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5 Maggio 2012

India: razzismo e violenza all’università

Due gravissimi episodi di discriminazione razziale avvenuti all’interno di due diversi campus universitari indiani hanno provocato indignazione e rabbia in tutto il Paese. Nelle scorse settimane, infatti, due studenti provenienti dagli stati del nord-est, al confine con Birmania, Bangladesh e Cina, sono stati ritrovati morti nei dormitori dell’Acharya School di Bangalore e dell’Amity University di Nuova Dehli.

La loro colpa, secondo quanto hanno affermato testimoni e parenti delle vittime, è quella di avere tratti somatici particolari che li rendono esteticamente diversi dalle etnie indiane: a causa della pelle chiara e degli occhi a mandorla, infatti, gli studenti del nord dell’India sono spesso scambiati per immigrati asiatici e trattati come elementi da discriminare a tutti i livelli.

Richard Loitam, nato nello stato del Manipur, studiava architettura presso l’Acharya School di Bangalore, nel sud dell’India: il 18 aprile, il suo corpo è stato ritrovato nell’alloggio universitario con evidenti segni di percosse. La polizia ha parlato subito di morte per overdose, nonostante tutti sapessero che il giovane non assumeva droghe; in seguito, le autorità accademiche hanno fornito un’altra versione, secondo cui Loitam sarebbe stato vittima di un incidente in moto e avrebbe rifiutato il ricovero in ospedale.

La verità, purtroppo, sembra essere ben diversa: secondo alcuni testimoni, anch’essi giovani universitari, Loitam era stato coinvolto in una lite con alcuni studenti del suo alloggio universitario per decidere il match di cricket da guardare in televisione la sera del 17 aprile. I due aggressori, dunque, avrebbero approfittato dell’episodio per pestare violentemente Loitam mentre le autorità universitarie, secondo i famigliari del giovane, avrebbero tollerato la discriminazione e coperto l’accaduto per evitare scandali.

Il 24 aprile, invece, nel dormitorio dell’ Amity University di Nuova Delhi, la polizia scopre il cadavere della giovane studentessa Dana Sangma, tratti asiatici, iscritta al primo anno di un master in business administration. Pochi giorni prima, la ragazza era stata accusata da un professore universitario, davanti a tutti gli studenti, di aver utilizzato un telefono cellulare durante una prova d’esame: la giovane non ha retto alla pressione psicologica e si è impiccata al ventilatore della sua stanza.

Suo zio, Mukul Sangma, governatore dello stato di Meghalaya, ha accusato le autorità accademiche di aver istigato la giovane al suicidio, in seguito a gravi atti discriminatori: a tal proposito, Sangma ha anche chiesto al governo nazionale di intervenire a tutela dei giovani studenti del nord-est dell’India, vittime di quotidiani episodi di razzismo.

Nel frattempo, migliaia di studenti hanno sfilato in segno di protesta nelle principali università del Paese, chiedendo giustizia per le morti di Richard Loitam e Dana Sangma e maggiore protezione e rispetto per tutte le etnie dell’India.

In entrambi i casi, le autorità sono ancora impegnate nelle indagini e nella ricerca dei colpevoli: al di là dei due singoli episodi, tuttavia, è triste constatare come l’ignoranza e i pregiudizi razziali esistano anche nei campus universitari, laddove, invece, rispetto reciproco e dialogo dovrebbero essere i valori da coltivare e diffondere.

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