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22 marzo 2012

Ardecore in concerto tra tradizione e innovazione

Torna sul palco dell’Init, venerdì 23 marzo alle ore 22.30, una delle più interessanti esperienze musicali capitoline degli ultimi dieci anni che risponde al nome di Ardecore. Dietro il geniale nome del gruppo – che è in realtà la pronuncia in romanesca di hardcore – , si celano personalità musicali di levatura artistica altissima: è nell’ormai lontano 2005 che intorno alla figura di Giampaolo Felici, cantautore romano sempre in bilico tra folk e blues, confluiscono altre personalità musicali legate all’Urbe: in primis il trio nu-jazz degli Zu, che costituirà l’ossatura del gruppo con Jacopo Battaglia alla batteria e Massimo Pupillo al basso, che insieme formano una sezione ritmica stratosferica, e il sax sghembo di Luca T. Mai; troviamo poi il fisarmonicista jazz Luca Venitucci, già con Lou Reed, il vibrafonista Valerio Borgianelli e per finire Geoff Farina, forte della sua esperienza post-rock a Chicago con i Karate, alla chitarra.

Un miscuglio scarlatto di storie ed esperienze, di stili e passioni, si incontrano quindi nella Roma dei papi e degli imperatori e danno vita, sette anni fa, ad un esordio che ha portato una vantata di freschezza e brillantezza nel panorama musicale italiano, ma in particolar modo in quello romano. Il progetto infatti prevedeva una rilettura in chiave moderna di brani propri della tradizione musicale di Roma: musiche da osteria, storie di prostitute e di galera, dove tra amori e coltelli si muovono barcaroli e popolane, pupetti belli come il sole e antichi cantastorie.

La proposta musicale degli Ardecore riamane negli anni quasi intatta, anche se il gruppo ha virato, o sta virando, verso un sound cantautoriale underground che si svincola in parte dagli stilemi tradizionali romaneschi. Dd eccezione del primo disco, infatti, i rifacimenti delle canzoni tradizionali romanesche sono sempre più limitati e ci si concentra di più su brani originali.

La chiave di lettura fondamentale per capire comunque il senso profondo della proposta musicale degli Ardecore è comprendere come l’approccio portato avanti non sia una semplice rievocazione nostalgica dello stornello trasteverino, memore del reuccio Claudio Villa o di Gabriella Ferri, ma  si configuri come un progetto ben più sofisticato e ambizioso. La tradizione romana infatti viene certamente riportata alla luce grazie ad un’operazione filologico-musicale accurata, ma essa è come rivissuta, rielaborata nella contemporaneità attraverso gli stilemi propri del sound moderno.

Nell’ascolto ci si ritrova quindi piacevolmente stupiti di quanto possano suonare assolutamente blues brani come La popolana,  Barcarolo romano, o Fiore de gioventù. Si comincia quasi a credere che abbia ragione Ry Cooder quando afferma che dovunque ci sia un fiume nasca il blues.

È interessante soprattutto notare come il primo disco, omonimo e, come si diceva, tutto improntato ad un recupero della musica tradizionale romana, abbia funzionato come fucina musicale, come laboratorio sonoro per sperimentare e affinare un sound, divenuto riconoscibilissimo, da utilizzare poi su tutta la produzione propria ed originale che gli Ardecore hanno sfoggiato nei due album successivi, Chimera (2007) e l’ultimo doppio San Cadoco (2011), nel quale si è aggiunta anche la collaborazione della cantante Sarah Dietrich.

La band sceglie così di festeggiare, ad un anno esatto di distanza dalla presentazione dell’ultimo disco, i suoi sette anni di attività su uno dei palchi che li ospitò agli inizi della loro carriera, riproponendo il loro peculiare ibrido musicale, che è allo stesso tempo fosco e poetico, volgare ed educato. Un mutante nato dall’incontro/scontro di musiche e tradizioni apparentemente lontanissime, che viaggia incerto tra memoria romanesca, blues del delta del Mississippi, folk, hard-rock, sconfinando a tratti persino in sonorità progressive e avanguardistiche di matrice zorniana. Un concerto dove si può immaginare come suonerebbe Tom Waits alle prese con uno stornello dei Castelli mentre Nick Cave recita Trilussa e John Zorn dirige l’orchestra mangiando un piatto di bucatini all’amatriciana e leggendo Pasolini.

Musiche e tradizioni, come si diceva, distanti anni luce tra loro, ma evidentemente legate da un sentimento sotterraneo e misterioso, magico e oscuro, che unisce le più disparate esperienze umane in un modo inesplicabile, e per questo bellissimo.

 

Venerdì 23 marzo

Init – Via della stazione Tuscolana, 133 Roma

Ingresso 10 euro

Apertura ore 21.30

Per informazioni: www.initroma.com

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