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5 Maggio 2012

L’esotismo di Luigi Ferdinando Marsili: la curiosità che rompe la tradizione

Nel 1658 nacque, a Bologna, Luigi Ferdinando Marsili. Di nobile famiglia, a ventiquattro anni si arruolò volontariamente nell’esercito austriaco al servizio di Leopoldo I. Si trasferì Danubio e dopo in Germania; il suo grado di generale lo fece viaggiare soprattutto in Oriente. Così, parallelamente alla sua carriera militare, egli, con intuito e analitico spirito d’osservazione, si dilettò ad approfondire sperimentalmente i suoi studi naturalistici, geografici ed archeologici: compose osservazioni intorno al Bosforo durante il suo primo viaggio a Costantinopoli; compilò un’opera imponente sul Danubio e sull’area balcanica con apparati iconografici e mappe per la navigazione; pubblicò un saggio di fisica che è considerato il testo fondante della moderna oceanografia.

Nei suoi testi non mancano mai le illustrazioni, dai fondali delle acque solcate alle altre manifestazioni della natura; nacquero così raccolte di erbari, studi di botanica e bestiari: sono famose le 22 tavole con disegni di uccelli fatti ritrarre con la massima verosimiglianza. Come il protagonista giramondo de L’eredità dell’assente  della romanziera portoghese Lidia Jorge, Marsili voleva riprodurre la natura, imitarla in tutto ciò che vedeva in tutto ciò che incontrava, perché non rimanesse solo nella sua memoria, perché potessero vederla tutti, immaginarla.

Non trascurò di testimoniare tutte le lingue diverse che ascoltò e di descrivere i costumi locali: De turcarum vestitu raffigura gli abiti della cavalleria turca, turbanti colorati delineati a penna, poi un esemplare di Camisia, un grande foglio ricoperto di formule magiche , che i guerrieri ottomani riponevano sotto le divise per essere protetti dai colpi nemici. Affascinante pensare ai primi contatti di Marsili con il caffé: scrisse di suo pugno Bevanda asiatica alla fine del 1600 in cui tratta l’uso dell’oro nero, per la prima volta, come bevanda e non più come medicinale.

Una delle opere più affascinanti, conservate nelle teche di ciliegio della Biblioteca Universitaria di Bologna (BUB), è forse la Carta con la pianta della città di Buda, disegnata dagli stessi turchi: sembra un arazzo acquarellato in movimento, un’opera eccezionale realizzata quando il Marsili si trovava là dopo la presa di Buda, per mediare trattative di pace e per svolgere attività diplomatica nella ridefinizione dei confini danubiani.

Nonostante le prodezze, la sua carriera militare fu irrimediabilmente macchiata dalla vicenda legata alle annali contese di Breisach. Il borgo sul Reno, di grande valore stategico, era molto conteso, quindi campo di aspre battaglie: nel 1648 con la Pace di Vestfalia fu ratificata la sua accessione al territorio francese, poiché il generale Bernardo di Sassonia-Weimar, principe tedesco e condottiero del Regno di Francia, l’aveva conquistato nel 1638. Tuttavia, con il successivo Trattato di Ryswick, la città tornò nella giurisdizione del Sacro Romano Impero; ma, difesa senza successo dal conte Filippo d’Arco, venne riconquistata durante la guerra di successione spagnola dal generale Villars nel 1703. Marsili in tutto questo? Era stato mandato ad affiancare il generale d’Arco e quando vennero sconfitti, entrambi furono sottoposti a processo, tramandato come Giudizio di Bregenz. Mentre il conte d’Arco fu condatto a morte per tradimento, Marsili subì la degradazione, così la sua spada fu spezzata dal boia nella pubblica pizza della città sul lago di Costanza; subì, infine, la confisca dei beni.

Gli scritti autobiografici in sua difesa ed i documenti relativi all’accaduto sono conservati e in esposizione, insieme al grande ritratto equestre di Antonio Zanchi che lo ritrae con gloria, sotto sono poste le statue della Virtù e del Genio realizzate da Petronio Tadolini. Le due allegorie “proteggono” benevolmente una sciabola che fu donata nel 1931 dal Presidio militare di Bologna per ricordare e riscattare l’ingiusta umiliazione di Bregenz.

La sua conoscenza dell’impero turco divenne presto una tra le principali fonti di informazione per la scoperta del mondo ottomano: si spostò per anni da Venezia a Istanbul, fu per due anni prigioniero dei tartari, e, nel 1711, una volta tornato in Italia, decise di donare tutti i suoi beni all’Istituto delle Scienze ai suoi albori, perciò è considerato il fondatore della BUB.

E se fosse lui l’ispiratore de Il Catello bianco del romanziere, premio Nobel, Orhan Pamuk? La storia racconta di un gentiluomo italiano catturato da pirati e venduto come schiavo ad un astrologo turco. Il primo appassionato di matematica ed il secondo si assomigliavano come gemelli, insieme portarono a termine le più mirabili imprese scientifiche per il sultano, finchè, durante la costruzione di una potente macchina da guerra, si disputarono brutalmente, finendo per scambiarsi d’identità, uno di loro, poi, tornò in Turchia, ma chi? Una metafora letteraria della relazione tra Oriente ed Occidente che Marsili incarna con mistero.

Quello che più affascina della sua figura è la sua avanguardia, la sua freschezza ancora oggi: questa considerazione può sembrare un cliché culturale, ma nel caso di Marsili è realtà. Grande scienziato, esploratore, inventore, egli non era un giovanotto qualunque – uno di quegli studiosi accademici di “scienze ed arti” che supponeva di intendersi di ogni cosa, in modo presuntuoso, impadronendosi di molto di ciò che prima di lui era stato fatto, storcendo la bocca sprezzante di tutto – piuttosto egli si è dimostrato una persona che spinta dalla curiosità e dell’amore per il sapere e l’alterità ha indagato con passione tutto ciò che non conosceva, inventando con creatività metodi, spaziando tra varie discipline. “Un dei quei personaggi eclettici che solo nel Settecento si possono trovare” secondo la Direttrice della BUB, Biancastella Antonino, oppure, potremmo dire, una di quelle anime sapienti che si è sottratta alla frammentazione ed al rigorismo classicista della cultura istituzionale, per avventurarsi nell’esperienza e tradurla, mettendola, infine, a disposizione di tutti coloro che desiderano proseguire il viaggio.

Nihil mihi era la sua filosofia, curare il sapere significava per Marsili metterlo a disposizione, farlo circolare, permettendo alle identità di aprirsi al nuovo, di confrontarsi al resto del mondo “sconosciuto”. È rassicurante sapere che tra le antichità dell’UniBo, tra i cimili un po’ troppo retorici e di rito, è compreso il dono di Marsili, che prima di tutto sta nella sua ispirazione che guida, che indica la via del rischio, della scommessa, della sfida nell’imparare e soprattutto della necessità di rimettere sempre in gioco ogni dogma, ogni fondazione, ogni approdo, per muoversi con plasticità nel tempo e nella complessità dell’esistente: Ad publicum totius orbis usum.

Quello che so di Marsili e che apprezzo con maggiore fiducia rispetto a quei luoghi che sembrano ostili pur celando ricchezze rare, come la storia marsiliana, lo devo a Franco Pasti, bibliotecario della BUB che mi ha guidato attraverso una visita delle sale museali di Palazzo Poggi (per organizzare una visita) . In aprile è stata inaugurata la mostra Il mondo di Luigi Ferdinando Marsili voluta dall’Alma Mater per celebrare terzo centenario dell’Istituto delle scienze. Rimarrà aperta fino al 4 novembre 2012, ed è dislocata in varie sedi. Naturalmente, sarà aperta la sala presso Palazzo Poggi (via Zamboni, 33) e coinvolgerà anche l’Accademia di Belle Arti, il Museo Civico Archeologico e il Museo Civico Medievale (per maggiori informazioni).

Zibaldoni, lingue salvate, generosità, tutte in un incontro, anche se, in qualche misura, trascendente: questa è l’università che vogliamo, non nel fasto dell’antichità, ma nell’occasione, per tutti, del presente.

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