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26 aprile 2012

Tra Oblomov e Pentothal: la pigrizia (in)consapevole

Oblomov
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Nella letteratura, tra gli eroi di pigre imprese da divano, non si può far meno di citare in tal senso il libro più insolente ed epico di tutti: l ‘‘Oblomov” di Ivan Goncarov.

Fine di aprile caldo e primaverile, finalmente. Aprile dunque, che sia dolce il dormire?

Nei detti popolari e nei proverbi c’è sempre una punta di verità, dicono. Per cui, finché si può, occorre riposarsi, cercare di superare indenni il cambio stagione, prepararsi psicologicamente agli esami.

Pigrizia, ozio, accidia, apatia, inerzia, indolenza. Tanti sono i termini che il vocabolario suggerisce per poter specificatamente definire quella coazione a far nulla che tanto accomuna, e non solo in questo periodo, studenti di tutte le età e di tutto il mondo.

Per aiutare studenti ed astanti di vario genere ad affrontare con filosofia la propria atavica pigrizia, intervengono i libri. Di esempi ne potremmo fare tanti. Senza andare troppo indietro nel tempo, citerei Bertrand Russel ed il suo noto “Elogio dell’ozio” (1935), in cui, senza celebrare la sacra “Pigra Divinità”, si propone di affrontare una serie di argomentazioni filosofiche, etiche e politiche in maniera pur complessa e argomentata, ma senza superare il limite massimo di quattro ore giornaliere da dedicare al lavoro e all’impegno nella socializzazione. Diversa è la critica sottile e ironica che pone Jerome K. Jerome nel suo “I pensieri oziosi di un ozioso” (1888) in cui, attraverso il pretesto della pigrizia, si descrive un mondo in cui si manifestano follie anonime, animosità superficiali, passioni più o meno lecite e signore che parlano tutto il tempo di moda, signori che si azzuffano attorno ad un’anatra terribilmente dura, bambini che piangono senza nessun motivo. La critica sottile di Jerome non tollera nulla di grandioso, predilige il quotidiano e sfocia in una amara considerazione sulle cose della vita che solo una visione pigra e distaccata del mondo può preservare.

Ci sono poi pensatori contemporanei che fanno dell’ozio la vera priorità ed unico mezzo per conservare un punto di vista  critico. Afferma lo scrittore francese Denis Grozdanovitch nella descrizione del suo libro “La difficile arte di non fare quasi nulla” (2011):   «Esiste una sorta di morti viventi, individui insulsi che a malapena sono consapevoli di esistere se non nell’esercizio di una qulache occupazione convenzionale,(…) solo gli oziosi sanno abbandonarsi agli stimoli del caso: provano gusto nell’esercitare gratuitamente le proprie capacità, mentre le persone occupate sono prive di curiosità, poichè incapaci di pigrizia. La loro natura non è abbastanza generosa(…)Il tempo perso è, in fin dei conti, quello impiegato nella maniera migliore»

Nella letteratura, tra gli eroi di pigre imprese da divano, non si può far meno di citare in tal senso il libro più insolente ed epico di tutti: l ‘‘Oblomov” di Ivan Goncarov. Nel romanzo (del 1859) si narrano le avventure di Il’ja Il’ic Oblomov, signorotto pietroburgese che, nel suo inconsapevole idealismo provinciale, sfruttando l’esigua rendita di una tenuta dimenticata, vive nella più assoluta inerzia fisica e psichica. In una camera coperta da ragnatela giace lontano dalle fatiche del mondo, nella sua “normale posizione” nel suo comodo vestito da camera su un divano emblematico e inamovibile, rifugio ideale per dormire e sognare, lontano dai rumori della vita. Oblomov, specchio di un fatalismo storico che accomuna diverse zone del mondo, dalla Russia all’Africa, dall’Italia meridionale all’Armenia, Oblomov è l’eroe inconsapevole della pigriza, l’ inerte e apatico prodotto di una borghesia imperante e viziata che, con i suoi eccessi avrebbe contribuito a condurre il popolo, poco più di mezzo secolo dopo, verso la Rivoluzione.

Ebbe a dire di lui, in un articolo del 1979 Giorgio Manganelli“Penso che se questo libro,a 120 anni dalla sua pubblicazione continua ad affascinare lettori né slavi, né borghesi campagnoli decadenti, né specialmente profetici, qualche segreto e potente motivo deve esserci: giacché questo libro che non racconta pressoché nulla è uno dei capolavori più insinuanti di quella incredibile letteratura russa dell’Ottocento.” 

Se dunque Oblomov è il figlio di una certa cultura del contemporaneo ottocentesco, vorrei, come da contraltare, introdurre uno dei personaggi più significativi, almeno in Italia,  dalla cultura pop croce e delizia dell’inadeguatezza e dell’incapacità a resistere al post-moderno tipiche della fine del XX secolo. Pentothal, personaggio a fumetti ideato da Andrea Pazienza, è l’incarnazione dell’incapacità di vivere il presente poiché perennemente occupato in personali elucubrazioni più o meno sentimentali, sociali, psicologiche. Penthotal vive confinato nel suo letto incapace di reagire agli attacchi della vita con le sue normalità (turbamenti sentimentali), con i cambiamenti storici (le contestazioni del 77), chiacchierando con la sua auto-consapevolezza ed incapacità di reagire che si manifesta attraverso visioni e allucinazioni. Lo sfondo è quello della Bologna studentesca, gli studi precari, la cultura della droga, delle lotte sociali e del pulp all’italiana che grazie a fumettisti quali lo stesso Pazienza (e  Scozzari, Tamburi, Mannelli ecc.) e a scrittori quali (solo a titolo d’esempio) Pier Vittorio Tondelli, Lidia Ravere, M.L.Radice, entrerà definitivamente nell’immaginario collettivo.

Pentothal, e Oblomov, differenti per collocazione temporale e strorica, economica, culturale, sono accomunati da un indolenza che ha cause diverse e si esprime in modi diversi ma, allo stesso tempo, non nega di manifestarsi per quello che è: punto di vista filosofico sul mondo, causa o mezzo, unico invito a proseguire nella convinzione del sogno. Un sogno non romantico, non consolatorio, solo illusorio, pur sempre vitale.

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