• Google+
  • Commenta
13 luglio 2012

Corsi-truffa e fidejussioni false: l’imprenditore Rossignolo ai domiciliari

Aveva ottenuto finanziamenti pubblici di oltre 7 milioni di euro per sovvenzionare corsi di formazione di cui poi non si era saputo più nulla.

È quanto la Procura della Repubblica di Torino contesta a Gian Mario Rossignolo, finito nell’occhio del ciclone per via della controversa vicenda legata alla De Tomaso di Livorno; l’ottantaduenne imprenditore aveva rilevato dal 2009 l’impresa, produttrice di autovetture di lusso, col progetto di investirvi 120 milioni in tre anni.

L’azienda automobilistica possedeva un’importante filiale nel comune di Grugliasco (To), presso lo stabilimento ex Pininfarina; è lì che si sarebbero dovuti allestire corsi di formazione professionale per i quali il Ministero del Lavoro aveva stanziato una cifra intorno ai 7,5 milioni.

Per la De Tomaso, che da tempo versava in cattive acque, era già stata presentata istanza di fallimento dal Tribunale di Livorno la settimana scorsa, e lo stesso aveva deliberato ieri il Tribunale di Torino per la succursale di Grugliasco. Negli ultimi mesi, Rossignolo aveva paventato l’ipotesi di un acquirente cinese poi sfumato, ed è proprio da lì che l’inchiesta aveva preso il via.

I finanziamenti erano sulla carta da destinarsi alla riqualificazione del personale operativo. Ma il tutto si è concluso in una gigantesca bolla di sapone: non solo i tanto decantati corsi di formazione sono finiti nel dimenticatoio dopo una manciata di giorni, ma Rossignolo si è anche trovato a dover fronteggiare l’accusa di frode in merito alle modalità di acquisizione dei fondi.

A giudizio della Procura, l’imprenditore si sarebbe servito di una fidejussione fasulla di alcuni milioni di euro pur di ottenere il via libera ai finanziamenti; ma il peggio è che parte dei contributi sarebbe finita dritta nelle sue tasche ed in quelle di altri dirigenti della De Tomaso. Per di più la Procura ha aperto un nuovo fronte, e sta indagando su altri 6 milioni che la Regione avrebbe riservato alla Ricerca.

Oltre ai 500.000 euro intascati dalla famiglia Rossignolo, 1,7 milioni pare siano finiti a Christian Limonta (consulente finanziario, reo di aver rimediato documenti falsi); altri 2 milioni tondi sarebbero stati “riciclati” per fornitori e bollette (1,3 milioni) e per i salari dei dipendenti (700.000 euro). Il gip torinese Francesca Christillin, su richiesta del procuratore aggiunto Alberto Perduca (Nucleo antiriciclaggio), ha emesso tre ordinanze di custodia cautelare che sono state puntualmente eseguite dalla Finanza.

In men che non si dica, Rossignolo si è ritrovato agli arresti domiciliari (da scontarsi nella residenza familiare di Moncalieri), in una retata che ha coinvolto anche Claudio Degrate (altro dirigente dell’azienda) e lo stesso Limonta; per questi ultimi, impossibilitati a trincerarsi dietro eventuali limiti d’età, si aprono le porte del carcere torinese delle Vallette. Nell’ambito dell’operazione, le Fiamme Gialle hanno inoltre effettuato 8 perquisizioni fra Lombardia, Piemonte e Toscana.

Ora l’imprenditore dovrà difendersi dall’imputazione di truffa aggravata. Il figlio Gian Luca ha dichiarato: “Neanche un soldo è andato alla famiglia né ai manager. Alcuni dirigenti, e tra questi io, hanno chiesto un anticipo del Tfr per coprire i debiti. È una cosa priva di fondamento, basta guardare i conti correnti.” E ancora: “La fidejussione da noi richiesta è stata approvata dal ministero. Abbiamo trovato con il broker un soggetto che fosse loro gradito.

La notizia ha già suscitato un certo clamore, specie in considerazione del fatto che il nome incriminato è di quelli piuttosto pesanti: prima di acquistare la De Tomaso, Rossignolo era già noto quale ex manager di aziende come la Zanussi e la Telecom.

Sconcerto unanime nel mondo politico ed imprenditoriale. Mentre la Regione Toscana auspica che si faccia “piena luce” sulla vicenda a fronte di “comportamenti intollerabili”, il Ministro del Lavoro Elsa Fornero parla di “una storia triste in cui si sarebbe potuto spendere meglio per migliorare l’occupabilità dei lavoratori”.

Per ciò che resta dell’azienda si prospetta un avvenire a tinte scure. “Adesso dobbiamo solo,  e senza più esitazioni, trovare un accordo fra le parti – afferma Claudia Porchetto, assessore regionale Lavoro e Formazionecon la speranza di un supporto anche da parte del Governo. I lavoratori della De Tomaso avrebbero potuto, forse, accettare l’idea di pagare un pedaggio alla grave crisi economica che sta colpendo l’intero sistema paese. Ma non è pensabile che debbano pagare sulla propria carne gli effetti devastanti di un reato o del malaffare di imprenditori senza scrupoli. Sarebbe una follia. E sarebbe un bruttissimo segnale per l’intero paese.

Dalle reazioni degli operai, le cui prospettive future sono ora più che mai incerte, trapelano rabbia (“è giusto che paghi e che rimanga dentro e che non esca”) e rassegnazione (“la cosa più spiacevole è che la speranza finisce anche se le persone erano già da un po’ di tempo sfiduciate”), ma anche una certa dose di soddisfazione (“noi onestamente non ce lo aspettavamo che arrestassero Rossignolo, ma lo speravamo”).

E del resto, come biasimare gli esponenti di una categoria che ancora una volta rischia di pagare più di chiunque altro il prezzo di furbate e illeciti sottobanco con cui hanno poco o nulla a che fare?

Google+
© Riproduzione Riservata