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31 maggio 2012

L’Italia che trema…ma non dovrebbe crollare!

Padova, 29 maggio 2012, ore 9.00 del mattino, il pavimento della mia stanza d’albergo comincia a tremare. Pochi secondi, ma ben percettibili. Simultaneamente i notiziari continuano ad informare sulle scosse di assestamento, l’ultima di Magnitudo M 2.9 esattamente in quei minuti. So che non può essere quella la stessa che ho appena avvertito, non  a quella distanza. Ho vissuto il terremoto dell’Irpinia del 1980, di cui ancora conservo nitidi molti ricordi, perché le paure come gli amori, spesso si allontanano, raramente si dimenticano.

Del resto da allora i miei percorsi scolastici mi hanno portato ad affrontare in maniera specifica il tema della sismologia e della geofisica. Presto arrivano le informazioni. Una scossa di terremoto M 5.8 nel modenese, profondità ipocentrale c.ca 10 km, avvertita anche a Padova, Milano, Firenze e, sembrerebbe, addirittura Bolzano.

Non è una “scossa di assestamento”. Un’altra porzione della faglia si è attivata e pertanto si parla di un nuovo evento sismico, per quanto, ovviamente correlato a quello di domenica 20 maggio. E cominciano ad arrivare le stime delle vittime. Supererebbero i dieci già dalle primissime notizie; in serata poi si apprenderà che si è arrivati a 17.

Per le strade qualcuno denuncia un po’ di spavento, ma le attività proseguono normalmente. Ma qualche danno c’è stato anche lì. Piccoli crolli d’intonaci e affreschi alle basiliche. Quello più serio alla Basilica di S, Antonio dove parte dell’affresco della volta è crollato costringendo a transennare l’area. C’è fermento delle autorità di vigilanza che prendono visione di eventuali danni e condizioni di pericolo. Intanto le scosse proseguono e portano alla chiusura anche del Tribunale per motivi di sicurezza. E continuano ad arrivare notizie dei danni nel modenese… ancora capannoni crollati ed operai sotto le macerie.

Ma basiliche e torri risalgono a ben oltre l’era della progettazione antisismica, ad un epoca in cui concetti come risposta sismica locale, periodo fondamentale di oscillazione e frequenza di risonanza non assumevano alcun significato. Difficile dire lo stesso per capannoni destinati alla produzione industriale. Allora forse c’è qualcosa che non funziona come dovrebbe e bisogna avere il coraggio di dircelo chiaramente.

Gli scenari e le immagini alle quali stiamo assistendo mal si addicono ad un terremoto M 5.8 – 5.9 e questo non traspare chiaramente. L’Italia è un paese ad elevato Rischio Sismico. Ma cosa significa “un Paese ad alto rischio”? I fattori che determinano il rischio sismico non sono unicamente conducibili ai parametri di scuotimento al suolo ed al’imput del moto sismico. Tali parametri, per l’appunto, per il territorio italiano non sono poi così elevati, raffrontati ad altri paesi quali il Giappone, L’Indonesia, ma anche la stessa Turchia,la Greciaola California.

L’elevato rischio riconosciuto per il territorio italiano, è molto più correlato al grado di esposizione e vulnerabilità del territorio, ed alla fragilità oggettiva dello stesso (i cosiddetti effetti cosismici), piuttosto che all’entità dello scuotimento. Dal terremoto dell’Irpinia del 1980 (del resto di intensità di molto superiore rispetto a questo, visto che la scala di Magnitudo Richter è una scala logaritmica e pertanto ad un incremento di un grado corrisponde un fattore dieci in termini di ampiezza dello scuotimento) c’è stata una rivoluzione in termini di conoscenze e successioni normative.

Ma viaggiando a ritroso nel tempo non possiamo fingere di non vedere che le manifestazioni dell’attività sismica sul nostro territorio non hanno leso e raso al suolo unicamente i nostri centri storici. Terremoto dell’Aquila M 5.9, crollo della casa dello studente; 31 Ottobre 2002, terremoto Puglia e Molise, M 5.8, 30 morti di cui i 27 bambini ed una maestra morti per il crollo di una scuola a San Giuliano di Puglia. Ed oggi ancora capannoni industriali.

Scuole a capannoni industriali rientrano nella Classe di Costruzioni il cui uso prevede affollamenti significativi e per i quali quindi, secondo la vigente normativa, la valutazione dell’azione sismica prevede una stima ancor più cautelativa che rispetto ad edifici ordinari. Certo questo riguarda edifici post entrata in vigore del D.M. 14 gennaio 2008, e quindi dopo il luglio 2009. Eppure da tempo si parla di adeguamento sismico degli edifici strategici.

Allora troviamo il coraggio di rivelarci con chiarezza scomode verità. I terremoti tettonici non sono prevedibili, al di la di scoop sensazionalistici che vengono fuori di tanto in tanto ad evento avvenuto. Prevedere un terremoto significa essere in grado di affermare con un insignificante margine di errore quando (in una scala temporale di giorni e non certo di anni o decenni), dove (in una scala di pochi chilometri) e con quale intensità avverrà un evento sismico. E tale determinatezza è tuttora impossibile e lo sarà probabilmente ancora per molti decenni, almeno in un territorio geologicamente e geodinamicamente complesso e articolato come quello italiano.

Le parole confortevoli che chiunque abbia avuto la sfortuna di vivere un terremoto vorrebbe sentirsi dire non possono essere pronunciate, se non con un grado di approssimazione del quale è difficile stimare l’entità. Nessuna voce autorevole potrà mai dirci “…non temete, dopo questa scossa non ce ne saranno altre altrettanto forti”. Ogni scenario di pericolosità è basato su una legge probabilistica e pertanto suscettibile di una possibilità di superamento, tanto minore quanto più cautelativo è stato valutato lo scenario stesso, ma mai nullo.

La tutela della pubblica incolumità è da ricercarsi in scelte volte alla prevenzione piuttosto che sperare che qualcuno un giorno possa dirci quando abbandonare le nostre abitazioni perché sta per arrivare un terremoto di elevata intensità.

È giunto il momento di chiederci cosa fare delle nostre abitazioni. L’Italia è un Paese sismico… questo non cambierà. I terremoti ci sono stati e continueranno a ripetersi. Dagli inizi del ‘900 ad oggi si sono susseguiti svariati scenari di devastazioni dovuti ad aventi sismici. Il terremoto di Messina, quello di Avezzano, del Friuli fino al già citato terremoto dell’Irpinia del 1980. Abbiamo l’obbligo di chiederci cosa accadrebbe se tali eventi si ripetessero oggi.

Difficile dare una risposta a tale domanda, ma ciò che è certo è che il bene esposto è aumentato a dismisura e la dura verità è che la maggior parte del costruito è inadeguato rispetto ai valori di accelerazione sismica attesi oggi stimati.

Tutto l’edificato antecedente al 1980 è costruito praticamente in assenza di una reale normativa sismica. È infatti proprio a seguito del terremoto dell’Irpinia, nel 1984, che nasce la prima normativa sismica nel settore delle costruzioni. Ma è a partire dall’OPCM 3274 del 2003, entrata in vigore a seguito del terremoto di Puglia e Molise, che vi è una concreta rivoluzione culminata con il D.M. del 14 gennaio 2008 tuttora in vigore.

I valori di accelerazione sismica di base previsti dalla vigente normativa, in base ai dati pubblicati dall’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologi), sono nella gran parte dei casi aumentati, anche di diversi ordine di grandezza (spesso più che raddoppiati). Ciò vuol dire che, con tutta probabilità, la maggior parte del costruito pre 2003, seppure realizzato nel rispetto delle norme allora vigenti, è stato realizzato partendo da valori di accelerazione sismica massima sottostimati rispetto a quelli oggi previsti.

Da tempo si parla di adeguamento sismico degli edifici strategici, ma quasi nulla di fatto in senso concreto. E così sono proprio le strutture che dovrebbero garantire maggior sicurezza invece a crollare.

Prevedere un terremoto non è possibile e la tutela della pubblica incolumità può essere garantita unicamente facendo si che le nostre costruzioni non collassino, appropriandoci e mettendo in atto le reali e concrete conoscenze oggi disponibili, quelle che riguardano una caratterizzazione puntuale e precisa delle caratteristiche dinamiche di un sito me mettere in atto una corretta progettazione antisismica.

Bisogna operare una rivoluzione culturale che porti a vedere gli studi specifici in prospettiva sismica dell’area non come un puro adempimento normativo bensì come una fase caratterizzante finalizzata ad una corretta realizzazione dell’opera, e l’identificazione di condizioni dinamiche poco favorevoli non come una penalizzazione operata dal tecnico di turno ma come una prescrizione finalizzata alla garanzia di durevolezza in un territorio in cui, purtroppo, non possiamo vincolare la nostra incolumità e la tutela di quanto duramente creato in una vita alla speranza che un evento sismico non accada ma avere la garanzia che la nostra abitazione non crollerà e la vita potrà riprendere senza averne subito un danno spesso irreparabile.

Perché eventi dell’intensità come quelli ai quali stiamo assistendo non possono creare questi scenari di morte e distruzione.

 

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