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2 aprile 2012

CRITICA DEL GIUDIZIO (analitica del bello e analitica del sublime)

Kant edifica due costruzioni teoriche riguardo la conoscenza e l’agire morale e sono rispettivamente la Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica. Nel 1790 pubblica la Critica del giudizio con la quale chiude il suo sistema. Per poter comprendere quest’ultima, bisogna riprendere, seppur brevemente, le prime due opere.
Nella Critica della ragion pura c’è una visione meccanicistica del mondo secondo la quale la natura procede secondo una concatenazione di causa ed effetto, senza alcuna finalità. Dunque, domina la causalità, il meccanicismo e il determinismo. Di conseguenza, la Critica della ragion pura si occupa della conoscenza scientifica la quale si occupa, a sua volta, del mondo dei fenomeni, dominato da causalità e necessità. Questa conoscenza rientra in una dimensione che può essere spazializzata, temporalizzata e regolata dalla categorie in quanto l’uomo, essere limitato e caduco, può conoscere solo il fenomeno, filtrato dalle sue strutture conoscitive: spazio, tempo, categorie. Idee quali Dio, l’anima e il mondo, possono essere conosciute attraverso il noumeno=cosa in sé, a cui però l’uomo non può tendere in quanto legato ad una conoscenza sensibile=fenomenica.

[fenomeno=ciò che appare, è ciò che l’uomo può conoscere. Oggetto che può essere conosciuto mediante l’esperienza
noumeno=cosa in sé, pensabile, ma non conoscibile, è l’idea della ragione che trascende=oltrepassa l’esperienza]

Nella Critica della ragion pratica c’è una visione opposta. Al meccanicismo si oppone il finalismo. Qui si ha a che fare con la filosofia pratica che si occupa della prassi=agire umano, ossia di cosa sia bene o male nel comportamento dell’uomo il quale appunto, si prefigge degli obiettivi=fini. La ragione guida la volontà per agire verso un fine. Ora, la morale è tesa alla realizzazione dei fini. Essa si basa sul dovere=dover essere. Il dover essere è legato alle azioni che sono di due tipi: legali=azioni conformi al dovere per un motivazione estrinseca: rispettare la legge o per paura della pena o per desiderio di un premio; morali=zioni conformi al dovere per una motivazione intrinseca, ovvero per il dovere stesso e per nessun altra ragione. Quindi la morale si basa sul dovere che l’uomo sente alla base di ogni suo agire. Ora, il fondamento regolatore della dimensione morale è la libertà che si esplica a livello pratico. Cioè L’uomo segue la morale=obbedire ad un comando, ma è una sua scelta libera in quanto la libertà=essenza razionale del suo essere.

Riassumendo:
Per Kant la ragione nell’accezione più in generale del termine si divide in
ragione teoretica=ragione che conosce (Critica della ragion pura)
ragione pratica=ragione che descrive ciò che conosce (Critica della ragion pratica)

L’indagine critica condotta da Kant in queste due opere non ha fatto che isolare e contrapporre due ordini di realtà: il mondo della natura da un lato, e il mondo della libertà dall’altro. Compito dell’introduzione alla Critica della facoltà di giudizio è chiarire in che modo possa essere raggiunta una mediazione tra questi due ordini, ossia tra il determinismo riscontrabile nel mondo naturale, fenomenico, spiegabile mediante rigorose leggi scientifiche, e la libertà che sta a fondamento delle azioni umane, compreso lo stesso pensare; in altre parole, tra la dimensione del conoscere e quella dell’agire.
La mediazione presuppone una facoltà intermedia: facoltà del giudizio.

cosa è il GIUDIZIO?
In tedesco è URTEILSKRAFT, parola composta da KRAFT=facoltà e URTEIL=giudizio.
Quindi Kant definisce il GIUDIZIO=FACOLTA’ DI PENSARE IL PARTICOLARE COME CONTENUTO NELL’UNIVERSALE. Detto altrimenti FACOLTA’ DI GIUDICARE=capacità di unificare un soggetto e un predicato.

Ci sono due tipi di giudizi:
GIUDIZIO DETERMINANTE (CONOSCITIVO= GIUDIZIO SINTETICO A PRIORI – nella prima critica). Il particolare e l’universale (la regola, il principio, la legge) sono dati e compito del giudizio è ricondurre il particolare sotto l’universale. DETERMINANTI sono quei GIUDIZI delle scienze esatte che riconducono l’azione singola sotto l’universalità della legge morale e determinano=delimitano la categoria (es. quando dico “A è causa di B” determino la categoria di causalità, cioè pongo dei limiti perché la applico a un caso specifico).
GIUDIZIO RIFLETTENTE è dato solo il particolare, e compito del giudizio è trovare  un universale sotto il quale sussumerlo. RIFLETTENTI sono quei GIUDIZI che non hanno una funzione conoscitiva, né servono a individuare direttive dell’agire o principi di valutazione morale di un’azione compiuta. In essi la rappresentazione del particolare è riferita riflessivamente alle facoltà del soggetto e al sentimento da esso provato. Quindi bisogna riflettere sulla categoria che non è già data, ma deve essere rintracciata. Sono giudizi emessi dalla sfera del SENTIMENTO. Secondo Kant il giudizio riflettente si esercita sui prodotti dell’arte e su quegli aspetti in cui la natura mostra la presenza di una finalità: aspetti che non sono sussumibili sotto le leggi necessarie dell’intelletto ma nei quali si rivela un accordo finalistico tra le facoltà soggettive capace di venerare un sentimento di piacere.

La Critica del giudizio si suddivide in due parti che contengono l’analisi di due forme diverse del giudizio riflettente:
CRITICA DEL GIUDIZIO ESTETICO: nel giudizio estetico la facoltà di giudizio è chiamata a esprimersi su ciò che è definito bello e sublime. Il giudizio estetico permette di ritrovare una finalità negli oggetti belli nel senso che essi sembrano tali perché possano far suscitare un senso di armonia in chi li contempla. E’ come se avessero una finalità rivolta verso chi fruisce, ad es., di un’opera d’arte. Ecco perché i giudizi estetici=giudizi riflettenti di finalità soggettiva in quanto rivolta al soggetto che appunto riflette sulla “semplice apprensione della forma di un oggetto nell’intuizione”, indipendentemente dal prodursi di una conoscenza.
CRITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO: nel giudizio teleologico la facoltà di giudizio si esplica in relazione a quegli aspetti del mondo naturale e umano che possono avere una spiegazione finalistica. Il giudizio teleologico si riferisce alla considerazione degli organismi viventi. Quest’ultimi hanno senso in vista del fine della vita dell’organismo nella sua interezza. Qui, il finalismo è rivolto all’oggetto dell’organismo. Ecco perché i giudizi teleologici=giudizi riflettenti di finalità oggettiva in quanto rivolta all’oggetto.

Abbiamo detto che i giudizi riflettenti sono giudizi emessi dalla sfera del sentimento. Kant considera il sentimento sotto due aspetti:
SENTIMENTO=sentimento del bello e del sublime
SENTIMENTO=armonia della natura, ossia sentimento riguardo le cose che rispondono ad una finalità=armonia complessiva cose (teleologia)

Ora, riguardo il giudizio estetico, Kant conduce l’analisi attraverso due sezioni:
ANALITICA DEL BELLO
ANALITICA DEL SUBLIME

ANALITICA DEL BELLO
Questa parte propone un’analisi che si fonde su una suddivisione dei giudizi: secondo QUALITA’, QUANTITA’, RELAZIONE e MODALITA’.
1° MOMENTO DEL GIUDIZIO DI GUSTO(=facoltà di giudicare del bello) – QUALITA’
Bello è ciò che è oggetto di un piacere disinteressato, detto altrimenti, il bello=ciò che piace senza interesse perché l’oggetto bello non deve rispondere né a scopi utilitaristici né ad imperativi altrui (es. un tramonto è bello di per sé, piace a tutti, un campo di grano piace perché dà una rendita, quindi non è bello).
2° MOMENTO DEL GIUDIZIO DI GUSTO – QUANTITA’
Bello è ciò che piace universalmente senza concetto, il bello è ciò che piace universalmente, condiviso da tutti, senza che sia sottomesso a qualche concetto o ragionamento, ma vissuto spontaneamente come bello
3° MOMENTO DEL GIUDIZIO DI GUSTO – RELAZIONE
Bellezza è la forma della finalità di un oggetto in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione d’uno scopo. Detto altrimenti, il bello=ciò che ha armonia senza seguire regole formali in quanto non è possibile classificare il bello in schemi e regole precise.
4° MOMENTO DEL GIUDIZIO DI GUSTO – MODALITA’
Bello è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario. Non di necessità logica, non esistono regole esplicite per il giudizio estetico.

Con la prima tesi, Kant distingue tra bello, buono e piacevole. I predicati del buono e del piacevole sono infatti legati all’interesse per l’esistenza di ciò che è giudicato tale, mentre nel caso del bello siamo in presenza di un giudizio puramente “contemplativo”, caratterizzato dall’assenza di interesse per l’esistenza dell’oggetto bello.
La seconda e la quarta tesi contengono una delle affermazioni più importanti della Critica della facoltà di giudizio: i giudizi di gusto devono poter ambire a una validità universale, ossia devono poter essere condivisi intersoggettivamente pur senza essere fondati su concetti.  La ragione di questa pretesa è trascendentale, e risiede nella natura del piacere provato in concomitanza con il giudizio estetico, un piacere derivante da quello che Kant chiama libero gioco delle facoltà conoscitive coinvolte nel giudizio sul bello: l’immaginazione e l’intelletto. Questo armonico accordarsi delle facoltà soggettive produce una sorta di senso comune fondato sul sentimento: SENSO COMUNE ESTETICO
rivoluzione copernicana estetica: il bello non è più considerato come una qualità dell’oggetto, ma è una qualità che deriva dal modo in cui l’uomo interpreta la qualità dell’oggetto. Se il bello dipendesse da qualità esterne alla nostra mente, non esisterebbe più la libertà dei giudizi estetici, la bellezza sarebbe già decisa dall’oggetto.
Così, il Giudizio di gusto=fondamento trascendentale della possibilità di condividere intersoggettivamente il sentimento=luogo in cui l’esperienza del gusto può essere comunicata e assumere una valenza sociale.
Il terzo momento dell’analitica del bello asserisce che bello è ciò che piace “senza la rappresentazione di uno scopo”, distinguendo in tal modo:
una bellezza libera, indipendente da qualsiasi rappresentazione di un fine determinato, cioè non segue canoni, regole, modelli. Essa è universale ed è veramente bella.
una bellezza aderente, subordinata al concetto di ciò che l’oggetto deve essere, cioè segue canoni, regole, modelli. Non è universale perché è giudicato in base a dei creiteri che possono variare (es. il tempo) e non è veramente bello (es. una chiesa baracco non piace agli illuministi).

cosa è il BELLO?
Il bello=ciò che procura una soddisfazione di carattere universale, non esprimibile mediante concetti, libera da qualsiasi fine utilitario e morale

ANALITICA DEL SUBLIME

cosa è il SUBLIME?
Sublime=ciò che è assolutamente grande al di là di ogni comparazione. Detto altrimenti, il sublime=ciò al cui confronto ogni altra cosa è piccola. Quindi, sublime non è l’oggetto, ma la disposizione d’animo che risulta da una certa rappresentazione. Può essere definito anche come ciò che, per il fatto di poterlo anche solo pensare, attesta una facoltà d’animo superiore ad ogni misura dei sensi. Detto altrimenti, il sublie=sentimento prodotto da ciò le cui dimensioni sono incommensurabili con quelle del soggetto umano.

Ci sono due tipi di sublime:
MATEMATICO=effetto causato da qualcosa di molto grande (es. numero degli alberi, galassie) e generato da un’estensione immensa ed è ambivalente.
DINAMICO=effetto causato da grandi forze naturali (es. vulcani in eruzione, tempeste). E’ una forza irresistibile, che schiaccia e travolge l’osservatore.
In entrambi i casi, il Sublime produce un effetto ambivalente:
immaginazione-angoscia: con l’immaginazione l’uomo prova un senso di angoscia per il suo essere piccolo e impotente=senso di annichilimento e ridimensionamento del valore umano
ragione-esaltazione: nel momento in cui diviene consapevole dei suoi limiti come essere naturale, l’uomo diviene anche consapevole della sua natura razionale. In essa egli si riscatta dalla sua impotenza; la dignità umana consiste nella consapevolezza razionale dei suoi limiti.
L’esperienza del sublime nelle sue due forme – matematico e dinamico – è per Kant l’esperienza di una sproporzione tra le facoltà conoscitive del soggetto e l’infinita grandezza o infinita potenza che esso si trova dinanzi. Ciò si traduce da un lato nella consapevolezza del soggetto della sua insufficienza e limitatezza; dall’altro, però, per il solo fatto di poter pensare questa  grandezza o infinita potenza che esso si trova dinanzi. Il sublime finisce per attestare l’esistenza di una facoltà dall’animo superiore a ogni misura dei sensi: la ragione, intesa come facoltà dell’incondizionato e sede dell’idea di libertà.
RISCATTO UMANO: l’uomo si riscatta dal sublime matematico in quanto è in grado di concepire l’idea di INFINITO rispetto a cui anche la più grande realtà naturale appare piccola. Inoltre l’uomo si riscatta dal suo senso di impotenza perché la sua ragione può dominare anche le più grandi forza della natura. Quindi il passaggio da inferiorità a superiorità dell’uomo è legato all’infinitezza della sua natura spirituale e alla sua ragione.

DIFFERENZA TRA BELLO E SUBLIME
BELLO: dà armonia e serenità, nasce dal rapporto tra mente e fantasia. E’ ciò che piace nel semplice giudizio. Esso ci prepara ad amare qualche cosa senza interesse
SUBLIME: dà agitazione e contrasto, nasce dal contrasto tra mondo fisico e mondo spirituale. E’ ciò che piace immediatamente per la sua opposizione all’interesse dei sensi. Esso ci prepara ad stimare qualche cosa anche contro il nostro interesse.

Se il bello è connesso alla forma dell’oggetto(=limitazione), il sublime rimanda alle idee di illimitatezza e informe. Il bello=concetto indeterminato dell’intelletto, il sublime=esibizione di un concetto indeterminato della ragione.Nel primo caso, il piacere è legato alla qualità della rappresentazione, nel secondo caso, alla quantità.
Il bello implica direttamente un sentimento di agevolazione e intensificazione della vita, così si coincilia con l’immaginazione–> è un piacere positivo
Il sublime implica un sentimento che sorge indirettamente, cioè viene prodotto dal senso di un impedimento, seguito da una forte emozione che, in quanto tale, si presenta come qualcosa di serio. L’animo umano nei confronti del sublime è attratto e respinto in modo alternato. Il sublime contiene meramiglia e rispetto, non gioia–> è un piacere negativo

 

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