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21 giugno 2012

Il Censore vietato

Dal diciotto giugno al sette luglio va in scena al teatro Litta di Milano uno spettacolo riservato ad un pubblico adulto, che farà discutere per essere estremamente irriverente ed esplicito.

 

E’ il “Censore“, pièce del drammaturgo scozzese Anthony Neilson. Lo spettacolo, che vede la regia di Antonio Syxty, e la partecipazione come attori di Giovanna Rossi, Gaetano Callegaro e Marianna de Pinto, disegna la parabola dell’incontro tra una donna, Shirley Fontaine, regista di film erotici, e un fantomatico censore, addetto alla valutazione artistica e morale dei contenuti filmati.

 

La donna cerca di convincere il censore che il film che ha girato ha il solo scopo di analizzare il sesso come linguaggio dei corpi, ma nonostante tutto il censore, fisso nel suo ruolo morale, sostiene che il film è semplicemente pornografico.

 

Nei loro incontri si svilupperà però un rapporto misterioso tra colui che censura e colei che è censutara, che metterà a nudo i due protagonisti in una sorta di autorappresentazione delle proprie pulsioni fino a sfociare in una storia d’amore in cui la regista spinge il censore a sondare il lato oscuro delle sue paure sessuali: vietato ai minori, e non è tanto per dire.

 

Ma non è solo la rappresentazione delle difficoltà che potrebbe avere un regista di film hot nel farseli approvare da un censore: nel suo essere esplicito, nei suoi testi che apparentemente non lasciano nulla all’immaginazione, vi è in realtà il desiderio di esprimere tramite lo scontro-incontro tra la regista e il censore, quello che avviene quotidianamente nelle dinamiche sociali nel nostro quotidiano.

 

Vietato ai minori, forse anche perchè meglio non farlo capire, a chi ancora si presuppone che abbia sul suo capo un’aurea di innocenza, (toglietegli internet se volete che i vostri figli sappiano i cosiddetti “fatti della vita” dalle vostre imbarazzate parole), che da sempre vi è in atto una tensione tra forze repressive e voglia di esprimere le proprie pulsioni naturali, se stessi o almeno parte di se, cambiare i nomi delle cose come ci vengono insegnate per dargli il loro nome autentico: non è una “vessata quaestio” tra nominalisti e realisti, è un atto rivoluzionario chiamare le cose con il loro nome.

 

L’atto rivoluzionario del cambiare il modo di essere rappresentate delle cose nello spettacolo è ben rappresentato dallo spogliarsi, tramite lo strano rapporto amoroso tra il censore bacchettone e la regista hard, di quello che si vuol far vedere come l’approvabile e l’irreprensibile, per mostrare il proprio inferno interiore, fatto di paure, pulsioni, conati di piacere repressi: tutto ciò non sarebbe più un inferno interiore se solo avessimo la capacità di chiamarlo in un’altra maniera

 

 

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