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15 Maggio 2012

Conversazione con Biancastella Antonino

In più occasioni abbiamo recensito mostre organizzate dalla Biblioteca Universitaria di Bologna che conta fondi inestimabili: abbiamo visitato la monografica sul giurista Pietro Ellero ed ora seguiamo il percorso dedicato a Luigi Ferdinando Marsili, colui che viene ricordato come il fondatore della BUB, allora neonato Istituto delle Scienze .

La BUB è talmente misteriosa e suggestiva che è stata scelta come una delle scenografie del film Centochiodi di Ermanno Olmi, in seguito, probabilmente come omaggio al regista, la BUB fu locus commissi delicti d’onore per la puntata intitolata “Sangue in facoltà” della serie L’ispettore Coliandro, personaggio televisivo inventato da Carlo Lucarelli (video: minuto 01:25:42).

La BUB è conosciuta, preziosa, ammirata, è “richiesta” a livello nazionale, tuttavia, non con lo stesso riguardo è trattata e curata dall’Università di Bologna che per anni l’ha corteggiata perché diventasse il suo faro librario, così come gli atenei internazionali più prestigiosi hanno la loro biblioteca ufficiale.

Come promesso, abbiamo intervistato Biancastella Antonino, direttrice della BUB, perché ci spieghi le vicende controverse che coinvolgono, in maniera sempre più allarmante, la Biblioteca e per cercare di analizzare lo sguardo un po’ distratto ad essa riservato dall’Alma Mater.

Il rapporto tra la BUB e l’UniBo è complicato, desiderando indagarlo occorre fare un passo indietro per spiegare che la Biblioteca non è “universitaria” da sempre: essa era una Biblioteca pubblica nazionale, finchè nel 2000 è stata sottoscritta la Convenzione MIBAC che ha creato un doppio regime giuridico. Da quel momento, l’Istituto è passato sotto la gestione dell’Università bolognese per quanto concerne il profilo amministrativo, mentre il personale, che rimaneva dipendente dal Ministero per i beni e le attività culturali, acquisiva l’opzione per il trasferimento all’ordinamento d’ateneo.

All’inizio del 2011, Biancastella Antonino ha deciso di pubblicare sul sito della biblioteca, una Lettera aperta all’Università: “Cara Università, sono trascorsi dieci anni dalla firma della Convenzione tra te e il MIBAC e in occasione di questo “anniversario” la Biblioteca ha pensato di scriverti nella speranza di ottenere finalmente una risposta concreta ai troppi problemi che, aggravandosi col passare degli anni, rendono sempre più precaria la sua sopravvivenza. Dal 2000 l’Istituto è gestito dall’Università sotto il profilo amministrativo mentre il personale dipende ancora adesso dal Ministero per i beni e le attività culturali; non è cambiato nulla, ci risponderai: è vero, e proprio questa situazione è fonte di difficoltà sempre più gravi”.

Da questa difficoltà prioritaria inizia l’intervista..

L’appello che conclude la Lettera indirizzata all’UniBo è molto forte e concreto: “A te, cara Università, sta dunque a cuore la sorte di questa Biblioteca che proprio nel 2011 compie 300 anni di vita? Conosciamo bene le ferite che i tagli alla Cultura hanno inferto anche a te; tuttavia vogliamo credere – e sperare – che l’Alma Mater Studiorum senta la necessità e l’urgenza di prestare attenzione anche a noi, visto che siamo rimasti l’unico caso in Italia di Biblioteca pubblica statale passata dal Ministero della cultura all’Università. E se il risultato di questa sorte dovrà essere “l’estinzione”, allora sarebbe stato meglio lasciarci dove eravamo! Risponderai a questa lettera?

Ah cominciamo subito con le cose più spinose! No, non abbiamo avuto risposta. Purtroppo.

Può spiegarci l’origine del passaggio della Biblioteca dal Ministero all’Università, rimanendo poi, la BUB, “sospesa” in un doppio regime di competenze amministrative ed istituzional-organizzative?

Tutto iniziò durante il rettorato di Fabio Roversi Monaco, precisamente verso la fine del suo mandato, quando, sulla spinta di una lettera di alcuni professori, tra cui Umberto Eco – nella quale essi chiedevano al rettore come mai l’Università di Bologna, la più antica del mondo, non avesse una Biblioteca universitaria, una biblioteca storica (come, invece Cambridge, Parigi, Berlino, Harvard, et cetera) -, si decise di applicare la norma introdotta nella Legge Bassanini che permetteva alle università di “richiedere il trasferimento delle biblioteche pubbliche statali ad esse collegate” (art. 151 del d.lg. 31 marzo 1998 n. 112, recante Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del Capo I della legge 15 marzo 1997 n. 59).

Un’opzione incoraggiata dal favore accordato al principio di sussidiarietà..

Esatto e questa biblioteca era più che collegata all’UniBo, tra l’altro eravamo ancora nelle sale di Palazzo Poggi, quindi eravamo proprio nell’università. Così, Roversi Monaco cercò di arrivare ad un accordo con il Ministero per il tasferimento della biblioteca all’Università. Dopo il ministro Walter Veltroni, nel 1998, arrivò Giovanna Melandri. La loro linea politica condivisa portò all’emanazione del Testo unico Veltroni-Melandri che accoglieva in sé tutta la precedente disomogenea normativa in materia di tutela del patrimonio, tentando di ripensarla, armonizzarla e attualizzarla nell’ordine di una sempre maggiore partecipazione delle Regioni e degli enti locali alle attività di tutela e di conservazione dei beni; di catalogazione e inventariazione del patrimonio nazionale e di coordinamento degli archivi. Comunque, per il Ministero, furono il sottosegretario pro tempore, l’onorevole Carlo Carli, ed il direttore generale per i Beni Librari le Istituzioni Culturali e l’Editoria, prof. Francesco Sicilia, a firmare la Convenzione che sanciva il passaggio effettivo della biblioteca da statale ad universitaria.

In quell’occasione l’onorevole Carlo Carli dichiaròE’ lodevole e apprezzabile che l’Università di Bologna, prima fra gli atenei a sottoscrivere un accordo di questo tipo, abbia voluto assumersi questa responsabilità. Ringrazio a questo proposito il rettore che ha saputo mostrare lungimiranza culturale e scientifica. D’altra parte questo accordo va incontro a quanto prescritto dalla legge Bassanini e dalla legge 112 sul decentramento delle competenze a Regioni, Enti locali e istituti di ricerca. Lo Stato rimane comunque prorpietario di questo straordinario patrimonio librario e storico-artistico, ma la fruizione verrà garantita grazie alla gestione di cui si farà carico la biblioteca dell’Università di Bologna“. Lei come vide di questa operazione istituzionale e culturale?

Si trattò di un’iniziativa in cui anche io effettivamente credevo, ero convinta che passare ad un’università come quella di Bologna avrebbe significato avere il massimo della valorizzazione e della centralità, anche perché nella Convenzione c’erano diverse rassicurazioni sul futuro della BUB. Mi riferisco, ad esempio, all’art. 7 che prevede l’inserimento della BUB nell’organizzazione universitaria attribuendole la qualifica di “struttura speciale” dell’ateneo, e assicurandole l’autonomia più elevata consentita dall’ordinamento universitario, senza considerare poi quanto disposto dall’art. 3 relativamente ai nostri beni bibliografici e storico-artistici, ossia il fatto che l’UniBo, il Ministero e la regione Emilia Romagna dovrebbero concorrere alla catalogazione e valorizzazione del patrimonio anche attraverso la predisposizione ed il finanziamento di progetti comuni. Infine, e sommamente, l’art. 8 cil cui dettato è chiaro nel disporre che nell’ambito del sistema bibliotecario di ateneo, l’università si è impegnata a confermare alla BUB la migliore visibilità scientifica nazionale ed internazionale, eleggendola quale struttura prioritariamente deputata alle molteplici funzioni di biblioteca storica dell’università; biblioteca di storia della scienza; biblioteca professionale; centro di ricerca e di servizi biblioteconomici; biblioteca di cultura generale e di documentazione dell’attività culturale ed editoriale del territorio; biblioteca di supporto alla ricerca e alla didattica universitaria.

Cosa non ha funzionato?

La Convenzione prevedeva una serie di impegni e riassetti burocratici e di gestione, ed anche relativi alla posizione giuridica del personale, tuttavia, gli aspetti più delicati, non furono trattati fino in fondo, molte cose furono lasciate incompiute, specialmente la messa a punto, all’interno del regolamento d’ateneo, di una precisa riorganizzazione interna della BUB, nonché la spinosa questione del personale, il quale, secondo quanto disposto dall’art. 5, avrebbe diritto di esercitare la facoltà di opzione per essere collocato nell’ordinamento dell’università, fatta salva la volontà di permanere nei ruoli del ministero. Con la precisazione che “il personale che esercita la facoltà di opzione viene collocato anche in soprannumero negli uffici del ministero presenti nella città di Bologna”. L’attuazione di questa norma dipende dall’emanazione di appositi decreti del ministro dell’Università e della Ricerca scientifica e tecnologica, adottati di concerto con i ministri per i Beni e le Attività culturali, del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica e per la Funzione pubblica. Quindi il completamento dell’operazione dipende da una fervida negoziazione che non fu mai realizzata.

Come agirono le amministrazioni rettorali UniBo nel tempo?

Dopo il rettorato di Roversi Monaco, fu eletto Pier Ugo Calzolari che si ritovò questa faccenda che lui stesso definì una patata bollente, in quanto l’ateneo non l’aveva ancora assimilata ed ggi si può dire che non l’ha mai assorbita del tutto. Forse, i vertici d’ateneo non si sono mai resi conto fino in fondo dell’importanza di questa Biblioteca. È iniziata, da subito, una collaborazione col Museo di Palazzo Poggi, ci sono state mostre interessanti, ma imperano per tutti le difficoltà di carattere economico. L’università per accollarsi il personale della BUB avrebbe dovuto fare sforzi economici a cui non si è sentita pronta. Però, sinceramente, non abbiamo mai capito fino in fondo come mai sono state lasciate andare le cose in questo modo. Roversi Monaco continua a ripetere che ci ha nel cuore; spesso gli ho ribattuto provocatoriamente che in realtà ci ha abbandonato.

Attualmente qual è l’assetto della BUB?

Noi che ci lavoriamo rimaniamo dipendenti del Ministero dei beni culturali, tutti, me compresa. Quello che è cambiato non è il lavoro, ma il rapporto,che investe, soprattutto, la direzione e gli uffici amministrativi: per quanto riguarda la contabilità devo attenermi a tutti i regolamenti dell’UniBo. La BUB è inserita nello Statuto d’ateneo perciò ha un Comitato di Gestione e si fa capo al Presidente dello SBA (sistema bibliotecario d’ateneo). Quindi, per quanto attiene al funzionamento ed al bilancio vanno seguite le regole dell’ordinamento dell’UniBo. Invece, per curare l’attività lavorativa del personale si deve fare riferimento al rapporto col ministero, così per le questioni sindacali e contrattuali, per di contrattazione decentrata. Insomma, è una situazione molto più che complessa da gestire.

Si è già rivolta al rettore in carica Ivano Dionigi per vedere come si potrebbe affrontare, finalmente, quanto rimasto incompiuto?

Sì, sono andata insieme ad alcuni colleghi a parlare con l’attuale rettore, il quale ci ha assicurato il massimo dell’interessamento per portare a compimento quest’opera. È un uomo sensibile, è stato un nostro utente, ci conosce come le sue tasche: ha studiato qui, qui ha fatto le sue ricerche essendo un latinista, conosce molto bene i nostri fondi storici.. Nonostante ciò, però, fin’ora sono passati due anni senza che si muovesse alcunché. I problemi intato si fanno sempre più seri e la nostra condizione è sempre più precaria, ormai sono passati quasi dodici anni e il personale si è assotigliato in maniera pazzesca.

Questa situazione di precarietà ed incertezza come sta degenerando e quali sono le conseguenze?

La mancanza, la riduzione e la vera e propria perdita di personale è molto grave: su un organico di 82 persone, quando io presi la direzione il 31 gennaio del 1998, in servizio ne ho trovate 66. Già allora l’organico complessivo era incompleto. Attualmente, siamo rimasti solo in 28 di cui 4 fanno il part time 50%. Siamo meno di un terzo di quelli che dovremmo essere. Gestire una biblioteca, che peraltro nel 1998 aveva un solo ingresso, un’unica sede molto più ridotta di quella odierna, che, ad oggi, conta due accessi, due portinerie, più tutte le moderne sale di consultazione, significa avere un’enorme necessità di manutenzione. Allora, abbiamo dovuto integrare il personale ed il lavoro interno ricorrendo a degli appalti, cc.dd. esternalizzazioni.

Nella Lettera aperta, infatti, è dato conto anche di questa incredibile situazione, incredibile perché non sembra possibile che questa trascuratezza tocchi in sorte alla Biblioteca Univesitaria di un ateneo prestigioso come quellao petroniano: “il personale della BUB è oggi ridotto a uno sparuto gruppetto di dipendenti che, pur dimostrando una encomiabile buona volontà, non può far fronte a tutte le esigenze connesse ai lunghi orari di apertura e ai molti servizi che sempre la Biblioteca ha offerto e continua a offrire ai propri utenti. Da tre anni a questa parte la gestione delle portinerie, dei servizi di distribuzione e prestito, e in parte la sorveglianza sono affidate a cooperative esterne e a volontari, mentre, a poco a poco, gli uffici si sono svuotati: alcuni dipendenti hanno ottenuto il trasferimento in Istituti dove forse la routine quotidiana è meno irta di ostacoli, molti hanno raggiunto il traguardo della pensione e i pochi che restano non hanno accanto nessun giovane al quale trasmettere la preziosa eredità di un patrimonio di conoscenze accumulato in decenni di vita professionale; cosa accadrà quando anche questi ultimi concluderanno la loro carriera? Il che avverrà già dal prossimo anno”. Come si è arrivati ad esternalizzare e ad appaltare lavoro e servizi senza altre vie d’uscita?

Abbiamo dovuto ricorrere ad esternalizzazioni per poter garantire la semplice apertura della biblioteca! E tutte queste esternalizzazioni sono a carico della BUB stessa, del suo bilancio autonomo. Tra l’altro dovremmo ricevere dall’Università, secondo Convenzione, un finanziamento di circa 900.000 euro erogati direttamente dal Ministero della Ricerca: la BUB, a differenza degli altri dipartimenti di facoltà che hanno una quota che deriva direttamente dalle tasse degli studenti, non dipende dalle entrate dell’Università, sempre per Convenzione i soldi arrivano all’UniBo direttamente dal Ministero della Ricerca e poi ci vengono indirizzati. Questo finanziamento da 900.000 euro ce lo siamo visti decurtare a 600.000 euro, di cui il 40% è speso per appaltare i servizi che non sono coperti con il personale interno. La situazione è pesante.

E gli investimenti per gli acquisti librari? Sempre sul sito della BUB ho trovato un articolo che accenna alle altrettante difficoltà che rendono l’economia degli acquisti una vera e propria capacità di risparmio e di pratica strategica certosina..

L’uffico acquisti per questa biblioteca è importantissimo, perché vanno seguite le uscite editoriali ed i finanziamenti. Fino a due anni fa destinavo, in bilancio, ad acquisti ed abbonamenti circa 200.000 euro. Poi, ho dovuto dimezzare a 100.000 euro, investimento che per una biblioteca come questa è una miseria. Oltre ai volumi scelti, compriamo tutti i manuali adottati dall’UniBo: la collega spoglia letteralmente i programmi, facciamo la lista e li compriamo a tappeto..

.. I docenti non potrebbero donare alcuni manuali adottati nei loro corsi e di cui spesse volte sono essi stessi gli autori, suscitando il sospetto di speculazione da parte di molti studenti che devono acquistarli?

Purtroppo non succede, non hanno questo riguardo. Addirittura c’è stato un grande aggravio con la legge che impedisce ai librai di fare più del 20% di sconto. Tante biblioteche pubbliche hanno protestato, ma a nulla è valso. A volte mi sento amareggiata quando vedo doni attribuiti ad altre biblioteche o a piccole facoltà, che non hanno nemmeno il posto in cui tenerli, e lo fanno con alla Biblioteca Universitaria. Il perché non lo capisco: abbiamo avuto, nei secoli, nell’Ottocento, tantissime donazioni, lo stesso fondo Pietro Ellero ci è pervenuto grazie al lascito del professor Brini, docente di giurisprudenza. Fino al Novecento, anche durante il fascismo, sono stati fatti vari lavori. Porto come esempio la costruzione dei magazzini nuovi, la cosidetta Aula Seconda, che per per quei tempi era un magazzino tecnologicamente avanzato, in cui furono montate le scaffalature Lips Vago in ferro, particolarmente adatte alla conservazione rispetto alle tradizionali in legno..

Alle spese, credo di poter affermare che si vada ad aggiungere una altrettanto cospicua voce in bilancio consistente nel budget da destinare alla manutenzione dei luoghi: penso alle sale ed agli arredi storici come quelli dell’Aula Magna ed agli archivi dei fondi inestimabili, ma penso anche alle moderne apparecchiature tecnologiche come l’impianto meccanico automatizzato della Torre Libraria..

La manutenzione di una biblioteca come questa è esosa. Solo la neve di quest’inverno ha fatto penetrare nel tetto infiltrazioni d’acqua e non so quanto ci verrà a costare. Questa difficoltà economica ci attraversa, dalle cose più banali ai mobili più pregiati. Quest’anno, ad esempio, ho messo in bilancio circa 5000 euro per cercare di creare un fondo spesa destinato a riparazioni e altre necessità di questo tipo. La Torre, poi, rappresenta il momento in cui il ministero, in cambio delle sale storiche occupate dalla BUB e date all’università, ottenne la Torre, uno scambio che risale ai fondi FIO. Si trattò di un Progetto avveniristico: era la prima volta che un sistema completamente automatizzato veniva progettato ed impiegato per riporre libri. L’unico tentativo dello stesso genere era stato sperimentato in Francia, ma l’apparecchiatura, che era comunque di dimensioni molto più piccole, fu poi dismessa e smantellata. La BUB è quindi l’unica ad averla installata ed in attività.

Tagli alle finanze, risorse limitate, così anche il tempo diventa ostile: alla BUB la lotta contro il tempo si sta combattendo con urgenza su tanti fronti. Nella Lettera aperta si fa riferimento alla più grave conseguenza a cui si sta andando incontro, ossia all’interruzione della possibilità di trasmissione del lavoro di bibliotecaria/o di una biblioteca storica, perché tale mestiere non è solo dovere d’ufficio, ma spirito che contempera cura, ricerca, amore per la conoscenza, tanto da dare senso al valore della dell’evoluzione sapienziale intergenerazionale. Questo ragionare sul rapporto tra razionalità ed emozione, cultura e natura è scintilla si coglie in una delle scene più intense di Centochiodi: poco prima di puntellare l’ultimo manuale antico, il protagonista incontra con lo sguardo quanto scritto nella pagina aperta davanti a lui “bisogna che ognuno torni a nascere. Chi non comincerà dal principio non potrà conoscere la verità. L’amore spira dove vuole e ne percepisci la sua presenza come se udissi un suono, non sai da dove venga, nè dove vada, ma chi rinasce nella verità crede in ogni cosa che il suo occhio vede(video). Il fatto che questa scena si svolga proprio nell’Aula Magna della BUB non sembra una coincidenza, e se lo è, allora pare eloquente..

La trasmissione e l’insegnamento del mestiere è un problema molto serio! Stiamo andando tutti in pensione: anche le colleghe dei fondi antichi e questa imminenza è fonte di grande preoccupazione: mentre è concepibile che la catolagazione del libro moderno venga, per necessità, appaltata, non altrettanto può affermarsi per quanto concerne la conoscenza dei fondi storici, che deve avvenire con il sostegno di una guida che un po’ per volta, foss’anche per un periodo minimo di 6 mesi-un anno, ti insegni, ti mostri, ti parli di questo sapere. Si tratta della tutela, della conservazione e dello studio di fondi di cui bisogna avere una conosenza diretta. Io stessa che dirigo la BUB quando metto mano nei magazzini ho sempre bisogno della presenza delle colleghe e di consultare i repertori. Non è possibile affidare ad una ditta esterna questo lavoro. Il patrimonio librario, storico ed artistico della BUB è rimasto in capo al Ministero, nonostante il passaggio all’UniBo, perché si tratta di un bene comune che appartiene a tutto lo Stato e che abbiamo dovere di tramandare alle prossime generazioni, possibilmente in uno stato migliore di come lo abbiamo ricevuto. Penso al Canone di Avicenna, al manoscritto Dioscoride e altri documenti antichi che se non fossero custoditi andrebbero persi. Faccio il paragone con gli ordini monastiche che hanno salvato la tradizione greca e latina: noi non siamo amanuesi, però il compito delle biblioteche storiche sta proprio la tutela per la trasmissione. Per questo motivo la BUB non può essere comparata ad altre biblioteche di facoltà o di pubblica lettura, istituti che possono scartare l’inattuale o fare scelte di fornitura. Noi, per legge, non possiamo scartare nemmeno i periodici o le brochures pubblicitarie, neanche i bollettini parocchiali: tutto qciò che viene pubblicato sul territorio comunale e provinciale è nostro compito conserverlo, siamo obbligati alla ricezione ed al deposito degli stampati, questa è l’origine la missione della BUB arricchita dai fondi eccellenti che le sono stati consegnati a partire da Luigi Ferdinando Marsili.

Lei ha definito la BUB uno “scrigno” che non si limita alla conservazione, ma che anela a produrre conoscenza e cultura. Qual è il senso di libertà proprio della BUB che cerca di superare vincoli stritolanti e questo strano destino che la costringe ad aspettare sperando che qualche persona illuminata della dirigenza d’ateneo si accorga che è ora di sistemare le cose? A prescindere da chi detiene questo potere e a prescindere dall’attuale precarietà, qual è il di più della BUB trainato dalla sua differenza e dalla sua qualità nel lavoro, in chi ci lavora e nella sua stiva libraria?

Ogni volta che facciamo lavoro di valorizzazione, c’è il desiderio di aprire la biblioteca, di far circolare il sapere che è qui. Pensi che l’Aula Magna, quando approdai alla BUB, era chiusa: il primo giorno in cui presi servizio vidi il cancello sprangato con catena e lucchetto. Arrivai qui nel 1988, mi avevano parlato di questa biblioteca, ne avevo letto perché ancora internet non era ancora così diffuso e onnipotente. Mi presentarono i colleghi, mi portarono a visitarla, vidi la sala meravigliosa e la catena, allora pensai che trovavo inaudito che una biblioteca rimanesse chiusa e che non fosse permesso a tutti di vederne la meraviglia. Quando fui designata per l’incarico di direttrice, la prima cosa che avevo in mente era il desiderio di aprirla al pubblico, di farla conoscere. Questo è lo spirito che ancora oggi permea ogni iniziativa. Ogni iniziativa, poi, è fatta con grande fatica, perché la preparazione degli eventi si somma alla molteplicità ed alla costanza dei servizi bibliotecari (assistenza nelle sale, informazioni bibliografiche, visite guidate, et cetera). Le fatiche rimangono invisibili, perché gli utenti valutano le attività del prestito e della consultazione senza considerare che la BUB non è una semplice biblioteca di isituto o di college. Ogni tanto utilizzo questa immagine per spiegarmi: gli studenti della Oxford University entrano alla Bodleian Library sanno che non sono in una qualsiasi altra biblioteca, la differenza con le altre è notevole. La BUB è un tempio corrispondente per l’Alma Mater, così dovrebbe essere, così è per il valore di quanto vi è depositato, eppure non c’è tale percezione, anzi… Quello che continua a risultarmi incomprensibile è come si sia potuti arrivare a questa situazione di trascuratezza, dal momento che dietro all’ “acquisizione” della BUB da parte dell’UniBo c’è stato un vero e proprio disegno politico: l’università ha compiuto grandi sforzi per conquistarsela, e la BUB è l’unica in Italia per patrimonio, per memoria e storia, senza contare che le altre nove bilbioteche universitarie italiane sono rimaste interamente statali. Per questo troviamo un dovere, oltre che un piacere, il fatto di organizzare iniziative che facciano conoscere, almeno in parte, il nostro tesoro artistico-librario di cui l’Università, ma anche la città di Bologna dovrebbero vantarsi.

Mi sembra, sfogliando il catalogo delle iniziative, di notare una vostra particolare diversità di passo, rispetto alle altre istituzioni canoniche, intendo dire che ciò che proponete si fa veicolo di riscoperta di personaggi della storia e della scienza che sembrano dimenticati, nonostante siano stati protagonisti del loro tempo e della nostra cultura.. Eppure, anche l’attenzione rispetto alle vostre mostre non è particolarmente sospinta dai canali dell’università e sul territorio..

È vero, infatti, avevo anche scritto una speice di lettera-circolare che ho girato ai direttori dei dipartimenti, mettendo la BUB a disposizione della didattica, spiegando loro che siamo qui, e invitandoli a farci delle proposte, a collaborare per organizzare incontri, mostre conferenze, ma nemmeno in quel caso abbiamo ricevuto risposte.. Sono arrivata a pensare che questa disattenzione dipenda da un retaggio culturale tipicamente italiano: in Italia non c’è quel senso radicato di responsabilità nei confronti delle biblitoeche, quali risorse fondamentali, che troviamo in altri Paesi. Non stupisce che in Ialia le biblioteche più antiche appartengano al ministero. Nel nostro Paese, il concetto delle biblioteche nelle università è nato solamente intorno agli anni ‘20, prima le uniche biblioteche erano quelle private, appartenenti ai professori che le creavano nei loro studi e laboratori, ma che non erano pubbliche. Finché, nel ‘19 fu fatta una legge che colmava questa lacuna.

Come decidete le iniziative e come coinvolgete il pubblico ed i fruitori della biblioteca?

Sfruttiamo le occiasioni canoniche come la Settimana della Cultura e, fino ad un paio d’anni fa, anche S. Valentino era un buon pretesto per mostrare i beni unici, a volte anche sfiziosi, che conserviamo. Collaboriamo anche con altri istituti della città, basta scorrere il nostro calendario per vedere quanto è denso. Poi ci sono gli spunti dati dai riordini e dagli studi monografici dei nostri fondi, ad esempio, la mostra su Pietro Ellero è nata su proposta dalla dottoressa Rita de Tata che, in occasione della fine delle celebrazioni dei 150 anni dall’Unità d’Italia, aveva ricomposto lettere di Mazzini, di Garibaldi ed i documenti del giurista Ellero che trattano dei rilevanti temi risorgimentali sulla libertà civile e sull’abolizione della pena di morte. Ma non possiamo fare tutto da soli, se l’università non ci appoggia non potremo farcela. Possiamo immaginare un parallelismo rispetto al rapporto tra la biblioteca dell’Archiginnasio ed il Comune: l’amministrazione cittadina destina alcuni fondi all’Archiginnasio; se organizza delle occasioni di studio e d’arte è lì che le propone; se in visita alla città ci sono personalità politche eminenti è all’Archiginnasio che vengono portate in visita. Ebbene, se l’UniBo non fa lo stesso con noi, in maniera naturale, mi viene da domandarmi come mai ci ha voluto? e cosa ci tiene a fare? Allora sarebbe stato meglio che la BUB rimanesse interamente nell’ordinamento ministeriale: in quel caso, non ci sono disparità così sproporzionate, il ministero ha un comportamento omogeneo rispetto a tutte le biblioteche, senza sottoporle all’arbitrio di chi ne deciderà, secondo propria sensibilità, il grado di importanza. È assurdo, mi dico – non è riuscito Napoleone, portando a Parigi tantissime delle nostre cose che poi ci sono state quasi tutte restituito (salve alcuni beni che sono rimasti alla Nazionale di Parigi) a distruggerci! –. Quando Napoleone ha deciso di abolire l’Istituto delle Scienze creato da Marsili, per portarlo a Milano, conferì alla BUB rango di biblioteca nazionale! Anche Carducci perorò la causa della biblioteca perché diventasse di rango nazionale. Le storie sono tante. Raccogliendo questo passato, il presente è evidentemente ingiusto e preoccupante: se non ci mandano nuovo personale, il reparto manoscritti finirà per essere chiuso non appena l’ultimo di noi, della vecchia guardia, sarà andato in pensione.

Studiose e studiosi giovani potrebbero subentrare ed imparare come proseguire e rilanciare il progetto della BUB?

Magari, ma sempre per il discorso del personale che dipende dal ministero ed a causa della mancata opzione dell’inserimento nell’organico dell’università, alla BUB non è possibile assumere direttamente. Sarebbero l’Unibo ed il Ministero, in concerto, a dover procedere tramite accordi ed intese a prevedere un sistema di avvicendamento e subentro nei posti vacanti. Come abbiamo ripetuto, questo interessamento non è ancora in atto. Ricevo tantissime mail, ad ogni richiesta risposto di mandarmii il curriculum: se questo ha particolare attinenza con i beni librari, il massimo che posso fare è segnalarli alle ditte esterne. Chi veniva per tirocini, non legati all’università, ma, ad esempio, attraverso progetti della Regione, è rimasto affezionatissimo: questo è il caso di una ragazza che poi è stata assunta all’università. Questa giovane donna è rimasta talmente affezionata che vorrebe venire a lavorare qui, ma non la lasciano venire. Ad oggi, c’è personale già in pensione che pur di non abbandonare la BUB fa il part time al 50%. Siamo arrivati a questo punto paradossale.

Non ci sono altri escamotages possibili?

Siamo stati aiutati molto dai volontari: abbiamo stipulato una convenzione con l’associazione di promozione sociale Auser: versiamo all’associazione un piccolo contributo per il rimborso spese. Abbiamo collaborato in sinergia con alcuni obiettori di coscienza che potevano rimanere un anno ed in quel periodo avevano il tempo di imparare il lavoro, ma si tratta di un’opportunità che lo Stato non mette più a disposizione. Non possono essere svolti qui dei tirocini universitari, al massimopossono venire quegli studenti che svolgono le 150 ore. Ricevo molte mail da giovani in Erasmus che mi chiedono di poter venire ad effettuare uno stage, devo rispondere loro che, purtroppo, non possono, ma la ragione per la quale non possano o perché non gli venga permesso di farlo dall’UniBo, sistemando il regolamento, non lo capisco proprio, nemmeno io.

Avete anche una Rivista, BubLife- vivi la Bub, che intende ricercare un modo di condividere il sapere meno formale o, se possibile, meno istituzionale ideato per farci conoscere meglio dai nostri utenti abituali e occasionali, cercando di raccontare il dietro le quinte di una grande biblioteca che fornisce gli strumenti per lo sviluppo culturale e la ricerca, ma che la cultura la produce grazie ad un lavoro spesso sconosciuto o comunque poco visibile.

Il taglio è quello che cerco di mettere nel mio lavoro perché desidero non essere una burocrate. Avrei voluto pubblicare almeno tre volte l’anno la rivista, ma per tutti i motivi che le ho illustrato, questo obiettivo risulta impossibile. Soprattutto il cumulo degli incarichi sulle nostre teste: le visite guidate, che peraltro si sono moltiplicate; l’impegno della biblioteca professionale; i turni; l’ufficio stampa; la cura del sito e la pubblicazione di saggi e avvisi; oltre tutte le altre incombenze burocratiche rendono le altre attività missioni funamboliche. Chi guarda da secondo me si chiederà: cosa faranno alla BUB? Rispondo virtualmente che il lavoro è tanto, a tal punto che  a volte mi meraviglio anche io della nostra resistenza. Sembriamo un posto molto tranquillo, invece, non è così, alla BUB si fa un lavoro silenzioso, ma enorme. La giornalista Ilaria Venturi, in un articolo per Repubblica, seppe cogliere la verità della realtà della BUB quando scrisse: la biblioteca universitaria è una cosa viva, non pensiate che sia triste e noiosa.

Ho l’impressione che lo spirito dell’illustre antiaccademico, l’ecletttivo Marsili aleggi e vi guidi, nonostante tutti gli ostacoli, nell’autonomia e nella ribellione rispetto a limiti imposti, senza accontentarvi. Custodite la tradizione, ma volete slanciarvi oltre l’istituzionalità, senza lasciarvi fermare dalle “impossibilità”..

Probabilmente questa eredità è diventata il nostro imprinting. A volte vorrei sentire che la biblioteca è più amata. Mi rimproverano questa pretesa: se uno studente od una studentessa portano come esempio un’altra biblioteca, io ne risento. Poi, ragionando, capisco che è ovvio, se pensiamo alla Sala Borsa, per dirne una, è evidente che la comodità di essere una biblioteca a a scaffale aperto, l’agilità nell’avere un accesso libero fa sentire i ragazzi molto più accolti ed a proprio agio e con meno vincoli. La BUB, invece, è imponente e solenne, può sembrare impenetrabile e prevede l’obbligo della carta d’entrata, documento per la rintracciabilità e per la sicurezza che non possiamo eliminare per regolamento statale, perché manteniamo lo status di biblioteca pubblica nazionale. È questo simbolismo di estraneità che mette in soggezione che vorrei sfatare. Vorrei che gli studenti e le studentesse tenessero tanto alla BUB, e la pensassero come la loro Biblioteca, come di fatto è. Le statistiche parlano di risultati rincuoranti: registrano 12000 utenti in più rispetto al 2010. Un altro inconveniente secondo l’utenza sono gli orari serali che non riusciamo a sostenere, ma non abbiamo soldi per remunerare personale che tenga aperto e non possiamo lasciare la biblioteca incustodita: per tenerla aperta, per ogni turno servono almeno due custodi con qualifiche specifiche di vigilanza. Assicurare due viglanti per due turni tutti i giorni, tenendo aperto anche il sabato ci è impossibile, ed aggirare questi obblighi è impensabile per la responsabilità personale che ricade sulla gestione dell’istituto.

Mi piacerebbe fare con lei un ragionamento sulla professione di bibliotecaria che mi pare un mestiere che sta sul fronte, tra formazione; tessiture relazionali e politiche; ricerca ed interdisciplinarietà delle competenze..

La bibliotecaria si può fare in tanti modi. Siccome non era la mia passione d’elezione, sono diventata una bibliotecaria atipica. Non avendo potuto continuare nella carriera giornalistica, mia prima aspirazione, per aver scelto di curare anche la famiglia, ho, comunque, cercato forti interessi nel mio lavoro, non mi sono fermata, bensì ho cercato di metterci una scintilla che fosse viva. Sono entrata nella pubblica amministrazione, attraverso concorso pubblico, come funzionaria nella carriera direttiva. Ho lavorato per dieci anni nella biblioteca nazionale di Bari, successivamente, a seguito di un trasferimento, sono arrivata a Bologna e trasferita alla BUB. Quando è andata via la dirigente in carica, sono stata nominata reggente. La designazione della direzione spetta al ministero, e la dirigente uscente segnalò la mia figura che aveva apprezzato vedendomi in azione come consigliere comunuale ed assessore alla cultura di Castello di Serravalle. Durante il mandato curai molto la biblioteca comunale locale, organizzando convegni e conferenze. La mia collega fu colpita dalla capacità di muovermi in quest’ambito, fu così che decise di segnalarmi e poi il ministero mi nominò direttrice della BUB. Quella che doveva essere una breve reggenza, si trasformò in una direzione stabile.

Ci ha parlato della sua aspirazione primigenia di essere giornalista, anche se poi ha fatto un’altra scelta professionale lei ha comunque mantenuto la passione e la curiosità per ciò che fa. Mi sono venute in mente le parole della scrittrice ed insegnante Milena Agus che ha detto “Non mi è capitato spesso di avere allievi con grandi passioni, ma quando ho intravisto la possibilità che si manifestassero, ho provato un grande sollievo e fiducia nell’avvenire di quei ragazzi, non certo nel senso di ‘saranno famosi’, ma nel senso di ‘se la caveranno”. Mi aggancio a questo spunto per chiederle se ci può raccontare una delle prime manifestazioni del suo temperamento forte e dinamico all’insegna del perseguimento energico dei suoi desideri..

Avevo il sogno di diventare giornalista e lo sono anche stata per un periodo presso la sede Rai di Bari. Le inchieste erano gli incarichi che preferivo. Ricordo che il responsabile dei programmi mi presentò al responsabile della redazione dicendo – sa, la dottoressa è portata per le inchieste! -, il cipiglio indagatorio che mi fu attribuito come tratto trasmesso dalla mia personalità, fu un riscontro che mi diede molta ilarità. Mi fecero fare un servizio sull’aeroporto di Bari che non decollava, una vicenda di cronaca molto spinosa che celava intrighi politici, mi scervellai per fare interviste e scegliere il montaggio, ricordo che mi divertii molto! In realtà, il mio primo articolo lo scrissi nel 1960, avevo 10 anni e l’occasione fu un tema sull’Unità d’Italia; con quell’elaborato partecipai ad un concorso che avrebbe premiato un bambino per ogni città. Mi classificai tra i primi e vinsi un premio che andai a ritirare, accompagnata da mio padre, a Torino dove avevano allestito il Villaggio per il Centenario. Quando arrivammo si creò il caos perché, dato che mi chiamo Antonino di cognome e Biancastella di nome, la giuria aveva frainteso e pensava fossi un maschio, quindi iniziarono a cercare Antonino, che poi scoprirono essere una bambina! All’università mi iscrissi a filosofia; il mio primo saggio era dedicato all’attività ed agli scritti politici dal 1895 al 1920 di Giovanni Modugno, nel 1981 il Comune di Bitonto me lo pubblicò.

Cesare Sughi, nel 2004, in un pezzo scritto, per il Resto del Carlino, nella rubrica dedicata ai personaggi di Bologna la descrisse come una donna formatasi passando, con aperto orgoglio, da studi di filosofia morale a studi sul meridionalismo in Salvemini – roba fine e robusta – prima di passare ai ranghi della pubblica amministrazione. Una donna per cui funziona un inconsueto spirito della ragione. Una donna che governa la BUB considerandola una sfida da adffrontare in campo aperto navigando anche tra gli scogli, che pure ci sono, non cedendo ad altri il timone. Concludendo, sicuro: ci deve essere qualche traccia normanna in questa bionda signora, accorgendosi, soprattutto, del segno inconfondibile di chi è abituata ad ottenere ciò che vuole. Questo coraggio, quanto è stato nutrito dalla sua formazione filosofica?

Sono laureata in filosofia e questa mia formazione è stata importantissima per me. Ricordo quando da matricola il mio maestro, il professor Semerari, iniziò il corso chiedendoci “ma voi perché avete fatto filosofia? La filosofia a cosa serve?”. Inizialmente volevo fare sociologia, iscrivermi a Trento, ma all’epoca (sono una sessantottina perché mi sono iscritta all’università proprio nel 1968) Trento era considerata il covo delle BR e mio padre, spaventato, mi proibì di lasciare Bari per intraprendere un viaggio così “pericoloso”. Allora scelsi filosofia, accontentandomi di convertire la vena sociologica nell’inidirizzo filosofico etico-sociale. Mi laureai con una tesi di filosofia morale. La filosofia mi è servita ad assumere un atteggiamento critico in senso kantiano, non bisogna prendere niente per “già dato”, bisogna ragionare, usare la ragione anche quando non sembra esserci alcuna spiegazione logica nei fenomeni che ci accadono e seguire metodo. Ecco, per me la filosfia è un metodo che mi ha insegnato ad intellegire l’esperienza, a capire cose di cui non so o non conosco. Per il mio lavoro di direzione amministrativo-bibliotecaria ho dovuto imparare contabilità di Stato, diritto, ed è una continua formazione ed, anche, uno sforzo, ma se dentro di sé si porta un desiderio grande, anche se si fa altro rispetto alle proprie ambizioni totalizzanti, si riesce comunque ad esprimersi al meglio e a continuare a conoscere. È un percorso di scoperta guidata dalla curiosità e che si sostanzia nel piacere della creatività.

 

Ringraziamo Biancastella Antonino per la sua generosità e per la sua autenticità, soprattutto per la sua franchezza che ci ha permesso di vedere da vicino la situazione che “fiancheggiamo” tutti i giorni, quando attraversiamo via Zamboni recandoci nelle nostre facoltà, senza accorgercene, perché è una realtà che ci riguarda, ma che resta nascosta dentro imponenti palazzi accademici.

Questa dettagliata conversazione ci consente di pretendere che le decisioni vengano vagliate insieme agli studenti e che sia discussa la priorità delle questioni all’ordine del giorno. Ora che a Bologna è in atto il Piano Metropolitano, che la complicità tra Comune ed Alma Mater si mostra sempre più stretta; che si progettano grandi investimenti per la riqualificazione dell’area urbana Staveco da destinare all’UniBo; che tante nuove sale studio sono già state finanziate con i fondi per i diritti allo studio; che è in atto la Rivoluzione Alma33.. ora, vorremmo poter pensare che la BUB merita attenzione e cura, che è nostra, di studenti e studentesse, che possiamo vantare un bene che ci può rendere orgogliosi anche all’estero, e che forse nemmeno sappiamo di avere. Un bene che possiamo perdere se continuiamo nell’indifferenza o nella sottovalutazione di presenze al lavoro, che resistono e che diamo per scontato: tutti quegli studiosi e quelle studiose che continuano a tenere aperta la BUB, pazientemente, aspettando che noi iscritti all’Alma Mater ci rendiamo conto di quanto potremmo perdere se non inizieremo a pretendere che la regolamentazione corretta e completa della BUB venga portata a termine dopo tutti questi anni: nuovi posti di lavoro, un’apertura meno faticosa, e così la fruizione, lo studio e la ricerca più approfondita e condivisa dei fondi, senza scadenze.

Intanto, per iniziare, chi non l’ha ancora fatto, vada a visitare e a consultare la BUB, così, nell’immediatezza, potrà capirsi cosa potremmo perderci e cosa potremmo viverci di più, capire che si tratta di uno spazio e di uno scrigno  che è nostro diritto rivendicare e partecipare.

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