• Google+
  • Commenta
20 febbraio 2012

The Maccabees: tra melodia e banalità

 

I Maccabees portano il nome di una famiglia giudaica che, nel II secolo A.C., si ribellò all’ellenizzazione forzata del popolo ebraico tentata dalla dinastia Seleucida: dimostrando una grande forza d resistenza contro le ingerenze sociali e religiose greche, l’esercito ebraico guidato dai figli di Mattatia riuscì a sconfiggere Antioco IV occupando Gerusalemme nel 164 A.C.

Non si può certo dire che il nome abbia portato al gruppo di Orlando Weeks la stessa capacità di resistenza ai condizionamenti esterni degli antichi abitanti di Gerusalemme. I cinque ragazzi di Brighton, infatti, sembrano totalmente soggiogati dalle mode di un certo ambiente indie britannico, e si inseriscono con disinvoltura nella corrente di questo grande fiume indie-rock, posizionandosi al centro dell’alveo di scorrimento per viaggiare spediti spinti dai flutti, dando qua e là una pagaiata
giusto per rimanere in rotta con gli altri e non perdersi per strada.

Questo terzo album, Given to the Wild (Fiction, 2012), sembra infatti un clone che potrebbe esser stato prodotto indistintamente anche dagli Arcade Fire o dagli Editors. Siamo di fronte quindi alll’ennesimo quintetto indie-rock che scala le classifiche, britanniche e non, prolificando in un trionfo di suoni di chitarra di ampio respiro su cui poggiano sinuose ed affettate melodie adolescenziali, aperte e sognanti.

Che siano le chitarre – ben tre! – o le tastiere, gli archi o la voce, lo spazio sonoro a disposizione viene riempito in ogni sua più piccola parte, tanto che sembra quasi che il concetto di pausa e di discrezione siano qui sospesi, producendo tredici canzoncine tra le quali nessuna spicca veramente sull’altra, poiché tutte si copiano e si citano a vicenda, confondendosi in un turbinio di cliché e di soluzioni stereotipate.

Il lavoro scivola via lentamente, mantenendosi tutto sommato in un anonimato fatto di spunti barocchi (Ayla) e melodie sommesse, che sembrano esser scritte da Coldplay stanchi e un po’ annoiati, come Child o la conclusiva Grew Up At Midnight. Si eccede poi in arrangiamenti orchestrali pachidermici che a volte, come in Slowly One, risultano decisamente sproporzionati rispetto al tenore dei brani. Tutto risulta quindi confuso, ed anche quelle felici intuizioni melodiche che, a sprazzi, non mancano, vengono appiattite e dissolte: così Pelican, primo singolo estratto, si perde in sproloqui magniloquenti di chitarre e tastiere dopo un inizio che poteva far felicemente ricordare brani di Survivor e Who.

In conclusione un album poco personale che, scopiazzando qua e là, si confonde nel magma di uscite discografiche del pop-rock britannico senza mostrare alcuna originalità. Non basta certo la cura dei dettagli, l’attenzione ai volumi e una scrittura curata per fare un buon disco. Senza idee si rischia di cadere in un vuoto senz’anima di cui presto ci si dimenticherà.

Google+
© Riproduzione Riservata