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12 aprile 2012

Alle origini delle superstizioni: dallo specchio rotto al venerdì 13

La cultura occidentale è costellata da una grande quantità di credenze e superstizioni, alcune delle quali sono retaggi di abitudini antiche

Superstizioni

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Indagarne le origini quindi, oltre a soddisfare curiosità, può dare notizie interessanti sulla nostra tradizione culturale

Il rapporto con gli specchi – fin dal mito di Narciso – è sempre stato complesso.

L’ambiguità sull’essenza di quella cosa riflessa ha portato l’uomo, fin dalla preistoria, a voler vedere in essa una duplicazione di sè. Da qui il timore legato alla rottura di qualunque superficie riflettente che, secondo queste visioni, corrisponde alla distruzione della parte di sè “contenuta” in esso.

Le superstizioni: fortuna, sfortuna e curiosità

La quantificazione della sfortuna in sette anni, poi, deriva dalla cultura di Roma antica. I latini, infatti, credevano che il corpo di un uomo, e dunque la sua vita, si rinnovasse a cicli settennali; una volta compromesso l’equilibrio attraverso la rottura dello specchio, quindi, è necessario attendere la conclusione del ciclo e il rinnovamento che ne segue.

Forse, però, la credenza più diffusa nel mondo è quella legata agli sfortunati venerdì – 13 o 17, rispettivamente nel mondo anglosassone ed in quello occidentale in senso lato. Il giorno della settimana è considerato di malaugurio perché rimanda alla crocifissione di Gesù Cristo – avvenuta appunto, secondo la tradizione, di venerdì.

Il numero 13, poi, è legato al numero di partecipanti all’ultima cena, mentre il 17 è detto sfortunato per questioni da enigmisti. I romani, infatti, questa cifra la scrivevano XVII; anagrammandone i caratteri, si può ottenere VIXI, letteralmente “vissi” e dunque, spostando il punto di vista, “sono morto”. Qualcosa di simile si trova nella cultura giapponese, nella quale il numero 4 viene pronunciato allo stesso modo dell’ideogramma che indica la morte.

Curiosa è, infine, la motivazione che porta ad evitare di indossare indumenti di colore viola all’interno dei teatri. Questa consuetudine deriva da una norma medievale, che vietava qualunque spettacolo teatrale durante la Quaresima – è noto che, nella tradizione cattolica, il viola è il colore dei paramenti di questo periodo. Gli abiti di questo colore, dunque, alludono alla mancanza di lavoro per attori, musicisti e teatranti in generale.

Alcuni li reputano gesti inutili e incolti, altri se ne lasciano influenzare, altri ancora ne rispettano le consuetudini più per affezione alla tradizione che per reale credenza; la migliore sintesi sull’argomento, però, è certo quella trovata da Eduardo de Filippo: “Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.

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