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12 giugno 2012

«La musica, se fatta con il cuore, vince sempre»: intervista a Gioman e Killacat

Una volta Bob Marley disse: «La mia musica vivrà in eterno. Forse è stupido dirlo, ma quando sono sicuro delle cose, io le dico. La mia musica vivrà per sempre».  E aveva ragione. Bob Marley è stato un esempio per molti e sceglie di fare reggae, oggi, si ispira immancabilmente a lui. Perché è stato un grande. Ha saputo fare della musica uno strumento potentissimo e le sue canzoni sono famose oggi, come ai suoi tempi.

Al telefono mi risponde Killacat e in poco tempo, anche lui, mi conferma di essere cresciuto con la musica di Bob Marley che l’ha ispirato e, ancora prima, gli ha trasmesso la passione per il reggae. Killacat fa parte di un duo calabrese insieme al fratello Gioman e, da poche settimane, il suo disco “Storie Infinite” è in cima alle classifiche.

È uscito da poco il vostro ultimo album, il terzo ufficiale.  Come nasce questo lavoro? La scelta del titolo “Storie Infinite” ha un significato preciso?

Questo è un album importante, più maturo e consapevole, che arriva a distanza di 3 anni dalla pubblicazione del secondo disco ufficiale “Block Notes”. Il titolo “Storie Infinite” è nato un po’ per caso mentre componevamo il pezzo che poi ha dato il nome all’intero lavoro. Una canzone che parla di sogni e, più nello specifico, dà voce a chi guarda il mondo con uno spirito da sognatore, immaginandosi in posti diversi, senza che niente possa essere di ostacolo. La nostra forza, spesso, risiede proprio in questo, nel diritto di sognare. Il titolo è stato poi esteso a tutto l’album anche un po’ per rappresentare ciò che siamo noi. La musica non muore mai e la vita di chi fa musica è strettamente legata a questo. In un certo senso, quindi, le nostre storie saranno infinite.

Sono passati 3 anni dal fortunatissimo successo dell’album “Block Notes”. Cos’è cambiato in questi anni?

Questo nuovo disco riflette sicuramente quelli che sono stati i nostri cambiamenti sia dal punto di vista personale che artistico. In 3 anni abbiamo avuto modo di fare nuove esperienze importanti e abbiamo scelto di raccontarle in musica. “Storie infinite” non è altro che un diario, una raccolta di esperienze vissute che ci hanno aiutato a crescere e a maturare.

Dicono che il reggae sia morto o che, almeno, non esista più il reggae di una volta. Cosa rispondete a chi confida poco in questo genere musicale?

L’ho sentito dire più volte anche io ma non condivido. Credo sia un paradosso. La musica non muore mai. È inevitabile che ci siano dei momenti in cui un genere sia più forte di un altro. Questo, ad esempio, è il momento del rap. Ma la gente vuole farsi coinvolgere, sentire delle vibrazioni, e questo può darlo solo la musica vera, quella fatta con il cuore. Indipendentemente dal genere, la musica vera non potrà mai morire, così come non potrà morire finché ci sarà qualcuno ad apprezzarla o, come noi, a farla.

Cosa vuol dire davvero fare reggae? Cosa spinge due ragazzi giovani a intraprendere una carriera musicale di questo tipo, un po’ di nicchia?

E’ vero, il reggae può essere considerato un genere di nicchia, ma è vero anche che ci sono molti artisti, oggi, ancora in grado di farlo apprezzare e conoscere. Faccio riferimento ad Alborosie, per esempio, una grande star che ha scelto di lasciare l’Italia per trasferirsi in Jamaica e ha avuto successo. Penso anche a Shaggy e Sean Paul, che si sono sempre distinti per il loro modo di interpretare il  reggae e la dancehall. È un genere un po’ più underground rispetto ad altri, ma ha dalla sua parte una grande forza di impatto. Per fare reggae ci vuole una certa predisposizione. Io sono nato con una forte passione, sono cresciuto con la musica di Bob Marley e il desiderio di intraprendere una carriera artistica è nato in modo del tutto naturale e spontaneo, come se fosse il mio destino. Per fare reggae, predisposizione e passione sono imprescindibili.

In generale si tende a creare uno stereotipo intorno a un genere musicale. Penso ad esempio al rap che viene spesso accostato alla rabbia e alla ribellione. Esiste uno stereotipo anche per il reggae? Credi che sia un genere limitato a certi temi, o lo si può estendere a tutto?

Nei nostri dischi passati, così come in “Storie Infinite”, abbiamo sempre trattato tematiche diverse. Non perché ci fosse imposto, ma più che altro per rispondere alle nostre esigenze. Diamo voce a ciò che più ci tocca. La ribellione sociale, per esempio, ma anche l’idea del viaggio, inteso come conoscenza, affrontato proprio nel nuovo pezzo “Un altro viaggio”. Abbiamo parlato di amore in “Quando ti rivedrò”, così come ci siamo avvicinati anche alla dancehall. Non ci poniamo limiti e tutto ciò che in qualche modo ci interessa più da vicino, o ci coinvolge maggiormente, noi lo mettiamo in musica. Non ci sentiamo parte di uno stereotipo, siamo mossi dalla sola passione.

Avete cantato in patwa, il dialetto jamaicano, ma ora siete tornati all’italiano e al dialetto calabrese. Come mai questa scelta?

È inevitabile. Quando fai reggae, a un certo punto vai per forza con la mente alla Jamaica. È successo così anche a noi e, un po’ per gioco, ci siamo chiesti perché non potessimo provare a cantare in patwa. “”Deh road we ah walk”, uscita l’anno scorso, è stato un pretesto per provare un’esperienza diversa. Ci siamo molto divertiti ed è stato anche gratificante il successo che abbiamo ottenuto. Siamo riusciti a fare sei pezzi e due video che sono molto piaciuti e abbiamo reso più immediata la fruizione mettendoli in free download. Per cantare in patwa, però, ci vuole molta esperienza, se non altro per imparare bene la lingua, e comunque servirebbe vivere in un contesto sociale molto diverso da quello italiano. Per questo siamo tornati a cantare in italiano e in dialetto calabrese. Siamo più a nostro agio.

Siete fratelli e tra voi c’è molta differenza di età.  Come riuscite ad andare così d’accorso? Il fatto di essere fratelli ha mai creato tra voi tensioni a livello artistico,  è stato più che altro un vantaggio?

Sicuramente non è sempre facile. I litigi ci sono stati e ci saranno sempre, ma le divergenze si superano. Siamo legati da un feeling naturale che, nel tempo, è diventato anche artistico. Tante volte è un vantaggio perché ci capiamo subito e siamo spesso d’accordo sulle scelte dal punto di vista musicale. Altre volte ci scontriamo ma abbiamo sempre superato ogni divergenza.

Fra i due, tu sei il più melodico, mentre Gioman è più legato al vero stile reggae. Una combinazione vincente che dà carattere alle vostre canzoni. È stata una scelta artistica consapevole o avete cercato di restare fedeli allo stile che più vi rappresenta?

Cerchiamo di restare fedeli prima di tutto a noi stessi e a ciò che siamo. In questo il nostro stile rispecchia la nostra persona. Siamo un duo, questo è certo, ma siamo prima di tutto due persone diverse. Ognuno ha un percorso artistico indipendente alle spalle che poi siamo riusciti a combinare in un progetto comune. Gioman è più orientato verso un genere soul, io sono più legato a un’esperienza melodica e cantautoriale.

Siete originari della Calabria ma “emigrati” al nord. Cos’ha significato lasciare il vostro paese? È stata una necessità dal punto di vista artistico?

Abbiamo origini calabresi ma da un po’ di anni siamo emigranti, in un certo senso (ride ndr.). È  stata sicuramente più un’esigenza che un desiderio. A Milano è più facile entrare in contatto con il mondo della musica e questo pensiero ci ha spinti a cambiare città. Ma lo ripeto, è stata un’esigenza puramente artistica. Siamo molto legati alla nostra terra, un legame che è evidente anche nel nostro disco, però siamo d’accordo nel credere che la Calabria, così come il sud in generale, sia un po’ isolata. Ci si sente un po’ messi da parte. È stata una scelta obbligata.

Cosa pensate della musica italiana di oggi? Credete che i giovani siano aperti ad ogni genere musicale o che si tenda a seguire una moda?

Credo che la musica, se fatta bene, vinca sempre. Spesso il mercato va in base alle mode, è vero, ma alla lunga, il tormentone di un momento non può nulla contro una canzone scritta con il cuore. Il pubblico sa ascoltare e riconosce la passione vera, la musica vera. Confido sempre in questo. Il reggae non sarà un genere di tendenza, ma noi lo facciamo con totale dedizione ed è questo che arriva alle persone.

Tornando al vostro album, siete soddisfatti dei primi risultati?

I risultati si devono ancora vedere, per questi i prossimi mesi saranno decisivi, in un certo senso. Io personalmente sono molto contento e soddisfatto. Siamo stati primi nella classifica reggae di iTunes dalla seconda settimana, quindi direi che per essere solo l’inizio è già un ottimo traguardo.

C’è una canzone che senti più tua, o a cui tieni di più? E una, invece, che ha creato più difficoltà di altre?

Personalmente, come Killacat, mi sento molto legato a “Quando ti rivedrò”, un pezzo mio che è un po’ fuori dal resto dell’album dal punto di vista musicale, per la sua influenza pop. È una canzone che mi rappresenta, in cui ho messo tutta la mia esperienza, e che sta riscuotendo un grande successo su Youtube. Se dovessi invece pensare come duo, allora credo che “Comu u sula” abbia un profondo effetto su di noi: rappresenta il nostro attaccamento ai valori, alle nostre tradizioni. Alla Calabria insomma, la terra che amiamo. Tutti i pezzi sono comunque nati in modo spontaneo e naturale, sono un prodotto nostro e non abbiamo avuto difficoltà nel comporli.

Sogni per il futuro?

I nostri sogni per il futuro, in questo momento, sono a breve scadenza. Ci stiamo concentrando sulla promozione del disco e sul tour estivo. Per chiunque faccia musica l’aspirazione più grande è quella di riuscire a trasmettere passione. Se la gente apprezza ciò che fai, devi ritenerti fortunato.

Gioman e Killacat vi aspettano sulle loro pagine Facebook per tenervi sempre aggiornati.

 

 

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