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31 luglio 2012

Governo e università sarda non parlano la stessa lingua

Questo articolo si aprirà con un pezzo di bassa retorica: non è più il tempo di duchi e di marchesi, di tradizioni e canti di ignara libertà; l’antico rinsecchisce e svapora, inutile usbergo contro la brutale uguaglianza imposta dall’alto, le leggi umane si fanno divine e l’arte abbassa il capo sotto il maglio del ciclope economia; così come si bestemmiava iddio senza poterlo prendere per il bavero, adesso inutilmente si agitano i pugni verso lo stato reticolato.

L’ultima spending review parla chiaro: per determinate cose non c’è più uno spazio possibile nella ricerca di uniformazione a parametri macroscopici, per ciò che lo stato causò non lo stato deve pagare ma saranno le fronde più deboli a essere tagliate a costo di far morire tradizioni millenarie che resero il nostro paese la culla della bellezza. Bellezza, tradizioni; parole inutili se non pronunciate ironicamente; perché guardare indietro quando il presente e il futuro già ci sfuggono di mano? Non c’è più tempo da perdere, ciò che è superfluo costa troppo di più e tutti gli sprechi sono fumo negli occhi.

E così anche una lingua, quella sarda in questo caso, madre del carattere e delle emozioni di un popolo, può essere spreco almeno secondo il d.l. 95/12, art. 14, Riduzione delle spese di personale, comma 16 dell’ultimo procedimento governativo secondo il quale la Regione Sardegna non può più far parte delle aree caratterizzate dalla specificità linguistica. Come conseguenza le istituzioni scolastiche con meno di 600 iscritti non potranno più avere dirigenti assegnati a tempo indeterminato, privilegio che spetterà soltanto alle aree nelle quali siano presenti minoranze di lingua madre straniera come quelle tedesche, francesi, slovene non più minoranze che parlano dialetti storici, come il sardo, appunto, o il friulano e l’occitano. Uno schiaffo alla specificità sarda e generalmente regionale contro cui si scaglia il Senato Accademico dell’Università di Sassari che in un documento ha richiesto il rispetto di una precedente legge tuttora vigente e datata 1999 secondo la quale la lingua sarda era da tutelare esattamente come il tedesco o lo sloveno nel Sud-Tirolo, in Val d’Aosta e nel Friuli; nel documento presentato tramite delibera si legge: “E’ intollerabile una divisione per legge fra minoranze forti, che si appoggiano a lingue parlate in altri Stati, e minoranze deboli, che non godono di questo requisito: quasi che una simile condizione di debolezza sia in sé un fatto da censurare e non il criterio ispiratore delle citate norme di tutela delle minoranze linguistiche” (fonte: http://www.uniss.it/php/proiettoreTesti.php?cat=812&xml=/xml/bacheca/bacheca8530.xml).

Non solo il Senato Accademico ma anche le associazioni studentesche, e in particolare quelli di Su Majolu, hanno mostrato il proprio disappunto; i conservatori dell’associazione, sempre sulle barricate in difesa della propria individualità isolana, dopo avere in precedenza richiesto con il sostegno di più di mille studenti l’istituzione di due corsi di studio utili a formare insegnanti di lingua sarda, proposta ancora senza responso, si augurano che la decisione governativa possa cambiare col desiderio che il sardo raggiunga la parità con l’italiano in tutti gli ambiti della vita pubblica dell’isola con le conseguenti maggiori possibilità di impiego per più strati della popolazione.

Perché questi sproloqui? Solo perché la lingua sarda non verrà più tutelata all’interno della sua stessa terra? Sì sì sì proprio per questo e in polemica col criterio di riduzione della spesa pubblica soprattutto in considerazione di azioni come questa: il premier uruguayano Cosè Mujica, ex-guerrigliero eletto nel 2010, ha deciso di decurtare il proprio stipendio del 90% trattenendo per se 800 euro a fronte dei 10000 mensili previsti devolvendo il rimanente al Fondo Raùl Sendic che si occupa degli strati più poveri della popolazione. Il premier stesso vive con la moglie senatrice in una cascina fuori dal centro città, si muove con una Volkswagen Fusca e la settimana scorsa ha aperto buona parte del palazzo presidenziale Suarez y Reyes ad ospitare cittadini senza fissa dimora. Ma questo forse con tutto il resto non c’entra niente.

fonte immagine: http://mario-wwwmarioflorecom.blogspot.it/2011_09_01_archive.html

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