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4 marzo 2012

Il lato oscuro di Harry Potter: “The Woman in Black”

Esiste una espressione precisa, oggi un po’ desueta, che individua con precisione la raison d’être di questo The Woman in Black, ed è “star vehicle”, ovvero, una pellicola concepita intorno ad un singolo interprete, e con lo scopo primario di rafforzarne popolarità e prestigio.

Interessa poco, infatti, sapere che il film è diretto da James Watkins (regista del buon Eden LakeI, 2008, e sceneggiatore di My Little Eye e The Descent Part 2) e prodotto dal glorioso studio inglese Hammer: il tratto principale di The Woman in Black sta nel fatto che Daniel Radcliffe, giovane attore britannico famoso in tutto il mondo per avere interpretato il ruolo di Harry Potter nell’omonima serie di lungometraggi, ricopra il ruolo di protagonista, nella sua prima apparizione al cinema dopo la saga tratta dai libri di J.K. Rowling.

The Woman in Black è tratto dall’omonimo romanzo di Susan Hill, che ha già conosciuto adattamenti per la radio e la televisione (1989, ad opera di Herbert Wise), oltre ad una efficace trasposizione teatrale: la trama vede il giovane avvocato londinese Arthur Kipps partire per alcuni giorni alla volta di uno sperduto villaggio inglese, per occuparsi della vendita della vecchia magione di Eel Marsh House. Inutile dire che nella casa è sepolto un segreto che da tempo atterrisce gli abitanti del villaggio, vittime di un’oscura  tradizione che ha a che fare con le apparizioni di una donna vestita di nero, sempre collegate al suicidio  di bambini.

La premessa è discreta, consta di parecchi punti decisamente già visti altrove, ma in certi snodi è condotta in modo da allontanarsi da esempi simili: c’è anche da considerare , nel valutare la vicenda come rappresentata nel film, che in questo caso tanti particolari sono stati edulcorati per raggiungere la certificazione PG-13, che sconsiglia la visione del film solo ai minori di 13 anni.

Paradossalmente, Daniel Radcliffe rappresenta uno dei problemi maggiori del film: un po’ di barba non gli basta per essere credibile come tormentato vedovo e padre di un bambino, e senza bacchetta magica tra le mani vengono a galla netti limiti nella sua espressività, che in un horror risultano mediamente più dannosi che in altri film; la performance altalenante di Radcliffe è messa in risalto anche dalla qualità generalmente buona delle altre interpretazioni.

L’avvio lento della narrazione si prolunga troppo, continuando a presentarci personaggi poco delineati e con i quali si fatica a sviluppare empatia; un buon 70% (e non sto esagerando) delle inquadrature consiste di primi piani di Daniel Radcliffe, il resto lo vede muoversi tra scenografie che rientrano nello stereotipo della casa stregata, ma risultano comunque molto curate ed evocative. The Woman in Black si presenta (almeno, così è annunciato in giro per il mondo) come un horror “atmosferico”, alla The Others, per intenderci, un film che fa paura senza ricorrere al sangue.

E’ vero che la distanza dai vuoti horror americani contemporanei grondanti di rosso si nota, eccome: la tensione è costruita con una certa abilità, mentre si segue la lanterna del protagonista che scopre minuscole porzioni dell’ambiente in cui si nasconde la minaccia; se, però, una piccola parte di questi momenti è risolta in maniera inaspettata o originale, fa un po’ strano notare in molte altre occasioni un deciso ricorso a quelli che in inglese vengono definiti cheap scares: spesso a provocare il sobbalzo sono semplici suoni “sparati” all’improvviso al triplo del volume della scena, cioè gli stessi mezzucci di cui si fa abbondante uso negli horror più scadenti, e notarne la presenza in un film che si propone di prendere le distanze da essi suona un po’ come una presa in giro.

Ciò non toglie che a volte ci si ritrovi davanti a sequenze di tensione costruite in maniera inaspettatamente buona o a risvolti interessanti della narrazione: il problema sta nel fatto che costituiscono una parte minima di un film che fa complessivamente poco per tenere vivo l’interesse. Con questo non voglio dire che si tratta di un film da buttare: The Woman in Black ha al suo arco le frecce dell’impostazione anti-splatter e di qualche sequenza di un certo effetto, ma rappresenta uno di quei casi di evidente potenziale sprecato, situazione che porta a concentrarsi l’attenzione di un esame più sulle pecche che sui punti di forza: insomma, a patto di non voler essere troppo esigenti, può rivelarsi un film più che godibile (ma non certo il capolavoro per cui lo danno tanti giornali in questi giorni, forse condizionati dagli imponenti incassi che il film sta ottenendo).
Provaci ancora, Harry.

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