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25 luglio 2012

Il calcio come specchio sociale

“Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quel che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?

Matteo 6, 25-26″

Dicono che il denaro non faccia la felicità, ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce, piuttosto che su quello di un vagone metro”. Sarà stato questo il pensiero di Zlatan Ibrahimovic al momento della firma del contratto con i francesi del Paris Saint Germain.
Quattordici milioni netti a stagione, che fanno dell’attaccante svedese uno dei più ricchi al mondo. La vicenda Ibrahimovic è l’emblema di un mondo calcistico in continua evoluzione.
Infatti, adesso sono gli sceicchi, con i loro petrodollari ad essere i nuovi signori della sfera rotonda. Capaci con le loro risorse di risanare l’economia di una nazione, si dimostrano invece pronti a sborsare milioni di euro o sterline per la gioia di qualche migliaio di tifosi. Tra i casi più eclatanti dobbiamo accennare al fenomeno Manchester City e alla rinascita del già citato Paris Saint-Germain.
Due esempi che nel mercato estivo hanno spostato gli equilibri tra le big del calcio mondiale e che hanno reso le nostre società alla stregua di piccole aziende private. Le partenze in un solo anno di Sanchez, Pastore ed Eto’o, seguite da quelle di Thiago Silva, Verratti e Lavezzi sono i segnali più vistosi di questo cambiamento.
E se in Italia ad investire sono i soli americani capeggiati da Di Benedetto, in Europa lo sceicco Mansour (proprietario del City) gestisce più del 15% della Barclays, sponsor della Premier League. In una sola stagione il patron dei Citiziens ha sborsato una cifra pari a 100 milioni di sterline. Le fortune di Mansour hanno spinto altri magnati a scendere sui prati verdi delle Serie A europee.
Ed ecco il caso della Quatar Investment Authority, società amica del Barcellona, che ha acquistato l’estate scorsa il Psg, rilanciandolo a livello internazionale con investimenti di primo livello, come ad esempio quello di Javier Pastore per la somma di 43 milioni di euro, rendendolo così il trasferimento più costoso nella storia del calcio francese.
Adesso, però, è arrivato il momento di auspicare un ritorno alla parsimonia anche a queste società che “spendono, spandono ed offendono” l’intelligenza di noi tutti, in un momento di recessione economica che ha colpito non solo l’Italia, ma la gran parte del mondo occidentale.

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