• Google+
  • Commenta
12 aprile 2012

Corsi universitari in inglese: conquista o errore?

In prima fila c’è il Politecnico di Milano, che a partire dall’anno accademico 2014/2015 fornirà ai propri studenti l’intera offerta formativa magistrale in lingua inglese, ed erogherà 3,2 milioni di euro per attrarre insegnanti internazionali (15 docenti, 30-35 post doc, 120 visiting professor), ma l’esperienza dell’ateneo milanese sembra destinata a fare scuola, tanto che è ragionevole supporre che presto o tardi molte altre università italiane batteranno la stessa strada.

Ma quella di tenere i corsi in inglese è davvero la scelta migliore e più vantaggiosa? Su questo punto non tutto il mondo accademico italiano è del medesimo parere. Secondo Giovanni Azzone, rettore del Politecnico, tale decisione è non solo inevitabile, visto il modo in cui il mercato del lavoro si è evoluto negli ultimi anni, ma anche estremamente vantaggiosa, perché garantirà all’Italia maggiori possibilità di crescita.

Azzone sostiene che ”l’italiano i ragazzi devono impararlo al liceo e, se non lo imparano a dovere, pensare di farlo all’università è tardi. Non si può chiedere alle università di insegnare una professione e, nel frattempo, fornire anche competenze di questo genere. Se l’università dovesse fare anche da liceo farebbe male entrambe le cose”. La scelta di offrire i corsi di laurea specialistica in lingua inglese deriva, dunque, dalla necessità di preparare gli studenti italiani a competere nell’attuale mercato del lavoro avendo alle spalle una preparazione culturale che sia di più ampio respiro rispetto agli standard attuali. C’è poi una seconda motivazione, che riguarda invece gli studenti stranieri, i quali a parere di Azzone saranno maggiormente invogliati a venire a studiare in Italia se i nostri atenei permetteranno loro di studiare in inglese anziché in italiano. Infatti, secondo il rettore del Politecnico, la limitata conoscenza della nostra lingua è uno dei motivi che tiene lontani dall’Italia molti ragazzi: una volta superato l’ostacolo con l’istituzione dei corsi in inglese, attrarre intelligenze dall’estero dovrebbe essere molto più semplice.

Di parere diametralmente opposto a quello di Azzone è invece il linguista Tullio De Mauro, che mette in guardia da quello che, nelle sue parole, rischia di diventare un autentico abuso della lingua inglese a scapito dell’italiano. Un abuso, spiega De Mauro, che potrebbe produrre guasti notevoli: infatti, secondo il linguista, “un training esclusivamente in lingua straniera… non aiuta a migliorare la conoscenza della lingua madre e questo ha effetti negativi sull’intelligenza delle persone perché, per quanto si possa imparare bene, una lingua straniera non sarà mai la lingua madre”. In secondo luogo, afferma De Mauro, la scelta di impartire tutti gli insegnamenti in inglese può essere valida per un’università privata, ma non per un ateneo pubblico, che dovrebbe invece optare per una soluzione intermedia, istituendo soltanto alcuni corsi in lingua straniera e lasciando in italiano il grosso dell’offerta formativa: così facendo le lezioni in inglese possono rivelarsi uno strumento prezioso, mentre la politica portata avanti dal Politecnico finirà per trasformarle, secondo il linguista, in un elemento dannoso per gli studenti, che magari impareranno molto bene l’inglese ma contemporaneamente vedranno il loro italiano peggiorare parecchio.

Google+
© Riproduzione Riservata