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20 maggio 2012

Immersione linguistica con Clil all’Unical

Notti bianche all’UniCal

Si tratta di una monografia “Prospettive per un’educazione bilingue: Sperimentazioni CLIL in  Calabria”, che raccoglie saggi riguardanti la pratica dell’educazione bilingue CLIL, in riferimento al progetto portato avanti dall’Unical

Unical

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Il numero monografico,  appartenente alla collana dei “Quaderni di Linguistica”, è stato presentato il 17 Maggio nell’aula Iana dell’Unical. L’incontro ha visto come moderatrice, Cristina Piva, ricercatrice di Glottologia e Linguistica Generale.

Hanno partecipato Teresa Ting, esperta CLIL e ricercatrice del Dipartimento di Linguistica; Anna De Marco, esperta in Didattica delle Lingue Straniere e responsabile di un master in Italiano-Lingua Seconda; Francesco Altimari, ordinario di Lingua e Letteratura Albanese.

Erano presenti anche i docenti delle scuole primarie e secondarie che hanno deciso di mettere in pratica con i propri studenti i metodi CLIL, sperimentando nuove modalità di apprendimento in aula.

E’ pur vero che la Calabria storicamente e geograficamente è già coinvolta nella materia di un bilinguismo quasi originario, se solo si pensa alle comunità albanesi completamente integrate nel suo tessuto territoriale.  Ma così come non si può dire che le giovani generazioni calabresi parlino anche l’albanese, altrettanto per i medesimi si dirà che non è alto il livello di padronanza della lingua inglese.

La quaestio al centro del meeting ha guardato il problema del bilinguismo in Calabria, come formazione culturale del singolo studente, non solo dunque come apprendimento dedicato alla lingua inglese, ma come percorso che inserisce l’uso dell’inglese nello studio di tutte le materie non inerenti ad una seconda lingua, dalla storia alla chimica o alla fisica, in modo da formare allievi con competenze accademiche appropriate in ognuno dei campi di ricerca e approfondimento, eliminando la difficoltà di inserirsi nel mondo del lavoro all’estero, più che nelle relazioni amicali e di vita quotidiana, derivante dalla mancata padronanza di un secondo codice linguistico, come purtroppo accade.

Durante l’incontro i docenti hanno sottolineato, sulle orme di Francesco Sabatini, attuale presidente onorario dell’Accademia della Crusca, come l’insegnamento di una lingua straniera, in mancanza di possesso della proficiency, ossia il massimo grado di conoscenza linguistica, corrispondente al livello C2, o in assenza addirittura del livello C1, grado di conoscenza advanced,  rischi di banalizzare i contenuti e i concetti trasmessi agli studenti, mancando di offrire un buon esempio di preparazione europea in ambito liceale e universitario.

Numerose le testimonianze sulla validità di introdurre il metodo CLIL nelle scuole durante le ore curriculari ed extra curriculari, valso ad accrescere le competenze comunicative e grammaticali degli alunni, promuovendo uno studio creativo delle materie.

Teresa Ting, in particolare, ha illustrato una documentazione empirica dei risultati ottenuti in una classe liceale dello Scientifico di Paola, cui è stato sottoposto dall’insegnante di  biologia un test a mo’ di compito in lingua straniera: studenti che avevano sempre consegnato il foglio in bianco, in quella occasione avevano trovato il coraggio e la preparazione per rispondere ai quesiti forniti.

Il volume è dedicato alla memoria di John Kelly, professore associato di Lingua e Letteratura Inglese Unical e esperto CLIL. Si divide in diverse trattazioni saggistiche, che spaziano dalle disquisizioni teoriche ai suggerimenti pratici finalizzati a una promozione del progetto CLIL in scuole di ogni grado nonché nelle università.

Sostanziale nella monografia è il cambio di paradigma nel rapporto didattico tra docente e allievo, paritario nella costruzione di conoscenze e non più declinato nel modo gerarchico della trasmissione delle stesse, in una equa distribuzione tra content e language. Il metodo delle tasks sostituisce quello delle interrogazioni alla cattedra: l’allievo affronta in contemporanea il linguaggio specifico dell’area disciplinare e la lingua inglese.

Oggi in Europa sono diversi i termini usati per indicare il modello che prevede di insegnare le lingue attraverso i contenuti e, in maniera duale, di veicolare i contenuti per mezzo della seconda lingua o delle lingue straniere.

Il termine “Immersione linguistica”, il primo ad essere usato a partire dagli anni ‘60, è una metafora che indica, attraverso l’immagine di un fluido linguistico, il fatto che a scuola il contesto in cui l’alunno viene immerso per apprendere le materie è quello di una lingua diversa dalla materna.

Il più recente termine CLIL, invece, è un acronimo, una sorta di sigla del programma didattico “Content and Language Integrated Learning”, insegnamento integrato di lingua e contenuto.

Risulta dunque chiaro che “Immersione Linguistica”  e CLIL indicano la stessa cosa: la parola “Immersione” lo fa attraverso un’immagine; il termine CLIL mediante un acronimo.

Di fatto in Europa oggi vengono classificati come “Immersione” progetti CLIL molto intensi, con un insegnamento in seconda lingua di almeno il 50 per cento delle materie e secondo un programma pluriennale rigorosamente pianificato.

Qualche anno fa, durante una lectio magistralis all’Università di Bolzano, Leonard Orban, commissario europeo per il multilinguismo, non ha esitato a collocarlo al centro del progetto europeo. “Le lingue riflettono le nostre diverse culture e identità e, al tempo stesso, consentono di comprenderci a vicenda”, sottolineando che i cittadini europei che parlano più lingue possono integrarsi più facilmente nei diversi paesi, se vi soggiornano per motivi di studio o per lavoro.

Una prospettiva quella di Orban che lega strettamente il multilinguismo al pieno ed effettivo godimento dei diritti della cittadinanza europea.

C’è da dire che un punto di partenza basilare per una azione efficace sull’apprendimento delle lingue consiste nel definire un modello di scuola che sia realmente capace, a differenza di quanto succede oggi, di fornire a ogni studente una conoscenza adeguata di tutte le lingue parlate sul territorio europeo.

Il CLIL, se non sperimentazione, è innovazione e all’innovazione serve supporto, ossia come richiesto da insegnanti e famiglie, linee guida di riferimento, certezze sui finanziamenti e stabilità degli organici, formazione degli insegnanti, valutazione dei risultati tanto sulle competenze linguistiche che sui contenuti veicolati in seconda lingua.

Si tratta in definitiva di progettare insegnamenti in una lingua diversa da quella materna in modo che siano i contenuti delle materie a veicolare la lingua. Serve sempre meno studiare le lingue come materie a se stanti e sempre più studiare le lingue attraverso le materie non linguistiche.

 Melina Rende

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