è presenza fisica, materica, dà l’illusione del movimento.

Un Neil Young che sta abbandonando lentamente l’uso della chitarra, la quale è qui spesso sostituita da un organo che nel complesso si dimostra più versatile. Versatile come sta diventando la musica rock contemporanea: un mutante che si nutre di quel che il vento porta, che si abbevera ogni giorno ad una fonte diversa, senza per questo perdere mai la sua natura originaria che non si annulla in questo caotico gioco di incontri ma, forte di sé stessa, ne esce accresciuta, diversa, migliore. Questo è quel che accade in brani come la paradigmatica, fin dal titolo, Riot in my house, che, rispondendo all’antico quesito filosofico, ci dice con chiarezza chi siamo e da dove veniamo.

Il blues è entrato ufficialmente nella sua era post, facendo tesoro del suo passato e proiettandosi verso il futuro con un linguaggio stratificato che non rinuncia né alle sue origini né alle evoluzioni che ha sperimentato durante i decenni, non ultimo quel  grunge-rock degli anni ’90 di cui lo stesso Lanegan è stato protagonista con gli Screaming Trees.

Il Mississippi scorre lento, dà le spalle a Chicago e a Robert Johnson, a Seattle e al grunge, ma né conserva le influenze proiettandosi verso un orizzonte ampio, illuminato da una luce leggera, densa della polvere del Delta del grande fiume, di elettronica e blue notes.

 

 

Google+
© Riproduzione Riservata