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19 marzo 2012

Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa ? “Ormai non ci si crede più”

L’annullamento con rinvio per vizio di motivazione non vuol dire che l’imputato è innocente. Vuol dire che la motivazione è viziata, non che la decisione sia sbagliata. E’ un annullamento fatto non a favore dell’imputato. Ma a favore del diritto.” (Cass. pen., sez. V, ud. 9 marzo 2012, imp. Dell’Utri).

In questi termini il Sostituto Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Francesco Mauro Iacoviello, ha concluso la sua requisitoria innanzi ai Giudici di Legittimità con la quale ha chiesto – e poi ottenuto – l’annullamento con rinvio della sentenza di condanna a sette anni di reclusione inflitta al senatore Marcello Dell’Utri dalla Corte d’Appello di Palermo per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Processo, quindi, da rifare innanzi al competete giudice di secondo grado, sotto la spada di Damocle della prescrizione che produrrà i suoi effetti il 30/06/2014.

A prescindere dalle numerose polemiche levatesi soprattutto dalle file della magistratura inquirente – tra tutti il Procuratore Aggiunto di Palermo Antonio Ingroia ( “Spero che questa sentenza non si trasformi nel colpo di spugna finale al cosiddetto metodo Falcone; http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/11/sentenza-dellutri-ingroia-attacca-colpo-spugna-metodo-falcone/196625/) – appare opportuno capire le motivazioni di un’applicabilità così difficile del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

A giudizio di Iacoviello si è ormai in presenza di un “reato autonomo creato dalla giurisprudenza. Che prima lo ha creato, usato e dilatato. E ora lo sta progressivamente restringendo fino a casi marginali”; inoltre, lo stesso Magistrato nel ritenere come la Suprema Corte abbia raramente emesso delle condanne definitive per concorso esterno, giunge ad una lapidaria quanto amara dichiarazione, “Ormai non ci si crede più”.

Che il reato in questione sia una creazione giurisprudenziale è fatto notorio e incontrovertibile. Per una maggiore comprensione delle implicazioni scaturenti dalla requisitoria in esame, va preliminarmente rammentato che il “reato madre”, associazione di tipo mafioso, è previsto dall’art. 416 bis del Codice Penale, norma introdotta con la legge n. 646/1982 in clima di emergenza subito dopo l’omicidio del Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa.

L’intento del Legislatore dell’82 era chiaro: supplire alle palesi lacune legislative sul fenomeno mafioso, di indubbia pericolosità sociale, le cui intrinseche peculiarità non avevano trovato, nell’allora assetto normativo, una corrispondente ed esaustiva disciplina.

Per la comprensione dell’ “associazionismo” mafioso di matrice siciliana e per la sua tipizzazione normativa (assieme a quella delle altre tipologie “regionali”, quali Camorra e Sacra Corona Unita), determinanti furono le importanti rivelazioni rese da Tommaso Buscetta, collaboratore di giustizia, tra il 1984 e il 1992. Grazie al Boss dei Due Mondi è stato possibile accertare come Cosa Nostra sia una struttura verticistica e piramidale nella quale oltre alla comune manovalanza (i “soldati”) operano gli “uomini d’onore”, organizzati in famiglie, rette da un capo. Ogni famiglia agisce sul territorio attraverso gruppi di dieci uomini definiti “decine”, comandate da un capo-decina; tre famiglie di zone geografiche vicine costituiscono un “mandamento”, rappresentato da un capo in una “commissione provinciale”. Tutta l’organizzazione è retta al suo vertice dalla Cupola.

L’aspetto più innovativo dell’Art. 416 bis c.p. è certamente quello di aver connotato, sul piano normativo, il metodo mafioso consistente in una “forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle punizioni inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi” (Giovanni Falcone, http://digilander.libero.it/inmemoria/la_mafia.htm) che promana direttamente dal vincolo associativo, produce quel diffuso assoggettamento nel contesto sociale (vale a dire, la notoria omertà) e mediante la quale il sodalizio criminale può compiere nella totale impunità svariati delitti (gestione o controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici, realizzazione di profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, l’impedimento o l’ostacolo del libero esercizio del voto procurando, nel contempo, voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali).

In buona sostanza, l’articolo 416 bis del Codice Penale punisce l’appartenenza all’associazione mafiosa non solo qualora venga riscontrata nel c.d. uomo d’onore, divenuto tale a seguito di un rito di affiliazione, ma anche in coloro che semplicemente mettono a disposizione stessi e la propria opera per il perseguimento dei fini propri del gruppo criminale.

Orbene, la creazione giurisprudenziale del concorso esterno era finalizzata a contrastare ciò che la magistratura inquirente siciliana, a seguito di indagini e processi, aveva definito Terzo Livello , ossia quella zona grigia pregna di compromessi e connivenze intercorrenti tra uomini d’onore e rappresentanti dei settori deviati delle Istituzioni (politici, amministratori…).

L’iter giurisprudenziale, tuttavia, non è stato dei più agevoli; in un primo orientamento la Corte di Cassazione  esclude  decisamente la configurabilità del concorso nel reato di associazione per delinquere di stampo mafioso posto che alla luce dell’art. 110 c.p., i concorrenti devono “realizzare il medesimo reato”, ossia “tutte le condotte devono essere finalisticamente orientate verso l’evento tipico di ciascuna figura criminosa” (Cass. Sez. II Sent. n. 3635/1994).

In tal modo non può farsi altro che constatare, sotto il profilo psicologico, la coincidenza degli scopi del concorrente e quelli dell’associazione, il che non rende oggettivamente possibile l’accertamento probatorio sulla effettiva consapevolezza, da parte del concorrente esterno nella esistenza stessa dell’associazione. Partendo dal presupposto che il membro interno dell’associazione opera all’interno della stessa quotidianamente e con condotte finalizzanti al conseguimento degli scopi del gruppo cui appartiene, secondo questo orientamento della Suprema Corte i concorrenti esterni non possono che agire in via sostitutiva, senza nemmeno volerne fare parte (Cassazione S.U. Sent. Demitri n. 16 del 28.12.1994).

Se in alcune successive decisioni si è ritenuto più che sufficiente che il concorrente esterno fosse semplicemente a conoscenza delle finalità criminali degli appartenenti ai clan mafiosi , nel 2003 la Cassazione richiede in costui la totale consapevolezza che la propria opera sia finalizzata anche parzialmente alla realizzazione del progetto dell’associazione mafiosa (Cass. S.U. Sent. Carnevale. n. 22327 del 21.5.2003)

E’ evidente come l’aspetto problematico sia quello di definire compiutamente l’atteggiamento psicologico del concorrente esterno, differenziandolo da quello proprio del consociato, radicato in maniera stabile ed organica, all’interno dell’associazione. Atteggiamento psicologico che non può che essere rinvenuto “nella consapevolezza e la volontà di interagire, sinergicamente, con le condotte altrui nella produzione dell’evento lesivo del medesimo reato”.

In una recente pronuncia la Cassazione, nel tentativo di fornire i requisiti caratterizzanti del concorso esterno, ha richiesto, sul piano prettamente oggettivo, che l’apporto “abbia un’effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento delle capacità operative dell’associazione”(Cassazione, Sez. VI, 25 febbraio 2010, n. 7651). Ad esempio, la promessa e l’impegno del politico di agire una volta eletto, a vantaggio dell’organizzazione mafiosa possono essere sufficienti a configurare, in linea di principio e seppur in maniera atipica, gli estremi del contributo del concorrente indipendentemente dai comportamenti susseguenti all’accordo. Tuttavia deve dimostrarsi in sede processuale che tale patto elettorale politico-mafioso abbia determinato risultati positivi con conseguente rafforzamento amento dell’associazione.

Ritornando alla requisitoria del Sostituto Procuratore Generale della Corte di Cassazione, lo stesso, dopo aver esaminato la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Palermo dichiara che “… non c’è il fatto per cui l’imputato è stato condannato. Quell’imputazione è un fiore artificiale in un vaso senza acqua”.Iacoviello, più precisamente, soffermandosi sull’accusa di estorsione contestata all’imputato (pressioni di Cosa Nostra su Silvio Berlusconi in cambio di denaro, di cui lo stesso Berlusconi sarebbe vittima), ha posto il problema se questa possa integrare la condotta del concorrente esterno.

Il Magistrato si pone tale quesito: “se il contributo del concorrente esterno consiste (come in questo caso) nel portare a buon fine una estorsione, la sua condotta deve avere i caratteri del concorso all’estorsione o deve avere un quid pluris o un quid minus ?”. Sostiene, inoltre, che la sentenza impugnata “non si pone il problema se la condotta dell’imputato deve avere i caratteri tipici di colui che concorre nell’estorsione” dovendosi giungere alla conclusione che “la condotta dell’imputato si inserisce in una estorsione ma è un quid minus rispetto al concorso in estorsione” e  che, come peraltro statuito più volte dalla giurisprudenza, “il contributo del concorrente deve essere concreto, effettivo e rilevante”. Pertanto, Iacoviello si chiede se sia “logicamente e giuridicamente possibile” …..un contributo concreto effettivo e rilevante ad una estorsione, che però sia qualcosa di meno del concorso in estorsione ?”. Trattasi, secondo il Magistrato, di un interrogativo che la Corte aveva il dovere di porsi.

In ordine all’approccio psicologico dell’imputato, nella requisitorio è chiaramente esplicitato che  “non basta dire: “l’imputato sapeva che così facendo rafforzava la mafia”. Occorre dire: “l’imputato ha agito sapendo e volendo rafforzare la mafia”. A giudizio di Iacoviello, tuttavia, viene a crearsi un “paradosso”, giacché sembra quasi che l’imputato voglia aiutare sia la vittima che gli estorsori; paradosso non sostenuto normativamente, in quanto alla luce della definizione codicistia del dolo (coscienza e volontà), esso non può essere ridotto ad “un atteggiamento interiore del tipo desiderio, speranza e simili”. Inoltre, in merito alle “amicizie mafiose”, contestate all’imputato, ha ricordato come la precedente giurisprudenza abbia confinato simili frequentazioni “nell’irrilevante giuridico” potendo le stesse costituire al massimo, “spunto investigativo”.

Riguardo a tali riserve sul concorso esterno, si è, come già rilevato, sviluppato un forte dibattito nell’opinione pubblica e tra i magistrati soprattutto in risposta ad una sorta di sfiducia  palesata da Iacoviello nei confronti di questa fattispecie di reato, sì di creazione giurisprudenziale, ma che tanta utilità ha riservato nel contrasto alle organizzazioni criminali. Una sfiducia che a molti rappresentanti della magistratura inquirente non pare essere del tutto fondata giacché, contrariamente a quanto sostenuto dal Magistrato, sono numerose le pronunce della Suprema Corte (anche a Sezioni Unite, tra cui la famosa “sentenza Carnevale”) che invece, ne hanno confermato l’operatività.

Tuttavia, a prescindere alle valutazioni di qualsiasi natura sulle argomentazioni addotte nella requisitoria , appare imprescindibile un intervento legislativo finalizzato a tipizzare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa uscendo definitivamente dal pantano delle insicurezze, dei dubbi e delle difficoltà interpretative che di volta in volta magistrati, sia inquirenti che giudicanti, devono affrontare e risolvere. Un deciso intervento legislativo sarebbe di certo il maggior omaggio che si potrebbe riservare alla memoria di Falcone e di tutti quei magistrati immolati sull’altare dell’antimafia affinché si possa definitivamente recidere quel filo rosso che tiene assieme mafia e alcuni settori deviati della politica, delle istituzioni e dell’imprenditoria.

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