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7 giugno 2012

Mamma dammi un euro, che in America voglio andare!

E fu così che la Patria si prese cura dei suoi figli, mandandoli a cercare fortuna lontano da sè. E’ da un secolo e mezzo che siamo uno stato, ed è da un secolo e mezzo che, dopo essersi destata, l’Italia sparge il suo seme nel mondo, non avendo abbastanza campi di suo.

Gian Antonio Stella, inviato speciale ed editorialista del Corriere della sera, intervenendo il 23 maggio nel terzultimo incontro della rassegna culturale L’Italia dopo l’Italia nella basilica di S. Maria delle Grazie a Milano, traccia il percorso storico di questa migrazione senza soluzione di continuità che è da sempre caratteristica dello stato unitario. Il nuovo mondo, che già all’epoca aveva qualche secolo sul groppone da quando era stato scoperto da un italiano emigrato in Spagna per trovare lavoro, fu la meta tanto agoniata da ispirare persino canzoni di giovanette che volevano l’America, quasi come se chi è costretto ad andare lo sceglie.

Ma è finito anche questo, è finita l’epoca delle grandi migrazioni di massa, l’epoca in cui il Veneto era povero come il sud e colonizzò il mondo, è finita l’epoca in cui l’Argentina parlava italiano, l’epoca di Al Capone, ma anche quella degli italiani che andavano via a sciami, e da quei greggi usciva ogni tanto un Joe Di Maggio, o un Sinatra, o un più recente Zappa. Adesso siamo noi ad importare materiale umano. O meglio, l’esportazione è ancora florida, ma come tutto il made in Italy esportiamo solo roba di qualità, guai ad applicare la meritocrazia, non sia mai detto che bisogna far andare avanti i cervelli da noi, sono il nostro brand all’estero!

Adesso importiamo dunque, negli ultimi vent’anni albanesi, rumeni, africani e tanti altri hanno fatto quello che facevamo noi prima: si sono salvati dalla fame, dalla miseria, da una vita che non valeva la pena di essere vissuta per una che non gli da in fin dei conti molto di più che una continua illusione.

Questo ha generato reazioni dure nella nostra società, poca integrazione, molta intolleranza, parecchia xenofobia, e qualche partito che su tutto ciò ci marcia e riesce pure a procurarsi qualche posto in parlamento.

Il processo di integrazione è sempre lungo e difficoltoso, non può essere repentino: Balotelli, Ogbonna e El Shaarawy in nazionale potrebbero dargli una spinta, o magari sarebbe il caso di fare qualcosa di più?

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