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22 Maggio 2012

La strage di Capaci: 20 anni di misteri e giustizia negata per Giovanni Falcone

23 maggio 1992-23 maggio 2012: sono trascorsi vent’anni dal giorno in cui in Sicilia, lungo l’autostrada all’altezza di Capaci, una terribile esplosione uccise Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre componenti della loro scorta (Antonio Montanaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani).

Ben cinque quintali di tritolo furono necessari per eliminare il rappresentante più autorevole ed impegnato dell’antimafia: un attentato di eccezionale violenza, da annoverare di certo tra le pagine più nere e dolorose della storia dell’Italia repubblicana.

L’iter processuale della strage di Capaci conosce nel 2003 una condanna in Cassazione per ventiquattro imputati tra i quali Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella; nel 2008, invece, la Cassazione ha condannato dodici mafiosi.

Nelle motivazioni della sentenza data 2003 la Suprema Corte ha rilevato come in sede processuale sia stato possibile accertare che l’attentato ai danni del magistrato, della moglie e degli uomini della scorta deve qualificarsi quale un  “…preventivo progetto strategico….che avrebbe dovuto comportare, attraverso le tappe eccellenti dell’On. Lima, delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, degli attentati al patrimonio artistico nazionale e al giornalista televisivo Maurizio Costanzo, il recupero di accordi con nuovi e più autorevoli referenti istituzionali” (Cass. Sent. n. 18845/2003, pag. 7).

A tale proposito giova rammentare che dopo il maxi processo che portò, in terzo grado di giudizio, con la sentenza del 30 gennaio 1992, alla condanna definitiva all’ergastolo di tutti i membri della Cupola di “Cosa Nostra”, l’organizzazione criminale non ritrovò più nell’On.le Salvo Lima, uomo di spicco della DC siciliana e fino a quel momento trade d’union con i settori deviati dello Stato, una solida garanzia per ostacolare l’attività giudiziaria di Giovanni Falcone.

Riporta testualmente la Cassazione: “…secondo le dichiarazioni collaborative, provenienti soprattutto dal Brusca, il progetto  era stato reso attuale nella riunione del febbraio del 1992….ed era stato determinato dalle esigenze di contrastare, da un lato, i successi istituzionali del dott. Falcone (concretamente e proficuamente impegnato sul fronte dell’antimafia, titolare di ufficio di altissimo profilo istituzionale a livello ministeriale e promotore di interventi processuali che avevano comportato l’esito negativo del “maxiprocesso”) e, dall’altro, di rendere evidente il distacco dai precedenti referenti politico-istituzionale”( Cass. Sent. n. 18845/2003, pag. 59)

La finalità politica perseguita da Cosa Nostra, può essere facilmente sintetizzata nella formula “prima fare la guerra per poi fare la pace”( Cass. Sent. n. 18845/2003, pag.66)

Il cammino giudiziario, tuttavia, non sembra essere finito qui. Da indagini avviate dalla  Procura di Caltanissetta starebbe emergendo il coinvolgimento nell’attentato dei servizi segreti e di alti funzionari  a dimostrazione di una deprecabile e vile collusione tra Cosa Nostra e settori deviati dello Stato; trattasi di un’ipotesi, che necessita naturalmente di essere dimostrata, ma che sembra non essere del tutto infondata secondo  le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

Appare di tutta evidenza che un attentato di simili proporzioni non poteva essere stato ideato soltanto da Cosa Nostra ed essere attuato secondo quelle modalità violente e distruttive nella totale indifferenza degli organi deputati alla sicurezza nazionale. Non può non escludersi, infatti, l’operatività di “menti raffinatissime” come lo stesso Falcone considerò quando scampò all’attentato dell’Addaura.

Di certo il magistrato fu ucciso perché era un uomo solo; e molto probabilmente ne era ben conscio : “si muore  generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande” (Cose di Cosa Nostra, Fabbri Editori, pag. 171), considerò a chiusura del libro che raccoglie le sue dissertazioni sul fenomeno mafioso.

Non era un uomo irresponsabile, incosciente; era animato esclusivamente da un altissimo senso del dovere che gli permetteva anche di convivere con l’onnipresente paura senza farsene condizionare.

E in quest’Italia sbandata, in piena crisi non solo economica, ma anche e soprattutto morale, innanzi ad una mafia silente che nell’indifferenza continua a delinquere e a maturare profitti illeciti, l’eredità di Giovanni Falcone rischia di cadere nel formalismo e nella retorica delle commemorazioni per il ventennale della sua uccisione.

Solo scoprire tutta la verità sul suo attentato, portando alla luce anche inconfessabili convivenze potrà restituire a lui, a sua moglie e agli agenti morti al suo fianco una memoria che affondi le proprie radici nella giustizia.

….la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”, (Cose di Cosa Nostra, Fabbri Editori, pag. 171), ci insegna Giovanni Falcone.

O che non ha voluto proteggere, ci sembra l’amara lezione lasciataci da questi lunghi vent’anni.

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