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30 luglio 2012

Combatti per il tuo Paese e muori di tumore

Nel 2000 a Djakovica, in Kosovo, ho visto un carro bombardato e con la carrozzeria dissolta. E degli americani, tempo dopo, che con una tuta da astronauta e un autorespiratore, portavano via delle munizioni. Ora so che era per le radiazioni dell’uranio impoverito, ma a quei tempi io e i miei compagni respiravamo quell’aria a pieni polmoni

Con queste parole Salvo Cannizzo, trentaseienne sergente in congedo del famoso battaglione San Marco, racconta al giornalista Leandro Perrotta alcuni dei momenti cruciali della sua presenza in quella Repubblica del Kosovo per cui ha combattuto quella che non esita a definire una guerra ingiusta: “Dovevamo cacciare chi era da sempre in quei territori per far spazio ai nuovi arrivati. Una guerra ingiusta, nata solo perché una guerra gli americani dovevano farla.” Ma cosa porta questo ragazzo a muovere le acque per farsi intervistare e parlare della sua storia? Un tumore.

Ridotto su una sedia a rotelle, ma ancora carico di energia per rivendicare i suoi diritti, Salvo Cannizzo lotta giorno per giorno contro un glioblastoma multiforme, un tumore al cervello di quarto grado, che lo consuma dal 2006. A dirla tutta inizialmente aveva pensato di non lottare: aveva deciso di non fare la chemio per vedere se al ministero della Difesa avevano il coraggio di lasciarlo morire e con lui i duemila militari nella sua stessa situazione in Italia. Poi, però, il sostegno che gli è arrivato da dalla gente e, per ora solo a parole, dalle istituzioni lo ha spinto a ripensarci e il 16 luglio ha ripreso le cure.

Ma perché avercela con il Ministero al punto di decidere di morire? Perché questi ragazzi, lasciati a loro stessi con un pensione di soli 817 euro al mese che non può coprire le cure necessarie, meritano un indennizzo poiché è impossibile che il Governo Italiano non sapesse che i suoi militari, che non erano dotati di alcun tipo di protezione specifica, andavano respirando la polvere dalla quale gli Americani si proteggevano nel modo più accurato possibile. Americani che lanciavano bombe anche senza innesco a più non posso sulla città di Djakoviza, dove i nostri erano stanziati, per liberarsi degli armamenti “anche le bombe hanno una data di scadenza, dopo dieci anni devono essere smaltite e farlo costa tantissimo” e mantenere attivo il mercato con “i soldi della Nato.”

È difficile avere dubbi: in Kosovo, Salvo Cannizzo è stato quattro volte dal 1999 al 2001 e senza che nessuno gli dicesse del pericolo e quattro suoi compagni si sono ammalati con lui, uno dei quali è già deceduto per un cancro al pancreas. Eppure dallo Stato non arriva niente: “Non so quale sia la casistica, magari un malato di tumore ogni mille abitanti, ma al ministero della Difesa, per riconoscerci la causa di servizio, hanno bisogno che cinque malati di tumore in una squadra di appena nove persone dimostrino il rapporto causa effetto con almeno dieci anni di letteratura scientifica.”

Salvo ha difficoltà a muoversi e si sposta su una sedia a rotelle, gli manca ancora un pezzo di calotta cranica in seguito all’ultimo di una lunga serie di interventi che lo ha costretto anche a reimparare a parlare, ma dopo lo sconforto ha finalmente ritrovato la voglia di vivere e quel 16 luglio su facebook ha scritto “Ho deciso di riprendere la chemio, mi sono accorto di quante persone tengono a me e di cosa ho rappresentato per loro. Non posso deludervi, mi avete salvato la vita.”

Fonte foto: www.left.it

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