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10 aprile 2012

Dalla Punizione alla Rieducazione: trattamento criminologico in carcere e nuove prospettive d’ intervento

In ambito penale, la prevenzione speciale si propone di agire sull’autore del reato, in modo tale da impedire che commetta recidiva.

Questo risultato, secondo la teoria della prevenzione speciale, può essere ottenuto sia attraverso la sofferenza indotta dalla sanzione punitiva, che dovrebbe scoraggiare il delinquente dal commettere altri reati, sia attraverso un’azione rieducativa, operata per mezzo della pena, che può e deve tendere ad una “trasformazione” della personalità del reo.

L’idea di impedire qualunque forma di recidiva attraverso un’azione di “trasformazione” della personalità del reo si è andata affermando a partire dal XVIII° secolo ad opera del pensiero illuminista. Fino ad allora, le sanzioni penali più diffuse erano per lo più di natura pecuniaria, oppure includevano pene corporali ed infamanti come l’esilio e la pena capitale.

In ogni caso, nessuna di queste sanzioni includeva l’intenzione di cambiare le convinzioni e gli atteggiamenti degli autori di reato per rinsaldarne i valori morali ed operare un loro recupero sociale.

La deportazione e la pena di morte, poi, servivano esclusivamente a sbarazzarsi, una volta per tutte, dei criminali, senza preoccuparsi di realizzare alcun tentativo di recupero e di reinserimento sociale.

Anche il carcere, per molti secoli, è servito solo ad ospitare gli imputati in attesa di giudizio o i condannati in attesa di subire le punizioni corporali, come la fustigazione, la mutilazione e la pena di morte, che sole erano considerate giusto corrispettivo per chi avesse violato la legge arrecando un danno ingiusto alla collettività.

Così, per molti secoli, la detenzione venne considerata solo come uno dei tanti gradini preliminari del processo penale e le condizioni disumane in cui versavano i detenuti passavano del tutto inosservate.

Successivamente, poi, nel diciottesimo secolo, il carcere comincia ad assumere un nuovo significato: poiché le cause del crimine non vanno ricercate nelle caratteristiche individuali del delinquente, ma piuttosto nell’incapacità della famiglia e della Chiesa di proteggere l’uomo dalla corruzione e dal male che dilaga nella società, al carcere viene attribuito il compito di riabilitare e rieducare tutti i criminali.

Michel Foucault, che ha studiato l’evolversi del carcere fino al suo moderno significato, nell’opera “Sorvegliare e Punire”, mostra il tragitto che nel giro di pochi anni condusse al passaggio dallo “splendore barbaro” dei supplizi e delle pene corporali pubbliche, alla realizzazione di un nuovo sistema penale fondato sull’equivalenza tra delitto e pena, quest’ultima da scontarsi all’interno delle istituzioni carcerarie.

Secondo Foucault fu lo sviluppo delle tecnologie disciplinari, avvenute nel corso del seicento e del settecento, a costituire il fondamentale punto di partenza di quella evoluzione che trasformò i supplizi corporali in pena detentiva.

Le nuove filosofie che si andarono affermando nel corso dell’ottocento trovarono, così, espressione nei diversi modelli di gestione istituzionale carceraria che si andarono affermando.

Su uno di questi modelli carcerari, quello che prescrive l’isolamento assoluto del reo, sia di giorno che di notte, Foucault scrive: “La riqualificazione del criminale non viene richiesta all’esercizio di una legge comune, ma al rapporto dell’individuo con la propria coscienza ed è a ciò che può illuminarlo dall’interno”.

Il 1870, infine, segna l’inizio, negli Stati Uniti, di quella che è comunemente chiamata l’era riformatrice.

La pena, si sostiene, deve tendere a riabilitare il delinquente; essa, cioè, deve tendere a modificare il suo comportamento attraverso l’utilizzo di specifici e mirati strumenti rieducativi.

Il carcere, quindi, comincia ad essere concepito come una specie di ospedale dove ricoverare i delinquenti per curarli e farli guarire.

Poiché, inoltre, lo scopo dichiarato delle istituzioni carcerarie non è più quello di ottenere detenuti passivi, obbedienti e disciplinati ma, al contrario, persone operative e responsabili, ampio spazio viene riservato all’istruzione professionale, alla formazione scolastica ed a tutte le attività ricreativo – educative.

I programmi di trattamento, avvalendosi le carceri della consulenza di psicologi, criminologi, psichiatri, sociologi e di altre figure professionali esperte nelle scienze umane, sono stati spesso accompagnati da progetti di ricerca finalizzati a fornire indicazioni utili per la verifica dei risultati ottenuti.

Si sono così moltiplicate le ricerche in questo come in altri campi del settore penitenziario e, alcune di queste ricerche, hanno perfino preso in considerazione l’adattamento dei detenuti alla realtà penitenziaria, le difficoltà legate al passaggio da tali istituzioni al mondo esterno e il reinserimento sociale nel periodo successivo alla detenzione.

Particolare importanza hanno rivestito in quest’ambito, poi, le ricerche che hanno messo in luce i devastanti effetti del carcere sulle condizioni psicologiche dei detenuti: con un’intuizione che potremmo definire pionieristica, nel 1940 Clemmer elaborò il concetto di “prisonizzazione” che egli stesso definiva come “l’assunzione, in maggior o minor grado, delle consuetudini, abitudini, usanze e della cultura generale del penitenziario”.

Da allora, su questo processo di “prisonizzazione”, sono state condotte ricerche sempre più meticolose e dettagliate: esso sembrerebbe sorgere, in ogni struttura penitenziaria, come forma di tutela e protezione psicologica che i detenuti mettono in atto per difendersi dalle “pene dell’incarcerazione”.

Accanto alla struttura formale degli istituti penitenziari, verrebbe, cioè, a crearsi spontaneamente, nel sub-mondo dei detenuti, un’organizzazione informale, con valori ed atteggiamenti propri, destinata a creare una frattura tra gli obiettivi perseguiti dalle istituzioni penitenziarie e i risultati prodotti, invece, dall’azione di questa subcultura carceraria.

La ricerca ha evidenziato, in quest’ambito, numerosi fattori capaci di influenzare tale processo.

Essi sono:

1) La durata della detenzione;
2) La percentuale di pena scontata;
3) L’adattamento del detenuto al proprio ruolo sociale;
4) Le prospettive dei detenuti dopo il rilascio;
5) Il concetto e la considerazione che i detenuti hanno di se stessi;
6) Il grado di alienazione manifestato dai detenuti.

Tuttavia, nonostante esista la certezza che vi sia un sistema normativo subculturale in tutti gli istituti penitenziari, il dibattito sulle caratteristiche di questo preoccupante fenomeno non sembra aver trovato, per adesso, una soluzione definitiva.

Sembra inevitabile affermare, quindi, che in questo specifico momento storico il dibattito sulla funzione della pena, quello sull’efficacia del sistema penale vigente e quello sulla “prisonizzazione” risulta aspro, profondo e articolato.

Tutte le principali tendenze emerse a partire dall’ottocento fino ad oggi vi sono rappresentate: i correzionisti, i retribuzionisti, coloro che si schierano a favore della deterrenza… Ognuno di loro ritaglia all’interno delle ricerche criminologiche i dati che possono confermare le proprie teorie e, proprio per questo, gli stessi dati si prestano spesso a letture contraddittorie.

Il fatto, poi, che gli studiosi vengano finanziati, o addirittura siano dipendenti di agenzie interne al sistema penale complica ulteriormente le cose.

Il cammino è ancora lungo e la strada da percorrere è ruvida ed assai tortuosa; tuttavia, con grande fermezza e determinazione, i criminologi di tutto il mondo continuano a lavorarci sopra, custodendo silenziosamente nel cuore la speranza che sia vicino il tempo di raccogliere risultati migliori di quelli raccolti finora.

Ma la notte io fremeva e piangeva, e dormiva poco o nulla…” scrive Silvio Pellico ne Le mie Prigioni .

Oh, Iddio benedica tutte le anime generose che non s’adontano d’amare gli sventurati! … Ah, tanto più le apprezzo”, continua Pellico , “dacché, negli anni della mia calamità, ne conobbi pur di codarde, che mi rinnegarono e cedettero vantaggiarsi ripetendo improperii contro di me… Oh quanto è soave la pietà de’ nostri simili!…Chi sa“, pensavo io , “se vedessi da vicino i loro volti, e se essi vedessero me, e se potessi leggere nelle anime loro, ed essi nella mia, chi sa ch’io non fossi costretto a confessare non esservi alcuna scelleratezza in loro; ed essi, non esservene alcuna in me! Chi sa che non fossimo costretti a compatirci a vicenda e ad amarci! Pur troppo sovente gli uomini s’aborrono, perché reciprocamente non si conoscono; e se scambiassero insieme qualche parola, uno darebbe fiducialmente il braccio all’altro… Oh come gli uomini sono ingiusti, giudicando dall’apparenza e secondo le loro superbe prevenzioni…

 

 

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