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19 aprile 2012

Gli acidi grassi furono la chiave dell’evoluzione umana

La specie umana è considerata (da se stessa) al gradino più alto per intelligenza, rispetto alle altre specie animali. L’evoluzione ha fatto si che nel corso di migliaia di anni il funzionamento del nostro cervello si perfezionasse di pari passo alle nostre abilità fisiche e tecniche. Ma quale è il segreto dell’evoluzione della nostra specie?

Sono passati più di duecento anni dalla prima formulazione compiuta di una teoria che spiegasse come è avvenuto il processo che ci ha portati ad essere quello che siamo. Da duecento anni le teorie evoluzioniste ci costringono a porci una serie di problemi che rimandano sempre allo stesso quesito: quale è la chiave del nostro successo evolutivo?

Una delle possibili risposte sembra ora fornirla uno studio dell’Università di Uppsala: un grande accumulo di acidi grassi nel nostro cervello avrebbe consentito lo sviluppo delle sue capacità. Gli esperti hanno scoperto che solamente la specie umana possiede i geni di due enzimi necessari alla produzione di Omega3 e Omega6, e che tali enzimi presiedono ad un aumento della loro produzione.

«Il particolare adattamento genetico finalizzato alla produzione elevata di Omega-3 e Omega-6 si trova solo negli esseri umani e non nei nostri cugini primati», spiega Adam Ameur, biologo del Dipartimento di Immunologia, Genetica e Patologia dell’Università di Uppsala. A quanto pare, questa caratteristica della specie umana è dovuta ad un adattamento che si è prodotto circa 300 000 anni fa in risposta ad una limitata disponibilità di acidi grassi polinsaturi nella dieta dei primi uomini. Stando quindi a tale datazione, neanche gli uomini di Neanderthal o altre specie estinte di ominidi possedevano questa variante genetica.

Lo studio in questione, pubblicato su American Journal of Human Genetics Scientists, mostra come una iperproduzione di acidi grassi da parte del nostro organismo avrebbe quindi consentito alla specie di evolversi e raggiungere le capacità celebrali attuali. Ma cosa comporta tutto ciò in un’era in cui le disponibilità alimentari sono cambiate? Se l’adattamento ha supplito a una carenza che oggi non sussiste più, gli scienziati si sono chiesti in che modo una iperproduzione di acidi grassi possa oggi influenzare il funzionamento del cervello.

«Oggi, però, in una situazione di vita caratterizzata da un surplus di nutrimento, questo adattamento genetico rischia di essere controproducente, determinando un aumento del rischio di sviluppare disturbi come le malattie cardiovascolari», commenta l’equipe di ricercatori. Lo studio suggerisce inoltre che l’assunzione degli acidi grassi deve comunque essere moderata per evitare gli accumuli eccessivi e l’attenzione al problema si sposta anche laddove l’assunzione viene anche suffragata da integratori dietetici, nella convinzione che gli acidi grassi polinsaturi abbiano solo effetti positivi e che il nostro organismo non riesca da se a procurarsene abbastanza.

 

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