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27 aprile 2012

Attacchi di panico a soffrirne sono soprattutto le donne

In Italia circa il 2 e il 4% della popolazione soffre di un grave disagio: gli attacchi di panico. Questi attacchi durano dai 2 agli 8 minuti ma non mancano casi in cui possono durare anche delle ore. In genere i sintomi sono tremore, respirazione superficiale, sudore, nausea, vertigini, iperventilazione, parestesie, tachicardia, sensazione di soffocamento o asfissia. Il principale problema è che questi disagi sembrano verificarsi all’improvviso causati, sembra, da nessuna particolare circostanza. A volte possono essere determinati da una situazione mentale che poi va ad alimentare quella fisica, e viceversa.

Chi ne soffre comunica la paura dimorire, di “impazzire” o di non riuscire ad avere il controllo sulle proprie emozioni e sui propri comportamenti. In genere gli attacchi di panico hanno come primo effetto il voler/dover fuggire dal posto in cui tutto ha inizio.  Il DPA, disturbo da attacco di panico, è più ricorrente in individui che soffrono di disturbi mentali, anche se ciò non è indicativo, o che soffrono di disturbi d’ansia: claustrofobia, fobia sociale, ipocondria.

Facendo riferimento ai dati dell’Associazione Europea Disturbi di Attacchi di Panico (Eurodap), il DPA riguarda circa il 2 e il 4% della popolazione italiana. A soffrirne di più sono le donne. Sono, infatti, loro i soggetti maggiormente colpiti. La percentuale è alta circa il 70% delle donne sono vittime di questi intensi disturbi. Perché proprio le donne? Perché loro e non gli uomini? Il problema principale è che le donne sentono di più il peso di raggiungere ottimi risultati in tutti i settori. Vogliono costituire un esempio non solo al lavoro ma anche a casa.  Essere degli esperti nel loro lavoro o essere semplicemente delle buoni madri non è, per loro, sufficiente. Altro motivo è che le donne sono più sensibili allo stress rispetto agli uomini.

Stando quindi ai dati sembrerebbe un fenomeno tutto al femminile. Esso può essere causato anche dall’incapacità al sapersi adattare in un determinato luogo. Dove lo spostamento può nascere dalla ricerca al lavoro. In questo caso abbiamo ansia di disadattamento anche se ci sono diversi tipi di ansia i più noti sono depressiva e generalizzata.

Gli attacchi di panico sono prima di tutto scatenati dall’ansia. L’ansia costituisce il motore di questi disagi. Il soggetto, infatti, non riesce a governare questo stato d’animo che può aumentare col tempo fino a diventare ingestibile. Gli attacchi di panico non possono essere repressi ma vanno capiti, compresi. Nel caso in cui si cerca di frenare, di bloccare l’ansia al paziente probabilmente sarà poi questo stesso a dover cercare una cura. Sarà, infatti, colpito da un certo malessere. In genere la strada che viene affrontata è la psicoterapia.

Lo psichiatra Giorgio Maria Bressa, docente di Psicobiologia del Comportamento presso l’Università Pontificio Ateneo Salesiano di Viterbo, ha notato che le zone più a rischio e in cui si riscontra un maggior numero di casi è nei centri abitati, nei paesi occidentali e in quelli più evoluti. A soffrirne quasi il 15% della popolazione mondiale.

A confermarlo è lo studio condotto dall’Istituto di Neuroscienze Globale (Isneg) con la partecipazione dell’Istituto di sondaggi Swg. Le aree metropolitane sono aree in cui non mancano situazioni di stress, dove il caos regna sovrano; infatti sono zone in cui il rischio è più alto. A Roma le persone più colpite sono le donne laureata con un’età compresa fra i 25 e i 54 anni. Nella capitale a soffrirne è una persona su quattro.  

Il problema è quasi tutto al femminile e questo dipende da diversi fattori: ambientali, psicologici, fisiologici. A determinare una maggiore sensibilità sembrerebbe essere anche l’ascendente ormonale con un differente assetto del sistema della serotonina centrale nella donna. Da non sottovalutare è anche la componente ereditaria in cui sono presenti elementi predisponenti cioè favorevoli a determinare l’ansia. Questi elementi possono essere alimentati col tempo dall’ambiente, da tutto ciò che ci circonda. Sicuramente alcune esperienze possono lasciare un segno. Un segno indelebile. La perdita di una persona cara, di un lavoro, di un trasferimento. Questi momenti possono costituire il primo stadio, ovvero la base che poi genererà l’episodio di panico.

Una malattia che non può essere risolta imboccando una sola strada. Una sola cura non basta; per questo gli esperti consigliano di fare uso contemporaneamente o comunque a supporto della cura di: farmaci antidepressivi di prima e seconda generazione e psicoterapia, in particolare cognitiva. I primi segni sudorazione, tachicardia e senso di soffocamento vengono fraintesi perfino dai professionisti. Motivo in più per far riferimento al controllo di più esperti. Solo in questo modo si può verificare se la diagnosi è corretta. I metodi di cura ritenuti più idonei e in cui si riscontra un certo risultato sono: la psicanalisi, la psicologia comportamentale, l’approccio farmacologico e l’agopuntura accompagnato all’omeopatia.  Osvaldo Sponzilli, chirurgo operante nel settore da oltre 25 anni, si avvale di agopuntura e prodotti omeopatici per curare gli attacchi di panico e raggiungendo ottimi risultati.

Il neurologo Rosario Sorrentino, fondatore dell’Ircap, l’Istituto per la ricerca e cura degli attacchi di panico, è stato il primo Il primo ad effettuare un importante innovazione in questo campo. Ha, infatti, utilizzato la risonanza magnetica proprio quando un soggetto sofferente di attacchi di panico era stato colpito. Gli attacchi di panico non vengono causati da cause reali. Ad esempio i nostri stati d’animo vengono determinati da motivi concreti: la paura scaturisce da un pericolo concreto. L’attacco di panico nonostante non abbia cause prime comporta comunque gravi conseguenze a livello fisico, ad esempio un battito accelerato. “Realtà non reali che il nostro cervello costruisce e alimenta” chiarisce Sorrentino.

Tante le testimonianze di donne che non sono riuscite ad andare avanti di fronte a traguardi importanti. Si sono fermate, paralizzate da questi attacchi di panico. Un esempio esplicativo è la campionessa Federica Pellegrini che nel 2009 ai 400 si fermò, Martina Stella fino ad arrivare a Violante Placido. Tante forse troppe le storie di donne che hanno sofferto e soffrono per questa malattia a cui sembra non esserci un’unica cura. Una precisa cura forse non c’è perché non si possono studiare le cause. Queste sono diverse per ogni individuo. Sono proprio coloro che ne soffrono ad essere gli artefici del loro demone. Carnefici e vittime allo stesso tempo.

Lucia Portella, specializzata in psicoterapia familiare sistemica, spiega che le donne ne soffrono di più perché sono più sensibili. Sentono di più il peso di emergere, di realizzarsi cercando di ottenere ottimi risultati. “L’attacco di panico subentra come se fosse un segnale del corpo. Per farti capire che lo svolgimento della tua vita è per ora insostenibile e che quindi occorre fermarsi” chiarisce Lucia Portella.

Una donna che per la prima volta viene colpita da un attacco di panico ne esce così traumatizzata che a volte, in casi estremi, può perdere completamente la propria autonomia. Qualsiasi impegno viene si effettuato ma con la stretta collaborazione di una persona. Le situazioni anche più semplici guidare, passeggiare non vengono più effettuate con la stessa naturalezza di un tempo. Occorre un accompagnatore per tutte le situazioni. Certo questo è un caso estremo ma può modificare radicalmente lo stile di vita. Iniziano paure, angosce e tutto questo si ripercuote sulla propria vita ma anche sulla vita degli altri. Le relazioni cambiano perché è il soggetto a cambiare danneggiando così i rapporti instaurati prima di aver subito questo grave disagio.

“Lo sviluppo dell’ansia anticipatoria” spiega il dottor Bressa, “cioè la volontà di voler anticipare e prevenire qualsiasi evento della nostra vita che potrebbe generare una situazione considerata pericolosa può essere deleterio. Può, infatti, portare ai cosiddetti arresti domiciliari autoimposti. Il voler volontariamente astenersi alla vita. Si sceglie di evitare luoghi affollati, luoghi chiusi evitando così treni, aerei, ristoranti, cinema. Il fatto, poi, che non ci sia una diagnosi certa non fa altro che peggiorare la situazione. Non essendoci un’unica cura nasce e si sviluppa l’ipocondria. Persone, quindi, alla ricerca di medici che possano smentire le loro diagnosi; ritenendo di essere affetti da malattie incurabili”.

“Ma non sono solo i grandi spazi a provocare questo disagio questa situazione acuta. Anche i piccoli luoghi sembrano favorire questi attacchi di panico. Ascensori, locali di piccole dimensioni, cabine di vario tipo. Il problema non è lo spazio che ci circonda. Le difficoltà non provengono dall’ambiente ma il problema nasce dall’interno. Siamo noi a non riuscirci a collocare in questo spazio. Uno spazio che ci sembra inadatto alla nostra persona.

Un aspetto positivo è che l’eros non ne risente particolarmente. Una donna, soffrendo di questa malattia, si sente inadatta a fare qualsiasi cosa quindi anche in questo caso non riuscirà ad avere una gratificante vita sessuale. In questo caso anche il partner ne risentirà poiché il suo corpo non sarà mai rilassato. Inoltre l’individuo non riuscirà a guardare con piacere nemmeno le sue attività preferite. La sua vita sarà costantemente segnata dall’ansia. Un’ansia che non ti permetterà di vivere” conclude l’esperta Portella.

 

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