• Google+
  • Commenta
15 Maggio 2012

L’attentato al manager Adinolfi: la ripresa del terrorismo

Il ferimento di Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare (Gruppo Finmeccanica), avvenuto nei giorni scorsi a Genova ad opera del FAI (Federazione Anarchica Informale), così come rivendicato dalla stessa sigla terroristica con lettera pervenuta al Corriere della Sera, riporta l’Italia alle cupe atmosfere e alle paure dei c.d. “anni di piombo”.

Il nostro Codice Penale appronta una disciplina piuttosto dettagliata e severa di questo fenomeno criminale attraverso una serie di norme finalizzate a tutelare la personalità dello Stato, vale a dire la sicurezza delle Istituzioni e l’insieme degli interessi politici fondamentali attinenti sia alle relazioni con le altre nazioni che alla vita interna dello Stato.

Ai sensi dell’Art. 270 c.p. “chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette e idonee a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato ovvero a sopprimere violentemente l’ordinamento politico e giuridico dello Stato, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni”.

Va preliminarmente osservato che detta norma fu creata in epoca fascista con lo scopo preciso di tutelare lo Stato autoritario nei suoi rapporti con le associazioni politiche e non politiche preesistenti alla sua nascita; con l’avvento dello Stato democratico la fattispecie si inserisce, per la sua forza espansiva, nel tessuto democratico e pluralistico del nuovo assetto costituzionale, diventando uno strumento per la difesa dalle associazioni che tale assetto intendono sovvertire con un proposito di violenza così come perpetuato dal brigatismo nero e rosso.

Si è alla presenza di un reato di pericolo presunto per la cui configurabilità è sufficiente la costituzione di una associazione che aggiunga agli schemi normativi suoi propri sostanzianti in comportamenti finalizzati a sovvertire violentemente l’ordinamento dello Stato nelle sue varie articolazioni e a travolgere, in definitiva, il suo assetto democratico e pluralistico. Come rilevato dalla Corte di Cassazione l’oggetto della repressione on è essenzialmente l’idea,sebbene sia collocata in un ambito ideologico in palese contrasto con i principi costituzionali dello Stato, quanto  il programma di violenza; tutto ciò in quanto l’idea, infatti, anche se di matrice eversiva, ma non corredata da progetti e condotte violenti, riceve tutela proprio da tale assetto, che ha consacrato il metodo democratico e pluralistico e che essa, contraddittoriamente, mira a travolgere. (Cass. Sent. n. 8952/1987).

È richiesto, inoltre, il solo vincolo associativo riferito ad un programma indefinito di reati avente come scopo quello di sovvertimento non esigendo né un numero determinato di membri, né la sussistenza di precisi mezzi idonei alla realizzazione dei fini, né un concreto pericolo per lo Stato,  poiché quest’ultimo è presunto dalla legge in via assoluta proprio in ragione della costituzione, anche se l’organizzazione può essere rudimentale.

Nel 1979, in piena emergenza terroristica, il legislatore introdusse con il D. L. n. 625 (convertito nella L. n. 15/1980) l’Art 270bis al fine di dotare la magistratura di un nuovo strumento di contrasto al fenomeno eversivo;  con detta norma si è inteso punire  “chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico”.

La nuova disposizione, presuppone unicamente l’esistenza di una associazione che abbia il fine di eversione dell’ordine democratico, con il compimento di atti di violenza finalizzati al conseguimento di detta finalità la quale  può essere desunta  da alcuni elementi, ad esempio la personalità degli associati con la loro accertata qualificazione ideologica, la disponibilità di abitazioni destinati alle riunioni clandestine, il possesso di armi, occultate in detti appartamenti, il rinvenimento di documenti falsi o di altri arnesi o strumenti sintomatici di attività illegali, la detenzione di carte e stampati e scritti vari, a contenuto chiaramente sovversivo, destinati all’utilizzo ed alla diffusione, la disponibilità di somme non giustificate e da qualunque altro elemento logicamente utilizzabile, per una diagnosi tecnico-giuridica del tipo indicato.

Sempre con il D. L. n. 625 (convertito nella L. n. 15/1980) è stato aggiunto l’Art. 280 c.p. per punire la condotta di chi “attenta alla vita od alla incolumità di una persona” perché motivato da finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico.

Con il termine attentato deve intendersi una condotta coincidente con l’intrapreso attacco contro il bene della vita e dell’integrità umana che nel caso in esame è sorretta dal dolo specifico di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico. Trattasi di condotta che pone in essere un reato di pericolo attraverso una complessità di atti predisposti al fine, sicché il risultato è l’effetto di una più o meno lunga serie di concatenate azioni umane, ognuna delle quali, se suffragata dall’indispensabile elemento soggettivo, concorre alla realizzazione della condotta tipica di attentato.

Orbene, appare di tutta evidenza che la “gambizzazione” subita dal manager Roberto Adinolfi è chiaramente un  attentato alla sua integrità fisica con la precisa intenzionalità di perseguire finalità eversive.

Da una semplice lettura della rivendicazione del Fai si desume chiaramente che l’organizzazione anarchica si prefigge lo scopo di proporre una campagna di lotta contro Finmeccanica, “oggi l’Ansaldo Nuclare, domani un altro dei suoi tentacoli”.

La ripresa del fenomeno terroristico richiede la massima attenzione: il rovente clima sociale acutizzato dalla crisi economica, la profonda disaffezione, se non proprio avversione in taluni casi, della collettività nei confronti della politica, possono creare un pericoloso consenso popolare a queste manifestazioni di violenza che non possono essere contrastate unicamente con meri richiami all’unità nazionale oppure limitandosi a biasimare e riprovare questa latente, ma inquietante eversione; è necessario un approccio concreto, pragmatico, che prescinda dal formalismo e dalla retorica.

Per sradicare ogni tentativo di destabilizzare l’ordinamento democratico del nostro Paese le Istituzioni sono chiamate all’alto compito di togliere linfa vitale alla ideologia della violenza e dell’eversione; solo il recupero e la concreta attuazione dell’equità sociale potrà tacitare per sempre questo sovversivismo terroristico che con inquietante puntualità si ripresenta nei periodi di più intensa crisi politica, economica e morale.

Google+
© Riproduzione Riservata