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23 maggio 2012

La Dolce Vita è finita. Lo dice Woody Allen

Ma quale “città eterna”, Roma è una città in declino. La colpa è nostra perché non siamo stati in grado di perpetuarne il glorioso passato. Questo almeno, sembra voglia dirci Woody Allen.
E’ dunque decadenza la parola chiave per una corretta lettura del film To Rome with love, ultimo lavoro del regista statunitense, uscito da poco più di un mese in Italia, tuttavia, sembra che nessuno se ne sia reso conto, specie da noi. Si è parlato, infatti, molto di abuso di luoghi comuni, stanchezza e povertà di idee.
Eppure la frase: la grande ironia è che qui una volta c’era una magnifica civiltà e ora solo queste rovine non lascia scampo.

 
A parlare è Monica (Ellen Page), una giovane attrice narcisista e pseudo intellettuale, secondo l’amico Jack (Jesse Eisemberg), ma in queste parole si palesa il pensiero del regista, che mai si sognerebbe di catalogare alla voce “rovine” la collina di Montmartre, ad esempio; tanto che poi aggiunge: io chiamo questo senso del futile la malinconia di Melpomene.
Definizione poetica ed azzeccata, anche se, più che Melpomene, musa greca della tragedia, sarebbe stato opportuno chiamare in causa la madre di lei, Mnemosine: la memoria.
La nostra memoria, invece, è tradita ed offesa dalla civiltà odierna che bada solo all’effimero e alle apparenze.
L’immagine per noi è molto importante esclama, in un altro episodio del film, il presidente di una grande azienda italiana durante una festa cui partecipano gli uomini più importanti di Roma, secondo lo sprovveduto Antonio (Alessandro Tiberi), in cerca della sospirata raccomandazione.

Quegli stessi uomini che, però, compongono la lista dei clienti al completo, della prosperosa e disinibita prostituta Anna (Penelope Cruz). Per inteso, alla fine Antonio non otterrà il posto perché, pur essendo perfetto per l’immagine della società, non si interessa di calcio, non va in barca a vela o a caccia.

Più impietoso ancora è il ritratto della middle class, influenzata da un comparto mediatico incapace di esprimere giudizi, ma sempre in cerca dell’ opinione autorevole del personaggio di turno, come nel caso dell’impiegato Leopoldo (Roberto Benigni) diventato improvvisamente famoso, suo malgrado, e bersagliato da stampa e telegiornali, così distanti dagli scanzonati paparazzi de La Dolce Vita felliniana.
Certo, alla fine di tutto, resta un duro colpo, per chi ama i film di Allen, vedere Roma, la capitale d’Italia, uscire così male dal confronto con le precedenti capitali europee scelte come location dei precedenti film.
Ma sarà poi proprio così? Dopotutto chi è mai questo Woody Allen, il Papa?
Ecco, appunto.

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