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27 aprile 2012

Vi dichiaro marito e…marito. Per il tribunale di Rimini è tutto “ok”

Allora ci sono un brasiliano e un italiano…anzi una brasiliana e un italiano, anzi una brasiliana e un italiana…no, così non va. Sembra una di quelle barzellette peudonazionalistiche  del tipo “ci sono un francese, un inglese e un napoletano”  che racconti agli amici quando non c’hai un cacchio da dire.

Allora c’è lui che ama lei, ‘spetta no. Ricominciamo. Lui ama lui, cioè lei ama lui che, però, si sente anche lui una lei.

No, eh? Mi spiego meglio. Lei, che un tempo era un lui, ama lei che però è rimasta un lui, cioè non proprio un lui. Un’incognita, per dirla alla Alice in Wonderland, per ora Brucaliffo!

Lo so, sto facendo un casino. D’altronde è sempre così quando cominci a parlare di omosessualità e non vuoi passare per razzista omofobo perché usi una parola al posto di un’altra o ti imbrodi di inutili perifrasi giusto per non fare torto a nessuno (né omo né etero).  Ci vuole delicatezza! Difficile? Non necessariamente: tutto quello che devi fare è essere esplicito ma garbato, ficcante ma discreto, moderno ma cum iudicio. Una sfida inumana, insomma, che ha solo un risultato: la sconfitta!

Ma siccome a noi piace farci del male, beccatevi pure ‘sta storiella. Curiosa quanto volete, ma che spiega bene come la confusione, spesso e volentieri, non sia “genetica” (figlia naturale di devianze più o meno investigabili, come vuole farci credere qualcuno) ma piuttosto “giuridica” (e prima ancora civile). Vediamo perché.

Protagonista una giovane coppia di sposini. Lui, il marito, è un 35enne transessuale brasiliano. Lei, la moglie, è una donna, una “vetrinista” napoletana di 38 anni, da tempo domiciliata a Rimini, nata uomo, ma che ha poi deciso di adeguare i suoi caratteri sessuali a quello che, evidentemente, riteneva essere il suo orientamento reale (insomma s’è operato).

Succede così che nel febbraio 2010 a Sorocaba, Brasile, si ritrovano a giurarsi amore eterno davanti  all’ufficiale di stato civile, due donne: il trans carioca (non operato) e quello italiano (operato).

Tristi tecnicismi, lo so. Almeno siamo sicuri di capirci. Ma non tergiversiamo oltre.

Nel settembre 2011, la coppietta vola in Italia, il Paese dove hanno deciso di vivere il loro amore, ma quasi non fanno in tempo a mettere piede in terra di Romagna che subito la Questura di Rimini blocca il brasiliano.

Il suo permesso di soggiorno (quello di extracomunitario che ha sposato un cittadino europeo) non è valido!

Il motivo? Semplice: “la moglie (il 38enne napoletano) è persona sottopostasi a conversione androgenica, prima della quale rispondeva a generalità maschili”.

In più nell’abitazione riminese della coppia “veniva rinvenuto solamente abbigliamento e calzature femminili verosimilmente riconducibili ad entrambi i coniugi”. Nulla che a detta della Questura provasse che i due fossero effettivamente coniugati.

Tutti elementi, a vario titolo, “incompatibili con i presupposti che stanno alla base dell’istituto del matrimonio», istituto che nella cattolicissima Italia, ovviamente, non può che riferirsi al solito rapporto“uomo-donna”.

II transessuale carioca, però, non si dà per vinto. Decide di fare ricorso, assistito dagli avvocati Andrea Cappelli e Genny Quadrelli.

Dopo un’infinita battaglia legale, ecco quindi la svolta: il giudice civile del Tribunale di Rimini, Susanna Zavaglia, accoglie il ricorso, capovolgendo così il provvedimento emesso dalla Questura.

Come si legge nella sentenza, infatti, “le circostanze dedotte dalla pubblica amministrazione per negare il titolo di soggiorno riguardavano unicamente la sfera personale dei coniugi e i loro gusti sessuali”. Quindi non l’effettiva validità civile della loro unione.

Il colpo di scena è completo!

Il trans potrà tornare a casa e, soprattutto, potrà richiedere, in assoluta legittimità, il permesso di soggiorno in quanto “marito di una donna italiana”.

Una pronuncia storica, quella del Tribunale di Rimini, che taglia le gambe ad un’impasse giuridica, se così la vogliamo chiamare, che dura ormai da troppo tempo e che, in fondo, altro non è che il riflesso condizionato di quel bigottismo becero,anacronistico, subdolamente reazionario che ancora ammorba larga parte della nostra gloriosa legislazione.

Ma poco importa, se stavolta, per una volta, oltre all’amore, vince pure quella cosa che i libri di diritto (e non solo) chiamano, questa sì senza “sfumature”, civiltà.

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