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6 novembre 2011

L’aggressività

Già i bambini piccoli manifestano comportamenti aggressivi e crescendo questi comportamenti divengono più frequenti ed assumono forme diverse. E mai come oggi ci troviamo ad assistere ad episodi di aggressività sia verbale che fisica.

L’aggressività pare diventata l’unica strada percorribile per la risoluzione di un conflitto di qualsiasi tipo.
La moglie lascia il marito, la fidanzata lascia il fidanzato, e quando una donna decide di lasciare il proprio uomo non c’è possibilità di ripensamento, allora l’uomo decide che se quella donna non può essere sua non sarà di nessun altro e non c’è altra soluzione che l’omicidio spesso realizzato con modalità di ferocia impensabile.

L’Homo Sapiens sapiens da sempre pratica la guerra, per conquistare nuovi territori oppure per difendere il proprio, oppure ancora per procacciarsi il cibo. Ed è per questi motivi sostanziali che una adeguata dose di aggressività è nel mondo necessaria, almeno fino a quando non si comprenderà appieno l’inutilità di ogni forma di possessione oppure di conquista.

Eppure, continuano ad essere numerose le trasmissioni televisive che si occupano di episodi in cui uomini e donne hanno dimostrato livelli di aggressività efferata, come a dimostrare che l’aggressività fa parte della natura umana. Non è un caso che anche i nostri sogni sono spesso popolati di atti aggressivi e il sogno spesso diventa il luogo dove possiamo esprimere la nostra aggressività, senza nuocere ad alcuno e senza la censura del Super Io.

Gli psicologi sono in genere concordi nel dire che l’aggressività spesso dipende da esperienze frustranti, ossia riferite a situazioni in cui rimane aperta, non risolta, la rievocazione negativa della situazione e che porta la mente della persona a considerare l’aggressione come unica risposta a tale inadeguatezza.

Circa l’aggressività contro se stessi, gli psicologi fanno ricorso al concetto di motivazione inconscia. Per esempio, si scopre di frequente, dopo un’accurata analisi, che molti incidenti non sono del tutto accidentali, ma il risultato del desiderio inconscio di una persona di danneggiare gli altri o se stessa

Infatti, G. Lindzey, C. S. Hall e R. F. Thompson, in Psicologia, Zanichelli Edzioni, Bologna, 1977, definiscono l’aggressione come una qualsiasi azione effettuata con l’intento di distruggere, offendere, degradare, coartare o asservire una persona (o se stessi), un gruppo di persone o un oggetto materiale. Per gli studiosi, gli atti aggressivi comprendono una gamma che va da uno sguardo poco amichevole, una parola poco gentile o uno schiaffo, sino al suicidio, all’assassinio o alla distruzione totale di una città e della sua popolazione.

Molti autori credono che l’uomo abbia un istinto aggressivo e questo è vero anche secondo le scoperte della psicoimmunoendocrinologia, ossia quella scienza che studia le relazioni esistente tra il sistema immunitario, l’azione degli ormoni e la psiche. In sostanza, la nostra specie non deve imparare ad essere aggressiva, sebbene debba imparare le modalità specifiche per esprimere tale aggressività. Vi è, per esempio, un ormone importante per la formazione dei circuiti neuronali maschili, la vasopressina, definito anche l’ormone della galanteria e della monogamia, che determina la formazione, nel maschio umano, di quella giusta dose di aggressività protettrice vero il proprio territorio, la propria casa, femmina e i propri figli.

Vi è poi un’altra interessante manifestazione umana, presente anche nei primati non umani, che viene associata all’aggressività: la rabbia.

Secondo Giampaolo Perna, (Le emozioni della mente, Edizioni San Paolo, 2004, Torino) la rabbia è sicuramente una delle emozioni umane più intense, spesso associabile all’essere aggressivi e al sesso maschile. Questa associazione fonda le sue radici neurobiologiche nella chiara influenza degli ormoni sessuali maschili – gli androgeni – sul comportamento aggressivo. Negli esseri umani la relazione fra testosterone e aggressività è meno chiara anche se è stato ipotizzato un legame tra livelli di testosterone e comportamenti aggressivi nei criminali violenti.
Una delle strutture principalmente chiamate in causa nell’emozione rabbia e quindi nella conseguente aggressività è l’ipotalamo, una delle costruzioni “profonde ed antiche” del nostro cervello, il cui ruolo è anche quello di influenzare la posizione di dominio o meno in un gruppo attraverso l’espressione dell’aggressività.

Nel 1954, Karl Pribam dimostrò, con una équipe di colleghi, come lesioni dell’amigdala (che nel cervello maschile presenta processori per la paura e l’aggressività molto più grandi rispetto agli stessi del cervello femminile) modificano le interazioni sociali e la gerarchia di un gruppo di scimmie. In particolare, lesioni bilaterali all’amigdala facevano cadere il maschio dominante all’ultimo posto della scala gerarchica.

Questa mandorla, situata nella parte più antica del nostro cervello, l’paleopallium, svolge il suo ruolo in modo niente affatto omogeneo. Infatti, la stimolazione di una zona di essa – contenente i nuclei baso-laterali – induce un comportamento aggressivo affettivo mentre la stimolazione di una zona differente – contenente i nuclei cortico-mediali – inibisce l’aggressività predatoria.

Le ricerche neuropsicologiche e neurofarmacologiche svolte sull’aggressività si fondano sul presupposto che il comportamento aggressivo faccia capo ai centri nervosi sottocorticali e che pertanto si tratti, come abbiamo accennato anche più sopra, di un comportamento innato, legato alla storia evolutiva delle varie specie animali. Nell’Uomo, i centri dell’aggressività si presume siano localizzati nel paleoencefalo, il primo livello di organizzazione dell’encefalo (cervello rettiliano) interposto fra quello spinomidollare, tipico dei Cordati, e il neoencefalo (corteccia cerebrale) che presiede all’apprendimento, alle attività creative, ma che esercita anche un controllo sui due livelli inferiori.

Questa localizzazione imprimerebbe un carattere di ineluttabilità ai vari atteggiamenti aggressivi che caratterizzano il comportamento degli individui, anche se le influenze esercitate dalla regione corticale possono incrementare o attenuare il tipo di reazione.

E’ dunque attraverso la neurocorteccia che le situazioni ambientali (educazione compresa) influirebbero nel ridurre, nell’incrementare, o comunque nel controllare la reazione individuale dell’impulso aggressivo. Questa interpretazione neurofisiologica dell’aggressività sarebbe in grado di spiegare le complesse e differenti reazioni che manifestiamo quando interagiamo con altri cospecifici, con gli individui di altre specie animali e con l’ambiente (Chiarelli B., 2003, Dalla natura alla cultura, Piccin Edizioni, Padova).

Ma se tutto quando detto è vero, come reagire all’aggressività cercando di “disarmare” l’aggressore?

Innanzi tutto, dal punto di vista etologico è interessante notare come negli animali e nell’Uomo esistano mezzi istintivi, o comunque subcoscienti, diversi, in grado di disarmare o disattivare le intenzioni di un eventuale aggressore.

Fra gli esseri umani si sono sviluppati comportamenti complessi e ritualizzati per dominare l’aggressività dei consimili. È difficile ostentare la propria ira con qualcuno che si profonde in scuse. È inverosimile uccidere un individuo che alza le mani in atto di resa, ed è dunque difficile sviluppare un litigio con qualcuno che si rifiuta di prendervi parte chiudendosi in se stesso.

La conclusione di questo nostro ragionamento è la seguente: se è vero che la Natura ci ha dotati di una aggressività funzionale alla difesa e alla sopravvivenza della compagna (o compagno) e della prole, è altrettanto vero che la stessa Natura ci ha forniti di strategie che ci consentono di fronteggiare, gestire, controllare l’aggressività. In effetti, essa, lasciata a se stessa, potrebbe nuocere molto di più, a noi stessi e agli altri.

Quindi, nessun episodio di aggressività può essere giustificato dall’impossibilità di agire in modo differente.
E questo sarebbe importante ricordarcelo più spesso.

Alessandro Bertirotti

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