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12 giugno 2012

Quando bruci il rullino ed esce il buco nero: intervista all’artista fotografa Laura Loi

 

Giardini Montanelli, uno dei più bei parchi di Milano, la incontro davanti all’entrata principale. Mi accoglie con un sorriso stupendo dietro un paio di occhiali da sole a goccia, un pò Janis Joplin nello stile del vestiario, ma decisamente più bella. Dopo aver girato un pò per trovare una panchina lontana dal frastuono inaspettato delle giostre per bambini, iniziamo l’intervista.

Quando hai iniziato a capire che con la fotografia potevi esprimere la tua personalità? Vi è stato un evento particolare o ci sei arrivata gradualmente?

“E’ successo gradualmente, ma inconsciamente è come se già lo sapessi. Ho iniziato ad usare la macchina la fotografia come valvola di sfogo, per esprimere turbamenti, sogni, fantasie, il mio mondo parallelo. Sono partita rispondendo ad una mia esigenza di mischiare forme d’arte diverse tra loro prima di arrivare alla fotografia. Quello che man mano usciva fuori era ed è un’immagine di me che non riuscivo ad esprimere, e ancora porto avanti questa ricerca in quanto sono ancora in fase di maturazione a livello artistico. La ricerca continua!”

Hai frequentato qualche scuola per migliorare la tua tecnica?

“Si, mi sono diplomata alla Bauer. Ho iniziato da autodidatta come ti dicevo, come fosse un gioco. Andavo d’istinto, poi con il tempo ho sentito il bisogno di perfezionarmi e studiare. Per caso mi hanno parlato di questa prestigiosa scuola, la Bauer di Milano. Sono andata a fare i colloqui d’ammissione, e con mia somma gioia mi hanno presa! E nel 2011 ho conseguito il diploma! La Bauer è una madre che non riesci ad abbandonare, perchè al suo interno c’è una filosofia stupenda, che mi ha affascinato, mi ha coinvolto, altrove non sarei riuscita a trovare tutto ciò. Gli insegnanti poi hanno una passione fortissima per il loro lavoro, amano quello che fanno. Una delle cose che maggiormente mi è piaciuta della scuola è stata l’ampiezza dei punti di vista che dà, ti fa crescere artisticamente con la libertà dei modi di vedere le cose.”

Cosa altro ti ha dato la Bauer, soprattutto ha lasciato esprimere il tuo estro pur dandoti delle direttive tecniche, oppure questo è affidato alla tua pratica artistica quotidiana?

“La scuola è molto libera, non dà una stampo, non si esce in serie da lì. Ti lasciano suonare le tue corde, quelle che senti. Ad esempio, se sei appassionato di architettura ti lasciano fotografare edifici, e così in tutti i campi. Certo la tecnica fotografica che insegnano è universale, vale per tutti, ma questo è necessario. E’ come se ti insegnassero l’alfabeto e poi ti dicessero di leggere quello che ti pare per formarti da te! Siamo insomma liberissimi di esprimerci! Altra cosa importante che la scuola mi ha dato è stata, tramite questo metodo, di farmi un “occhio” mio, personale sulle cose. Ti fa sviluppare il tuo puto di vista in tutto e per tutto.”

Cosa deve avere una fotografia per essere bella?

“Deve trasmettere un’emozione.”

Come si coglie un’emozione con un’immagine, e come la si trasmette?

“Quando vedo un’immagine che mi provoca una reazione forte, non per forza bella, anche brutta o cruda, come le foto di Weege, allora prendo la macchia e scatto. E’ molto personale dunque, il problema vero è quando vedi un’immagine che ha una certa forza e non provi niente. Di solito colgo un’attimo che mi sembra particolare, che magari poi si trasforma in una scoperta continua perchè l’emozione che un’immagine provoca può cambiare nel tempo e in base anche, ma non sempre, allo stato d’animo. In ogni caso cerco di trasmettere qualcosa che ricordi quell’emozione che ho provato in quel momento, che provochi il ricordo di quello stato d’animo, un processo maieutico e di metempsicosi in chiave fotografica.”

Se dovessi presentare un’immagine che dovesse trasmttere le emozioni che ti provoca Milano, che immagine immortaleresti?

“Non c’è un’immagine che mi faccia venire in mente Milano. Per adesso l’immagine complessiva che ho è la mia scuola, il mio quotidiano, le case dove ho abitato, i parchi dove vado a fare lunghe passeggiate.”

E se la stessa domanda te la facessi a proposito della situazione generale dell’Italia?

“Quando bruci il rullino ed esce il buco nero.”

Hai esposto diverse volte in mostre fotografiche i tuoi lavori. Ci parli della mostra “Stati mentali”? Le foto che hai esposto hanno un filo conduttore tra di loro? Che universo di senso hai voluto esprimere?

“Stati mentali” si compone di sette immagini postprodotte, volutamente processate, si tratta di un processo di sovrapposizione. Nascono da un periodo difficile della mia vita. Nelle immagini si sporcano tra di loro diversi stati d’animo contrastanti. Le ho messe l’una sull’altra come a dire che siamo un ammasso di sensazioni contraddittorie che si confondono tra loro e sono difficili da scindere. Vi è al loro interno un gioco di metafore e simbolismi, figure mitologiche e archetipi che ci portiamo inconsciamente dentro. “Mariposa” ad esempio è l’immagine di una donna che dorme in una foresta con i capelli sparsi in terra, e i rami, gli arbusti, le radici di questa foresta avvolge tutto il suo corpo. Rappresrnta i pensieri di uno stato mentale contorto, imbrigliato in qualcosa che possono essere radici dell’anima.

La foto “Buresque” invece è un autoritratto con la testa di un manichino che somiglia a M. Jackson, similitudine delle maschere che continuamente ci portiamo con noi, a volte costretti ad indossarle.”

Altre mostre?

None-on. Assenza dei sensi“. Qui il filo conduttore è la ricerca di me stessa, è stato un lavoro sui cinque sensi, non per forza in senso fisico ma anche figurato, o anche sull’assenza dei sensi come handicap, di qui il gioco di parole sulla mancanza di senso. Personalmente ho portato avanti una critica alla società attuale, la vedo come assenza di senso data da una tendenza all’omologazione che ti impedisce di essere te stessa, quasi come se il mondo fosse di plastica, come se l’uomo sia una merce da trovare al supermercato. Di tutta questa omologazione non ne vedo il bisogno, ognuno ha la sua personalità, e già con questo porta qualcosa di prezioso. In tutto questo però vedo un risveglio di coscienza.”

Passiamo ai tuoi autoritratti. Cosa c’è li dentro, una donna, o tante in una serie di pose, oppure sono l’universo femminile che hai cercato di esporre interiorizzandoli per poi immortalarli?

“Un pò tutto questo, perchè rappresentano me e il mio universo, che è per forza di cose un universo femminile.”

E’ difficile esporre in Italia?

“Non è semplice per niente. Vanno male le cose in Italia, stiamo assistendo allo scandalo degli scandali. La cultura da noi è esistita da sempre, dalla Magna Grecia fino ad oggi. E’ una caratteristica della storia d’Italia, anche nel medioevo, che ci insegnano erroneamente sia stata un epoca buia, invece è stata un’epoca di forti cambiamenti. Non ci possiamo permettere un disinteresse culturale di questo livello, è una contraddizione storica! Sono sconvolta e inorridita! Non capisco quali interessi ci siano dietro a tutto ciò. C’è grossa ostilità, ma perchè?!?”

Secondo te chi ci governa fa abbastanza per promuovere gli artisti e favorire la loro voglia di esprimersi?

“Ovviamente no! E ti ripeto, non riesco a capire perchè! Forse un governare le masse per togliergli il pensiero e la libertà con esso?”

Secondo te è colpa solo della politica o è anche il mondo di oggi che bada solo al profitto, cosa che l’arte non genera? O forse mi sbaglio e l’arte può anche fruttare?

“Questo è un discorso che vale solo in Italia! Altrove l’arte ha la sua importanza. Conosco la realtà italiana, qui la situazione è grave, l’arte è profitto per i galleristi! Ovvio che il campo culturale non paga molto, io però credo che sia una questione di ignoranza, perchè la cultura potrebbe portare guadagni.”

Non si rischia però di rendere l’arte una merce? Non si rischia di trasformare una dama in una cortigiana?

“E’ un problema vecchio come il mondo! L’arte nasce cortigiana, vedi Leonardo, Raffaello, Michelangelo, tutti i grandi hanno pur sempre lavorato su commissione! L’arte non è mai stata di sangue blu.”

Veniamo a Macao, cosa è successo lì dentro?

“Macao nasce come un’officina dell’arte. Si diceva di occupare un posto libero da anni, e abbiamo occupato la torre Galfa, che non è una struttura pubblica ma appartiene a privati, Ligresti. Il palazzo però era un grattacielo di trentuno piani abbandonato da anni! Li ci trovo tanta voglia di fare, ci entro come fotografa ovviamente, e abbiamo iniziato tantissimi progetti, ma è dal 15 maggio che siamo stati sgomberati nonostante il comune sembrasse interessato all’iniziativa. Sono stati convocati anche personaggi importanti, uno su tutti Dario Fò, che si rivedeva in noi quando da ragazzo occupò Liberty. Pisapia ci ha proposto di partecipare all’appalto per l’uso degli spazi immensi dell’Ansaldo. Qui Macao secondo me ha commesso un errore, forse dettato dal non aspettarsi un’attenzione mediatica così forte come quella che abbiamo ricevuto. C’è stato il rifiuto della proposta Pisapia, e subito sono tornati i problemi legati all’assenza di uno spazio. Quindi è stato occupato palazzo Citterio, io non sono mai stata d’accordo, infatti si è rivelata un’occupazione fallimentare. Adesso siamo senza una sede, ma stiamo continuando a lavorare come meglio possiamo ma con lo stesso entusiasmo. Auguro a Macao di trovare una sede per far si che ci siano dei risvolti pratici a tutti i progetti che abbiamo, perchè in questa situazione abbiamo tutti bisogno di Macao!”

Ultima domanda. All’estero pensi di avere qualche possibilità in più?

“E’ possibile che all’estero sia più semplice, ma non voglio andarmene! Voglio dare un’opportunità all’Italia, non voglio pensare che noi giovani dobbiamo essere costretti a lasciare la nostra terra per avere una vita dignitosa. Questa vita dignitosa la voglio qua, nel paese che amo!”

Nel frattempo era iniziato a piovere, ci eravamo spostati sotto il colonnato all’entrata del museo all’interno del parco, e solo a fine intervista ci accorgiamo del cartello “E’ vietato sostare sui gradini all’entrata”. Ci facciamo una risata per questo ennesimo segnale dell’accoglienza che l’Italia ha per noi

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