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15 marzo 2012

Obesità goodbye: scoperta la proteina amica del grasso “buono”

Il ricercatore Kajimura e il suo team hanno scoperto una proteina in grado di promuovere la conversione della massa adiposa “bianca”, nel cosidetto grasso “buono”o  bruno, la cui funzione è quella di bruciare calorie piuttosto che accumularle sottoforma di adipe.

Nel nostro corpo la massa adiposa è suddivisa in tessuto adiposo bianco (WAT) abbondantemente presente, e tessuto adiposo bruno (BAT) al contrario poco presente nell’individuo adulto.  

Il grasso bruno (BAT) è costituito dalle cellule adipose multiloculari, i cui adipociti  non hanno un’unica goccia lipidica, ma molte minuscole gocce che aumentando la superficie di combustibile esposta al citosol , lo rendono più disponibile per il metabolismo cellulare. Questo tipo di tessuto appare brunastro se osservato al microscopio ottico, a causa sia della presenza massiccia di mitocondri che dell’elevata vascolarizzazione. Il tessuto adiposo bruno ha esclusivamente la funzione di produrre calore. In queste cellule l’energia prodotta dalla scissione dei trigliceridi non viene utilizzata per la produzione di ATP ma viene trasformata direttamente in calore. Nella specie umana il grasso bruno è presente soprattutto nei neonati e a livello della nuca, del collo e delle scapole. Negli adulti è abbondante quasi esclusivamente nelle specie che vanno in letargo, in adulti di altre specie, compresa quella umana, esso è scarsamente presente.

Il grasso bianco (WAT) al contrario, è il tessuto adiposo più diffuso nell’organismo umano. E’ costituito da cellule adipose uniloculari e si presenta giallo o biancastro se osservato al microscopio ottico. Il WAT ha funzione di riserva, possiede enzimi deputati alla conversione dei lipidi e al conseguente loro accumulo sottoforma di adipe. È impossibile che cellule di questo tipo muoiano spontaneamente, mentre è possibile che si riduca di molto il loro volume, soprattutto con l’esercizio fisico. Ciò rende difficile il processo di dimagrimento soprattutto negli obesi. Il grasso corporeo in eccesso può portare ad un effetto negativo sulla salute, con una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita e un aumento dei problemi di salute. Per questo motivo sono in aumento i progetti di ricerca che cercano di trovare una cura, a quella che oggi è considerata la patologia più diffusa nei paesi in via di sviluppo.

I ricercatori dell’Università della California, guidati da Shingo Kajimura, hanno scovato e  imparato a gestire, una proteina, chiamata PRMD16, che funge da interruttore molecolare in quanto è in grado di promuovere la conversione di grasso bianco in  grasso bruno “brucia calorie”. Lo studio è stato pubblicato su Cell Metabolism. Particolarmente interessante è stata la scoperta  che, nei topi,  la somministrazione della proteina è  capace di provocare tale mutamento genico. Nella ricerca viene mostrato che PRDM16 è presente in maniera molto selettiva nel BAT e a livelli fisiologici stimola l’espressione di quasi tutti gli elementi che caratterizzano le cellule di grasso bruno, inclusa una maggiore densità mitocondriale.

Ma come agisce PRMD16?

Il meccanismo ancora non è stato chiarito, quello che si sa è che questa proteina, potrebbe essere un potenziale fattore di trascrizione, poiché possiede domini zinc finger (a dita di zinco), regioni proteiche caratterizzate dalla presenza di un atomo di zinco, in grado di legare il DNA e promuovere l’espressione di alcuni geni. L’ interazione con le specifiche sequenze di DNA non è stata però ancora confermata.

Ulteriori e recenti studi mostrano che un’altra proteina, PPARγ, presente in alcuni farmaci antidiabetici potrebbe influenzare il meccanismo funzionale della proteina PRDM16, aumentando la capacità della stessa nella conversione di WAT in BAT (http://www.cell.com/cell-metabolism/abstract/S1550-4131(12)00050-2). I meccanismi alla base rimangono poco chiari. L’identificazione di composti che stabilizzano PRDM16 aprono la strada ad ulteriori possibili tipi di approcci terapeutici.

Il prossimo passo sarà testare queste teorie anche negli esseri umani, e valutare se gli eventuali esiti possano essere considerati, stabili e funzionali. Nascono nuove speranze  nella lotta contro l’obesità.

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