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6 marzo 2012

Otto marzo: una giornata da ricordare

L’Otto marzo ricorrerà la Giornata Internazionale della Donna, una celebrazione che col passare del tempo ha assunto contorni e significato un po’ distanti rispetto ai veri motivi che hanno portato alla sua istituzione, snaturandone completamente il valore.

Abbiamo il dovere di rammentare che la il giorno otto marzo, giornata Internazionale della Donna ha un’origine piuttosto dolorosa e viene celebrata per rievocare tutte le conquiste sociali, politiche ed economiche e per rammentare le discriminazioni e le violenze ancora oggi perpetrate, in diverse parti del mondo, a danno della donna. Nel ricordo è necessario trovare lo stimolo per proseguire nell’affermazione e nel riscatto di una posizione troppo a lungo penalizzata e che ancora oggi, in molti paesi, vive una realtà lontana dal comune senso di civiltà.

I primi movimenti di insofferenza per una negata emancipazione si svilupparono agli inizi del secolo scorso, a ridosso del VII Congresso della Seconda Internazionale Socialista, tenutosi a Stoccarda tra il 18 e il 24 agosto 1907, nel quale erano presenti 884 delegati di 25 nazioni tra cui Clara Zetkin, nel corso del quale si discusse sulla questione femminile e sulla rivendicazione del voto alle donne. Negli Stati Uniti, fu  la socialista Corinne Brown il 3 maggio 1908 a presiedere il primo Woman’s Day in cui si discusse dello sfruttamento operato dai datori di lavoro ai danni di operaie, sia in termini di basso salario, orario di lavoro e discriminazioni subite. Quell’iniziativa non ebbe un seguito immediato però fu la premessa alla prima e ufficiale giornata della donna che fu celebrata il 28 febbraio 1909 negli Stati Uniti.

Fu in questo clima, costellato da proteste, manifestazioni e scioperi a livello internazionale, che si verificò un tragico episodio spesso travisato da fantasiose ulteriori versioni. Nel dopoguerra, infatti, cominciarono a circolare fantastiche ricostruzioni secondo le quali l’8 marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia di operaie nel rogo di una inesistente fabbrica di camicie Cotton o Cottons avvenuto nel 1908 a New York, facendo probabilmente confusione con una tragedia realmente verificatasi in quella città il 25 marzo 1911, e cioè l’incendio della fabbrica Triangle, nella quale morirono 146 lavoratori, in gran parte giovani donne immigrate dall’Europa.

Nonostante le ricerche effettuate da diverse femministe tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta abbiano dimostrato l’erroneità di queste ricostruzioni, le stesse sono ancora diffuse tra i mass media e anche nelle propagande delle organizzazioni sindacali.

In Italia la prima Giornata Internazionale della Donna fu tenuta soltanto nel 1922, per iniziativa del Partito comunista d’Italia che volle celebrarla il 12 marzo, in quanto prima domenica successiva all’ormai fatidico 8 marzo. In quei giorni fu fondato il periodico quindicinale Compagna, che il 1º marzo 1925 riportò un articolo di Lenin, scomparso l’anno precedente, che ricordava otto marzo come Giornata Internazionale della Donna, la quale aveva avuto una parte attiva nelle lotte sociali e nel rovesciamento dello zarismo.

Nel settembre del 1944 venne fondata a Roma l’UDI, Unione Donne in Italia, per iniziativa di donne appartenenti al PCI, PSI, Partito d’Azione, Sinistra Cristiana e  Democrazia del Lavoro. L’UDI prese  l’iniziativa di celebrare nell’8 marzo 1945, la prima giornata della donna nelle zone dell’Italia libera, mentre a Londra contemporaneamente veniva approvata e inviata all’ONU una Carta della donna contenente richieste di parità di trattamento. Finita la guerra, l’8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l’Italia e vide la prima comparsa del suo simbolo, la mimosa, che fiorisce proprio nei primi giorni di marzo, secondo un’idea di Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei.

Alla vigilia della giornata otto marzo dobbiamo ricordare che in tanti paesi nel mondo la donna è ancora esclusa dal diritto di voto, da cariche politiche e, specialmente nei contesti ancora in via di sviluppo, non può neanche guidare la macchina e risulta emarginata, per credo o per costrizione, dalla società, spesso in condizioni di vera e propria schiavitù e sfruttamento legalizzato.

In Italia la donna vota solo nel 1946 e ancora oggi percepisce un salario medio più basso di quello degli uomini. La loro incidenza percentuale nelle professioni, nelle cariche pubbliche e politiche è ancora gravemente inferiore rispetto alla presenza maschile. Sono le donne le più penalizzate dal lavoro sommerso, sono più soggette al precariato e permangono in condizioni di precarietà per un periodo più lungo di tempo.

Il Presidente dell’ISTAT spiega che in Italia  meno di una donna su due lavora e solo il 30 % nel Sud”. Il tasso di inattività femminile è particolarmente elevato e negli ultimi anni ha toccato il 50%, circa 13 punti oltre la media europea. Sebbene il numero di donne che conseguono la laurea sia da anni maggiore di quello degli uomini, le donne sono solo il 21% dei deputati e il 18,3% dei senatori. Un dato che colloca l’Italia al 56° posto nella classifica mondiale per la presenza femminile in Parlamento.

In quest’ottica, con la coscienza dei progressi raggiunti e la consapevolezza di quelli da raggiungere, bisogna guardare il giorno otto marzo.

Daniela Angius

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