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12 giugno 2012

Il cancro della “malapolitica”: il reato di corruzione

E’ notizia di queste ore che il Governo ha posto la fiducia sul maxiemendamento al Disegno di Legge “Anticorruzione”, così come licenziato dalle Commissioni “Affari costituzionali” e “Giustizia”.

Tale provvedimento all’art. 10 prescrive l’incandidabilità dei candidati qualora condannati per corruzione e un cospicuo aumento di pena nel caso in cui il predetto reato sia stata commesso “per atti contrari al dovere d’ufficio”.

Ma qual è lo stato attuale della normativa?

La corruzione è sanzionata dagli artt. 318_322 del Codice Penale. Dalle predette norme  emerge che il reato in esame può essere definito quale accordo tra un pubblico funzionario e un privato, in forza del quale il primo accetta dal secondo, per un atto relativo all’esercizio delle sue attribuzioni, un compenso che non gli è dovuto.

Il legislatore intende tutelare il buon andamento e l’ imparzialità dell’amministrazione, principi prescritti dalla Costituzione all’art. 97, comma primo; la  violazione dei doveri d’ufficio può concernere il comportamento complessivo del funzionario, il quale anche emanando atti formalmente regolari può venir meno ai suoi compiti istituzionali, inserendo tali atti in un contesto avente finalità diverse da quella di pubblica utilità. Secondo la Suprema Corte deve porsi l’attenzione non sui singoli atti, “ma sull’insieme del servizio reso al privato” (Cass. sent. n. 7259/1990). Ne discende che anche nel caso in cui ogni atto separatamente considerato soddisfi i requisiti di legge, l’asservimento costante della funzione, per denaro, agli interessi privati concreta il reato in esame.

Devono distinguersi due tipologie di corruzione: quella propria, che ha per oggetto un atto contrario ai doveri di ufficio e quella impropria che, invece, ha per oggetto un atto di ufficio. A tale proposito deve rammentarsi che la Cassazione definisce atti contrari ai doveri d’ufficio non soltanto quelli illeciti (ossia vietati da atti imperativi) o illegittimi (perché dettati da norme giuridiche riguardanti la loro validità ed efficacia), ma anche “quelli che, pur formalmente regolari, prescindono, per consapevole volontà del pubblico ufficiale (o dell’incaricato di pubblico servizio), dall’osservanza dei doveri istituzionali, espressi in norme di qualsiasi livello, compresi quelli di correttezza e d’imparzialità”(Cass. sent. 3388/2003).

Pertanto, nella corruzione propria il pubblico ufficiale, violando anche il solo dovere di correttezza, connota l’atto di contenuto privatistico, così perseguendo esclusivamente o prevalentemente, l’interesse del privato corruttore; nella impropria, invece, il pubblico ufficiale, che accetta una retribuzione per l’unico atto reso possibile dalla sue attribuzioni, viola soltanto il dovere di correttezza.

L’art. 319 del Codice Penale contempla l’ipotesi di corruzione “propria” e a livello sanzionatorio prevede la pena della reclusione da due a cinque anni. E’ su questa fattispecie di reato che si è concentrato l’opera riformatrice del Governo Monti con l’intento ben delineato di contrastare, con l’inasprimento sanzionatorio, una prassi ben radicatasi nella politica nazionale, sia ai vertici che nelle sue articolazioni locali.

Si vogliono perseguire i reati contro la Pubblica Amministrazione commessi in violazione dei doveri di fedeltà, imparzialità, onestà (i quali, come si è detto vanno osservati da chiunque eserciti una pubblica) che consentono al privato di immettersi in un sistema perverso di mercanteggiamento dei pubblici poteri: si pensi ad esempio alla pratica diffusa del finanziamento illecito ai partiti politici che si attua attraverso il meccanismo di assegnazione pilotata degli appalti pubblici, con corresponsione di «tangenti» da parte delle imprese appaltatrici.

Viste le polemiche degli ultimi giorni si possono ben comprendere le difficoltà del governo Monti a far “digerire” ad almeno una parte della “atipica” maggioranza che lo sostiene una riforma con precise finalità di scardinare i metodi, le prassi illecite ed immorali su cui si colloca la casta del malaffare.

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