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5 maggio 2012

I reati sessuali: un’evoluzione prima culturale che giuridica

Nella percezione collettiva odierna la violenza sessuale assume di certo i contorni di una condotta infamante e vile con conseguenze deleterie sulla vittima sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Eppure il riconoscimento sociale di una tale ignominia è stato il frutto di un tortuoso iter culturale e poi giuridico ostacolato in più occasioni da pregiudizi e ottusità mentali espressione di una tradizione maschilista e patriarcale.

Si è dovuto attendere il 1996 con la Legge n. 66 per la riforma dell’intero assetto normativo in materia; l’innovazione più significativa di certo attiene la nuova qualificazione dei reati in esame che delitti contro la moralità pubblica e il buon costume diventano delitti  “contro la persona”. Non si è in presenza di una mera variazione formale, ma del riconoscimento della sessualità della quale diritto della persona umana, svincolato da ogni appartenenza alla moralità o del buon costume con l’effetto che compete solo al suo legittimo titolare disporne liberamente.

E’, indubbiamente, una “rivoluzione” culturale di estrema rilevanza che si è attuata soprattutto grazie alle battaglie per l’emancipazione della donna sull’onda dei fenomeni quale la rottura del sistema familiare tradizionale e l’ingresso della donna nel lavoro. Innanzi a tali cambiamenti epocali si è avvertita l’esigenza di una normativa posta a tutela della donna non solo all’interno della famiglia,  ma in ogni campo sociale fino a giungere al complesso movimento in materia di pari opportunità.

Va segnalato che l’abbandono delle due figure “violenza carnale” e “atti di libidine violenta” con l’assimilazione in un’unica figura di “violenza sessuale”, da un lato sono la naturale conseguenza dell’affermazione che essa è un reato contro la persona, dall’altro in tale modo si può evitare che in sede giudiziaria gli operatori debbano necessariamente approfondire – nei minimi particolari – le modalità materiali del fatto; infatti, con la nuova formulazione, non si deve più accertare se una condotta materiale integri la fattispecie della “violenza carnale” ovvero quella di ”atti di libidine”.

Attualmente, nel nostro Codice Penale, il reato di violenza sessuale è disciplinato dagli articoli da 609 bis a 609 decies; attraverso la Legge n. 66/1996 il Legislatore ha modificato, altresì, le tipologie riformulandole secondo varie innovazioni di cui la più importante a senza dubbio l’unificazione dei reati di “violenza carnale” e di “atti di libidine violenti” sotto la più generica fattispecie di reato di “violenza sessuale” non solo per riaffermare che trattasi di un reato contro la persona,  ma soprattutto per evitare che in sede processuale la vittima sia costretta a descrivere nei minimi particolari  le modalità di svolgimento del fatto.

L’art. 609 bis c.p. fa esplicito riferimento alla condotta di un soggetto che “con violenza o minaccia o attraverso l’abuso di autorità” ne costringe un altro “a compiere o a subire atti sessuali”; in tale ultima locuzione la Corte di Cassazione fa rientrare “non solo gli atti che involgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente (Cass. sent. n. 12425/2007)

Pertanto nella nozione di “violenza sessuale” rientrano anche la “toccatina repentina ed insidiosa” (Cass. sent. n. 22840/2007) e  il “bacio”  in quanto, ai fini della configurabilità del reato è richiesto vi sia il fine di concupiscenza (il quale sussiste anche nel caso in cui l’agente non ottiene il soddisfacimento sessuale) e che la condotta compiuta dall’agente sia concretamente idonea a ledere la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo, nella sua sfera sessuale (Cass. sent. n. 19718/2007).

E’ evidente, quindi, che il consenso al rapporto sessuale deve essere indubbio e non debba subire interruzioni, poiché attiene la dignità e la libertà, sia fisica che psichica della persona che devono avere massima tutela. Ne discende che se un soggetto, in un primo momento è d’accordo all’atto sessuale, ma successivamente ha un ripensamento e manifesta il suo dissenso, l’altra parte ha il dovere di attenervisi.

Parimenti non assume alcuna rilevanza che la vittima indossi abiti sensuali, che ne mettano in evidenza le forme, posto che tale circostanza non costituisce in alcun modo una forma di consenso ovvero una attenuante.

Ad ogni buon conto, tra le svariate pronunce della Suprema Corte attraverso le quali è stato possibile fornire maggiori tipizzazioni della condotta criminali si è assistito a battute d’arresto a conferma della sussistenza di ritrosie culturali anche in seno alla magistratura.

Nel 1999, la Corte di Cassazione motivò l’assoluzione dal reato di violenza sessuale argomentando che la vittima indossasse i jeans e, quindi, sarebbe stato impossibile sfilarglieli senza il suo consenso ( Cass. sent. n. 1636/1999). Scrivevano i giudici: “è un dato di comune esperienza….. è impossibile sfilare i jeans se la vittime si oppone con tutte le sue forze”.

La sentenza determinò un diffuso sdegno che spinse la Suprema Corte a mutare il proprio orientamento innanzi a simili analoghi; difatti, in seguito si è precisato come la circostanza che la vittima avesse indosso i jeans non può escludere la sussistenza del reato, anche nel caso in cui la vittima non abbia opposto una resistenza fattiva, in quanto deve tenersi conto della forte paura e anche della stazza possente del carnefice , idonea a neutralizzare qualunque tentativo di opposizione (Cass. sent. n. 40542/2007).

Tali battute d’arresto in seno alla magistratura, anche ai massimi livelli, deve comunque spingere la collettività a non abbassare la guardia innanzi a rischi sempre concreti di arretramento nel contrasto ai reati in materia sessuale. Si tratta, indubbiamente, di pronunce che hanno lasciato una macchia indelebili nella storia giurisprudenziale della Suprema Corte, ma soprattutto covano il pericolo di veicolare messaggi inquietanti addossando alle donne una sorta di “colpa” per la violenza seguita.

Ma questa è una rozza consapevolezza che da sempre alberga in ampie fasce della società italiana. Come argomentò l’Avv. Tina Lagostena Bassi nella sua arringa durante il processo per il massacro del Circeo (due ragazze – di cui una morì – furono brutalmente violentate e seviziate da tre giovani): “Questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna”.

E purtroppo non è ancora totale la convinzione che nei casi di violenza sessuale la donna sia solo ed esclusivamente una vittima.

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