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31 marzo 2012

“Americana”: a giugno il nuovo disco di Neil Young

Era il 1968 quando un giovane canadese con i capelli lunghi e la chitarra a tracolla esordiva sulla scena discografica statunitense, ponendo la prima di una lunga serie di pietre miliari della storia del rock a stelle strisce. Quattro sono ormai le decadi che Neil Young ha attraversato da stella indiscussa, scandendo tappe fondamentali della storia del genere con dischi come Tonight’s The Night (1975) e Rust Never Sleeps (1979).

Sempre in bilico tra questa sua doppia identità di folk-singer e rocker moderno, Young è diventato negli anni un punto di riferimento obbligato per una lunghissima serie di musicisti che da lui si sono sempre sentiti attratti e ispirati: da Kurt Cobain, che scelse proprio una frase di Young nel suo messaggio d’addio – “meglio bruciarsi che svanire”, tratta da “My my, hey hey” – a Nick Cave, dai Sonic Youth – l’ultimo album di Lee Ranaldo, uscito proprio poche settimane fa, è in questo caso paradigmatico – a Mark Lanegan.

Monumento ormai consacrato e riconosciuto del rock mondiale, il cowboy solitario ha annunciato pochi giorni fa l’imminente uscita della sua nuova fatica discografica: un album intitolato “Americana”, che sarà disponibile dal prossimo 5 giugno.

Per l’occasione Young riunisce ancora una volta intorno a sé la sua storica band, i Crazy Horse, la cui ultima collaborazione è datata 2003 e che anzi si presentano su questo disco con una line-up d’eccezione, in quanto troviamo alcuni membri storici, come Billy Talbot, Ralph Molina e Frank “Poncho” Sampedro, che collaborano con Young fin dai suoi primi passi nel mondo musicale.

Il disco in questione è una riproposizione riarrangiata di undici brani tratti dalla tradizione folk americana, da cui il titolo paradigmatico del disco, come “Tom Dooley”, “Oh Susannah” e “This Is Your Land”.

I classici evergreen country rivivono quindi in questo terzo millennio attraverso la voce di un consumato rocker delle origini. Si ha quasi la sensazione che Young avverta la necessità, in un periodo di profonda crisi economica e culturale che sta attraversando gli Stati Uniti, di rinchiudersi in un mondo tradizionale, quintessenza di un passato che diventa così rimpianta epoca d’oro.

La tradizione diventa un mito, insieme coerente d’immagini irrazionali, rinvigorito nella sua potenza culturale da un presente incerto e quanto mai instabile. Come accade sempre quando il mondo contemporaneo si presente problematico, complesso e di difficile decifrazione, le risposte vengono cercate in quei valori sicuri che la tradizione tramanda.

Messaggi sicuri, certi, affidabili, che costituiscono, secondo Young, il vero sostrato culturale degli Stati Uniti. Canzoni portatrici di un apparato valoriale che mantiene intatta tutta la sua importanza anche a distanza di duecento anni. Assediato dalla crisi economica, dalla schizofrenia musicale contemporanea, dal dinamismo e dall’invadenza dei paesi emergenti, l’alfiere canadese della West Coast sembra quasi che senta il bisogno di ribadire, in primo luogo a sé stesso, qual è il punto d’origine musicale di tutti gli americani.

Un disco quindi educativo, con evidenti intenti filologici e pedagogici, per ricordare che in fondo tutti negli Stati Uniti, da bambini, hanno amato Woody Guthrie, anche senza averlo mai ascoltato.

 

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